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La deindustrializzazione è
un fenomeno che, a partire dalla fine degli anni ’70, ha coinvolto
tutte le economie avanzate. Consiste in una continua e costante riduzione
degli addetti nell’industria, accompagnata da una crescita nel terziario.
Questo fenomeno è stato guardato con timore ed è stato considerato
responsabile di aver provocato, negli Stati Uniti, l’allargamento
della forbice che divide i ricchi dai poveri e, in Europa, l’aumento
della disoccupazione. Ciò ha dato luogo ad un intenso dibattito
che ha creato strane divisioni e alleanze tra gli economisti e all’interno
della società.
Gli economisti Europei (Wood, Freeman, etc.), sostengono che la deindustrializzazione
è stata causata dalla globalizzazione e dalla crescita del commercio
tra il Nord e il Sud del mondo. E’ il risultato dello spostamento
delle produzioni che richiedono lavoro a bassa specializzazione dai Paesi
avanzati nei Paesi in via di sviluppo. Ciò ha contribuito ad accrescere
il ruolo di questi Paesi nel mercato mondiale ma ha provocato elevata
disoccupazione in Europa.
Gli economisti americani (Rowthorn e Ramaswamy, Wells, etc.), al contrario,
sostengono che la deindustrializzazione non è stata generata dalla
nuova struttura degli scambi internazionali ma deriva dalle differenze
nelle dinamiche di produttività tra terziario e industria (la produttività
nell’ industria risulta elevata grazie alla diffusione dell’informatizzazione
e dell’automazione nelle imprese, alle innovazioni di processo e
di prodotto…). E’ il risultato naturale dell’evoluzione
del sistema economico e dell’aumento della richiesta dei servizi
da parte della società e non va vista come un fenomeno negativo.
Studiando l’economia siracusana negli anni ed esaminando i cambiamenti
realizzatisi nella struttura economica si rileva, a partire dalla metà
degli anni ’70, il buon andamento del prodotto e dell’occupazione
nei servizi, con il ruolo crescente del settore terziario rispetto a quello
industriale. Siracusa, che all’inizio degli anni ‘70 era tra
le province siciliane meno terziarizzate, presenta oggi una quota dei
servizi pari a circa il 65,9% del valore aggiunto (nell’industria
il valore aggiunto è del 28%) e pari al 61,5% dell’occupazione
totale (nell’industria l’occupazione totale è del 30,6%).
L’analisi ha messo in luce (applicando il modello di Rowthorn e
Ramaswamy) la trasformazione dell’apparato produttivo lungo le linee
della produzione, dello sviluppo dei servizi, della diffusione e gestione
di tecnologie, della diversificazione e verticalizzazione. Ma il percorso
è ancora lungo. Infatti, anche se il settore dei servizi è
diventato il settore più importante, sia sul piano occupazionale
che sul piano della partecipazione al reddito totale, in realtà
la struttura del terziario è costituita principalmente dalla pubblica
amministrazione e dal commercio; il settore del turismo, in termini occupazionali,
rappresenta ancora un minima percentuale e il terziario avanzato non si
è del tutto sviluppato. Inoltre appare ancora lento il processo
di nascita ed espansione delle piccole e medie imprese manifatturiere
a valle del polo petrolchimico.
Quindi, sulla base dell’analisi effettuata, si può giungere
alla conclusione che i nuovi scenari della nostra economia e della nostra
società impongono:
1. il superamento della monocultura petrolchimica, pur continuando a trarre
valore dal polo petrolchimico che costituisce sempre un fattore di attrazione
di investimenti e di sviluppo;
2. la verticalizzazione e la diversificazione delle imprese che favorisca
la nascita delle piccole e medie imprese;
3. lo sviluppo del terziario in altre nicchie di mercato quale il turismo
-che potrebbe consentire a Siracusa un vasto e variegato mercato altamente
redditizio grazie alle enormi potenzialità in termini archeologici,
monumentali, ambientali e paesaggistici- e il terziario avanzato, interno
all’impresa, finalizzato alla flessibilizzazione del processo di
industrializzazione, ed esterno, finalizzato al controllo e all’orientamento
del processo di integrazione dell’impresa con l’ambiente.
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