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Ogni volta che apprendiamo di una
donna condannata alla lapidazione, subito ci mobilitiamo per cercare di
salvarla. Siamo riusciti, con una infinita catena di solidarietà
che ha fatto il giro del mondo, a salvare la vita di Safya, e fino all'ultimo
stiamo ancora tentando di salvare la vita di Amina, 'colpevoli' l'una
e l'altra di essere state stuprate e ingravidate e quindi bestie immonde
da uccidere!
Sono condanne che gridano vendetta al cielo, eppure bisogna chiedere la
grazia ai loro carnefici, spietati patriarchi per i quali la vita delle
donne vale meno di niente.
Ebbene, pochi hanno consapevolezza di quante sono le donne che, nei nostri
sedicenti civili paesi, subiscono la stessa sorte, con l'unica differenza
che la condanna a morte non viene eseguita sulla pubblica piazza ma nel
chiuso delle pareti domestiche. Nessuna messa in scena, nessuna platealità
né partecipazione di popolo: ad eseguirla basta un solo uomo, quasi
sempre il marito o l'ex-marito e a soccombere è sempre una donna.
E tuttavia nessuno prova lo stesso sdegno, nessuno si mobilita per chiedere
clemenza, nessuno trova osceno questo modo di morire che accomuna migliaia
di donne che in tutto il mondo perdono la vita per mano del loro compagno.
Non occorre nemmeno che siano 'disonorate' a causa dallo stupro subito
da un altro uomo, né che siano cattive madri o cattive mogli. Basta
soltanto che siano donne. La violenza domestica infatti non ha bisogno
di motivazioni, sempreché possa averne una, è sufficiente
qualsiasi pretesto, fantasia, congettura perché la vera ragione,
non detta e a volte inconscia che arma la mano dell'assassino, è
una soltanto e sempre la stessa: mantenere il potere sulla 'sua'donna,
terrorizzarla, intimidirla, sottometterla, usarla, farsi ubbidire e servire
e maltrattare.
Alle donne forti, libere, indipendenti, autosufficienti, questi uomini
possono sembrare fantasmi del passato, personaggi sinistri che non riguardano
loro ma altre donne di altre culture, degradate, lontane nel tempo e nello
spazio e magari in estinzione. Possono perfino stupirsi che se ne parli
ancora o che, peggio, qualcuno dica che invece sono tanti e sono dovunque.
Finché non scoprono che la loro migliore amica ha un marito così,
o la loro vicina di casa o la moglie del collega o addirittura la sorella,
la cognata, la cugina, la zia, la compagna di scuola o di università.
Finché non scopre che dietro la cortina fumogena del perbenismo,
una donna che conoscono da anni nasconde il turpe segreto di un compagno
che la tratta come una serva o come una prostituta o come una schiava
e che lei, per vergogna, non dice nulla e finge che va tutto bene.
Poi un giorno le vede un livido sul braccio o sul viso, le chiede che
cosa è successo e l'amica scoppia in lacrime e la donna forte,
libera e indipendente, si ritrova faccia a faccia con una realtà
che non conosceva. Ecco, quello è il momento di fare una riflessione
profonda e chiedersi quale libertà hanno le donne tutte, quale
dignità, quale disponibilità di se stesse, del proprio corpo
e della propria vita. Perché questo è il punto: nessuna
donna è libera fino a quando tante donne possono essere stuprate,
picchiate, sputate, disprezzate e schiavizzate. Perché la libertà
individuale non esiste. E men che meno esiste in questo villaggio globale
che è diventato oggi il nostro mondo. Ne sappiamo qualcosa noi
che gestiamo il Centro antiviolenza LE NEREIDI (tel. 0931.492752) e che
tutti i giorni ascoltiamo dalle donne che vengono a chiederci sostegno
e aiuto, i racconti dell'orrore. Come si dice, la realtà che supera
la fantasia: mai proverbio fu più vero che nel caso della violenza
contro le donne.
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