noi, safja, amina e le altre

  di raffaella mauceri  

 

Ogni volta che apprendiamo di una donna condannata alla lapidazione, subito ci mobilitiamo per cercare di salvarla. Siamo riusciti, con una infinita catena di solidarietà che ha fatto il giro del mondo, a salvare la vita di Safya, e fino all'ultimo stiamo ancora tentando di salvare la vita di Amina, 'colpevoli' l'una e l'altra di essere state stuprate e ingravidate e quindi bestie immonde da uccidere!
Sono condanne che gridano vendetta al cielo, eppure bisogna chiedere la grazia ai loro carnefici, spietati patriarchi per i quali la vita delle donne vale meno di niente.
Ebbene, pochi hanno consapevolezza di quante sono le donne che, nei nostri sedicenti civili paesi, subiscono la stessa sorte, con l'unica differenza che la condanna a morte non viene eseguita sulla pubblica piazza ma nel chiuso delle pareti domestiche. Nessuna messa in scena, nessuna platealità né partecipazione di popolo: ad eseguirla basta un solo uomo, quasi sempre il marito o l'ex-marito e a soccombere è sempre una donna. E tuttavia nessuno prova lo stesso sdegno, nessuno si mobilita per chiedere clemenza, nessuno trova osceno questo modo di morire che accomuna migliaia di donne che in tutto il mondo perdono la vita per mano del loro compagno. Non occorre nemmeno che siano 'disonorate' a causa dallo stupro subito da un altro uomo, né che siano cattive madri o cattive mogli. Basta soltanto che siano donne. La violenza domestica infatti non ha bisogno di motivazioni, sempreché possa averne una, è sufficiente qualsiasi pretesto, fantasia, congettura perché la vera ragione, non detta e a volte inconscia che arma la mano dell'assassino, è una soltanto e sempre la stessa: mantenere il potere sulla 'sua'donna, terrorizzarla, intimidirla, sottometterla, usarla, farsi ubbidire e servire e maltrattare.
Alle donne forti, libere, indipendenti, autosufficienti, questi uomini possono sembrare fantasmi del passato, personaggi sinistri che non riguardano loro ma altre donne di altre culture, degradate, lontane nel tempo e nello spazio e magari in estinzione. Possono perfino stupirsi che se ne parli ancora o che, peggio, qualcuno dica che invece sono tanti e sono dovunque. Finché non scoprono che la loro migliore amica ha un marito così, o la loro vicina di casa o la moglie del collega o addirittura la sorella, la cognata, la cugina, la zia, la compagna di scuola o di università.
Finché non scopre che dietro la cortina fumogena del perbenismo, una donna che conoscono da anni nasconde il turpe segreto di un compagno che la tratta come una serva o come una prostituta o come una schiava e che lei, per vergogna, non dice nulla e finge che va tutto bene.
Poi un giorno le vede un livido sul braccio o sul viso, le chiede che cosa è successo e l'amica scoppia in lacrime e la donna forte, libera e indipendente, si ritrova faccia a faccia con una realtà che non conosceva. Ecco, quello è il momento di fare una riflessione profonda e chiedersi quale libertà hanno le donne tutte, quale dignità, quale disponibilità di se stesse, del proprio corpo e della propria vita. Perché questo è il punto: nessuna donna è libera fino a quando tante donne possono essere stuprate, picchiate, sputate, disprezzate e schiavizzate. Perché la libertà individuale non esiste. E men che meno esiste in questo villaggio globale che è diventato oggi il nostro mondo. Ne sappiamo qualcosa noi che gestiamo il Centro antiviolenza LE NEREIDI (tel. 0931.492752) e che tutti i giorni ascoltiamo dalle donne che vengono a chiederci sostegno e aiuto, i racconti dell'orrore. Come si dice, la realtà che supera la fantasia: mai proverbio fu più vero che nel caso della violenza contro le donne.