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la
legge Cuffaro sulla famiglia
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Superato lo scoglio delle dimissioni
(almeno per ora) il presidente Cuffaro tornerà nei prossimi giorni
a spingere l’Assemblea Regionale Siciliana verso l’approvazione
della «sua» legge sulla famiglia, della quale già si
è svolta in aula la discussione generale. Si tratta di un provvedimento
concepito per sostenere la famiglia ma che apertamente ne costruisce altri
due: promuovere la famiglia convenzionale, fondata sul matrimonio, ed
affidare ad essa, in particolare alle donne, una parte sostanziale dell’assistenza
sociale. In una regione come la nostra, già fortemente arretrata
in tema di welfare, questo potrà segnare un decisivo arresto delle
politiche di solidarietà rivolte alla persona e della crescita
di strutture al loro servizio. L’impianto della legge ha peraltro
connotati fortemente ideologici, tali da dividere i partiti al loro interno
e da far prevedere, su alcune questioni di fondo, un dibattito che potrebbe
affrancarsi dagli schieramenti costituiti e muoversi verso posizioni «secondo
coscienza».
Già il primo articolo della legge ne contiene nettamente l’impronta,
rivela la cultura che la ispira e l’obiettivo che intende perseguire.
Recita infatti l’art. 1, al comma 1, che «La Regione riconosce
e valorizza (...) il ruolo della famiglia (...) quale soggetto (...) di
primario riferimento per le politiche di promozione della famiglia».
A prima vista, una tautologia: la famiglia soggetto di promozione di se
stessa, strumento e fine allo stesso tempo. Non si tratta tuttavia di
una svista (sarebbe passata inosservata all’esame di ben due commissioni,
riunitesi in diverse sedute) ma del coerente manifestarsi di un intento:
il vero scopo della legge è promuovere, «diffondere»
la famiglia.
Il governo Cuffaro non è mosso dall’obiettivo di dare risposta
ai bisogni delle persone ed anche delle famiglie (non importa qui se «matrimoniali»
o meno): tale scopo avrebbe infatti attivato una pluralità di strumenti
e, soprattutto, di soggetti (vedi la legge quadro 328/2000). Lo scopo
tutto aprioristico, addirittura ideologico, è invece quello di
incentivare la famiglia concentrando su di essa la responsabilità
del nostro sistema sociale.
Secondariamente, quello di depotenziare le altre forme di relazione sviluppatesi
nella società contemporanea e ripristinarvi il primato del matrimonio.
Contro il quale, è bene sottolinearlo, non nutriamo alcun pregiudizio
né, tantomeno, avversione. Ma non condividiamo, la riteniamo anacronistica
e moralistica, una legge che anziché affrontare e risolvere i problemi
delle persone e della società, tenta di modellare quest’ultima
secondo i propri principi: obiettivo che è di alcune religioni
in taluni momenti della storia, che è dei regimi fondamentalisti
ma che non può essere quello di un parlamento di uno stato laico,
liberale e pluralista, nel quale non è messa in discussione la
validità di un determinato modello ma la legittimità della
imposizione, per legge, di uno di essi.
Se è ver quanto sopra, non stupisce – perché nemmeno
questa è una svista – l’omissione, al contrario di
altri citati, dell’articolo 30 della nostra Costituzione fra le
fonti ispiratrici della legge. Vi si parla infatti del «dovere e
diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, anche
se nati fuori dal matrimonio» e del fatto che la legge «assicura»
ad essi «ogni tutela giuridica e sociale». Parole dei nostri
padri costituenti di quasi 60 anni fa, sembrate certo troppo scapigliate
per il nostro presidente e, da quanto abbiamo ascoltato, anche per qualche
capogruppo dell’opposizione che potrebbe considerare i «figli
nati fuori dal matrimonio» un incentivo (parole testuali) alla «deresponsabilizzazione
dei giovani» che «non privilegia una paternità e maternità
responsabili». Altro che salvare Amina! Ma su questo molti hanno
evidenziato l’anacronismo, l’illogicità, l’illegittimità
di una norma che arriverebbe a discriminare le unioni matrimoniali sopra
quelle migliaia cosiddette (l’espressione è giuridicamente
impropria) di fatto.
