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Il terzo ponte di Ortigia, quello
che il testo dell’Ordinanza Ministeriale n.3082 del 15 settembre
2000 indica come <<collegamento di superficie tra via Malta e via
Chindemi>> e come <<via di fuga definitiva>>, è
ormai un’opera fatta. I lavori avanzano con ritmo sostenuto e il
ponte ha preso forma. Forma? Alle tante ragioni valide sulla inutilità
di quest’opera se ne aggiunge, ora che i lavori avanzati lasciano
vedere e intuire la forma di costruzione scelta, un’altra: è
un’opera brutta. Accanto al ponte Umbertino si sta costruendo una
bruttura che si va a sommare allo squallore già provocato dal secondo
ponte, quello che insiste in zona Calafatari.
Il ponte in costruzione presenta, a mio avviso, una caratteristica evidentissima:
l’assoluta mancanza di “stile” architettonico. L’unico
criterio che sembra essere stato utilizzato nella progettazione è
quello tecnico-strumentale: serve un collegamento-ponte, troviamo la soluzione
tecnica idonea. Risultato: una costruzione totalmente anonima, che può
stare benissimo in qualsiasi altro posto o città del mondo, profondamente
estranea al contesto architettonico-ambientale in cui è inserita,
esteticamente indifferente. Una nuova, inutile,antiestetica “colata”
di cemento e acciaio. Ma non siamo in pieno centro storico di Siracusa?
Ci si è posti il problema dell’impatto ambientale di quest’opera?
(A proposito: su quest’opera esiste una “Valutazione di impatto
ambientale” rilasciata dai competenti organi?)
In effetti il Consiglio Regionale dei Beni Culturali nella Delibera di
approvazione del progetto, verbale n. 2 del 12 febbraio 2001, dice espressamente:<<…approva,
purchè opportunamente modificato sul piano estetico ed ambientale,
secondo modalità che saranno indicate dalla competente Soprintendenza,
il progetto…>> Purchè opportunamente modificato! Quale
modifiche sono state apportate? E se modifiche sono state apportate, quale
doveva essere lo “stile” del progetto originario?
Certo, come non si stanca di ripetere il sindaco Bufardeci, il terzo ponte
è un’opera di protezione civile, necessaria, che deve servire
come via di fuga “definitiva” (sic!) in caso di calamità.
Eppure, ammesso che queste motivazioni fossero totalmente accettabili
( a mio avviso non lo sono) non si capisce perché un’opera
necessaria debba essere per forza brutta. Anche il Catello Maniace fu
costruito come opera necessaria e utile: serviva una fortezza difensiva.
Ma guardate che spettacolo i suoi archi, i suoi capitelli, le decorazioni
della porta. Certo erano altri tempi. Tempi bui. Medievali…
<<Non capisco come mai un paese così bello come l’Italia
faccia oggi dell’architettura così brutta>>(Jean Nouvel)
Neanche noi riusciamo a capirlo. E non riusciamo a capire perché
non si riesca a capire che la qualità della vita in una città
dipende anche dal contesto architettonico di quella città, come
avevano capito benissimo i grandi architetti del Rinascimento che ci hanno
lasciato le città d’arte che il mondo ci invidia: <<La
forza straordinaria del Rinascimento italiano risiedeva proprio nell’ambizione
di città come Firenze, Venezia, Roma, di costruire palazzi e spazi
pubblici magnifici. Oggi L’Italia soffre esattamente dell’opposto:
la totale mancanza di volontà politica di costruire bene.>>
(Richard Rogers)
Non sarebbe male riflettere su queste osservazioni e farne oggetto di
un confronto pubblico. Magari si potrebbero evitare nuove brutture.
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