Al comma 2 la motivazione tutta ideologica della legge si svela in tutta
la sua pienezza. Vi si dice infatti che per le finalità precedentemente
indicate, cioè per la promozione della famiglia, è la famiglia
stessa che «costituisce riferimento essenziale di rilevazione e
sintesi dei bisogni dei suoi componenti» e pertanto essa è,
sempre la famiglia, il «soggetto attivo per lo svolgimento dei servizi
e l’attuazione degli interventi» previsti. Come si vede bene,
questa non è una norma, non regola alcunché e nemmeno detta
principi generali. Si tratta di un postulato filosofico secondo il quale
è essenzialmente nella famiglia che si registrano ed esprimono
i bisogni delle persone che la compongono e questa legge decide che deve
essere la famiglia stessa a darvi risposta. Come si vede, siamo all’enunciazione
di una vera e propria dottrina sociale. Non soltanto vengono ignorati
tutti i bisogni «sociali» che gli individui possono esprimere
al di fuori ed a prescindere dalla famiglia cui appartengono, ma ne viene
fuori la concezione secondo la quale tutti gli interventi a sostegno delle
persone, qui considerati solo ed in quanto componenti di famiglie, sono
di competenza delle famiglie stesse. Anni di stato sociale, in Italia
ed altrove, sostituiti in questa visione anacronistica della famiglia
che deve farsi carico di tutto, anche di ciò di cui è genesi.
irà, ma questa legge aiuta la famiglia a fare tutto questo, è
pensata apposta. Ma con quale concezione? Con quella stessa, arcaica,
secondo cui tutto gira intorno alla donna-madre ed è essa che va
aiutata. Attenzione, non ad essere donna, a potersi realizzare anche dentro
la famiglia come persona, ma ad essere madre (ed ovviamente sposa). Nulla,
in questa legge pre-rivoluzione industriale, fa riferimento al bisogno,
questo si diventato urgente per molte donne su cui grava il peso e lo
stress di lavoratrici e madri nel contempo, di essere aiutate. Di essere
aiutate non solo ad occuparsi meglio dei loro figli, che è l’unico
ruolo che questa legge assegna alle donne all’interno di una famiglia,
ma ad essere donne, ad avere del tempo libero per se stesse (e magari
poter così occuparsi meglio pure della famiglia) invece che sentirsi
solo le principali responsabili di quel «soggetto attivo per lo
svolgimento dei servizi e l’attuazione degli interventi»,
come questa legge vuole. Si discuterà così della famiglia
in una regione, unica in Italia, a non avere una legge sulle pari opportunità,
ad avere due terzi dei comuni totalmente sprovvisti di asili-nido e scuole
materne solo per chi ci arriva. Come aiutiamo in questo modo le madri,
la famiglia?
L’articolo sulla banca del tempo, per fare un esempio, è
una clamorosa occasione fallita. Ciò che era stato inventato per
liberare le donne, per aiutarle a trovare del tempo per se stesse, perché
no per fare palestra o visitare una mostra, affrancandole dalla regola
unica della casa, è qui concepito solo ed unicamente per aiutarle
o surrogarle nel ruolo di madri. Nessuna meraviglia, dunque che si forzi
a nuova interpretazione la stessa legge sull’aborto. Né che
si inventino, fulcro operativo di tutta la legge, le già famose
«Associazioni di solidarietà famigliare», intese come
sorta di banco del mutuo soccorso fra famiglie ma, soprattutto, fra madri.
Anche la scelta di monetizzazione di taluni servizi, in sé non
inutile, in una regione così carente di strutture pubbliche per
i cittadini appare il segnale di una resa, dell’abbandono di una
strada già derelitta. Una legge, insomma, che è tutta un
manifesto!
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