qualcosa di sinistra

  di francesco ortisi  

L’invito di Nanni Moretti a dire “qualcosa di sinistra” è divenuto nel tempo facile slogan, da utilizzare ogni volta che si voglia sottolineare la difficoltà a cui vanno incontro le forze appartenenti a questo schieramento, nel formulare proposte ed attuare iniziative che rendano riconoscibile la propria identità politica. Che lo slogan tocchi una questione nodale della stagione politica che si è aperta, non solo in Italia, con i mutamenti dell’ultimo decennio, sarebbe quanto mai inutile oltre che dannoso negarlo (pur senza giungere agli estremi dell’autoflagellazione tanto cara al masochismo di sinistra). Sarebbe inutile e dannoso perché anche la politica non può e non deve sottrarsi alla regola che suggerisce di guardare in faccia la realtà, di misurarsi con essa, piuttosto che negarla o giocare a nasconder(se)la. La necessità di rinnovare la nostra identità politica rappresenta dunque l’ennesimo banco di prova che la storia impone (periodicamente) alla sinistra europea.
Ma poiché quella stessa storia che ti mette alla prova, può anche inaspettatamente soccorrerti, ecco giungere inattesa una mano d’aiuto proprio dal fronte avverso, ossia da quella esplosiva miscela di xenofobia, populismo ed eversione che in Italia viaggia sotto il nome di Casa delle Libertà. A dimostrarlo basterebbe fare buon uso della memoria. E provare a ricordare cosa è accaduto nei due anni di governo Berlusconi sin qui trascorsi.
Abbiamo forse già dimenticato la grande ondata riformatrice dei primi mesi di attività del nuovo Parlamento a maggioranza berlusconiana? A quella frenetica fase di esordio legislativo si devono norme come quelle contenute nella legge di riforma del diritto societario che prevede la depenalizzazione del reato di falso in bilancio. Si passa poi alle norme sul rientro dei capitali esportati illegalmente, che consentono di riportare in Italia con la garanzia dell’assoluto anonimato capitali provenienti anche da attività illecite: regalo questo ben gradito alle organizzazioni criminali d’ogni tipo, mafia in testa (con cui, ci ricorda l’ineffabile ministro Lunardi, sarebbe opportuno rassegnarsi a convivere). Non bisogna poi trascurare il famigerato emendamento Dell’Utri che stravolge le norme sulle rogatorie internazionali, rendendo oltremodo difficoltoso e in alcuni casi impossibile l’acquisizione di prove a carico degli imputati. Non è un caso dunque che da lì a poco il governo Berlusconi si sia opposto all’accordo sul mandato di cattura europeo, che includerebbe la possibilità di essere applicato per i reati di corruzione, truffa e riciclaggio, nonché per i crimini contro l’ambiente. E siccome zucchero non guasta bevanda, si provvede alla defenestrazione di Tano Grasso dall’incarico di Commissario straordinario per la lotta al racket e all’usura e, di recente, a quel gravissimo atto con il quale è stato nominato membro della Commissione Antimafia l’avvocato Carlo Taormina, difensore di Pietro Lo Iacono, capomafia del mandamento di Bagheria. Si è intanto lavorato febbrilmente alla elaborazione della Legge Cirami, la cui rapida approvazione punta a bloccare il procedimento che vede imputato Cesare Previti per il caso Imi-Sir. La manovra però è destinata a fallire e si arriva alla condanna ad 11 anni di reclusione del deputato di Forza Italia (già ministro della Difesa nel primo governo Berlusconi). Immediata la reazione: parte una nuova ondata della virulenta campagna contro la magistratura e si preannuncia il ripristino dell’immunità parlamentare, mentre si approva con uno strappo costituzionale il cosiddetto Lodo Berlusconi, finalizzato a ripristinare una sorta di “Antico Regime”, secondo il quale la legge non è uguale per tutti.
Sul fronte antisindacale si scatena l’attacco all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che vieta alle imprese con oltre quindici dipendenti di poter licenziare senza giusta causa. Si riducono le risorse disponibili per la sanità pubblica, con una diminuzione degli investimenti stimata intorno ad un miliardo e mezzo di euro in meno ogni anno: è solo il prologo di una storiella ben nota, che prevede al capitolo successivo la sostituzione delle prestazioni pubbliche con quelle private, attraverso pacchetti assicurativi che solo la fascia dei cittadini con redditi alti potrà garantirsi; gli altri rimarranno mesi in fila d’attesa per una ecografia o un prelievo. La recita a soggetto prosegue anche tra i banchi di scuola e così si prendono i soldi dell’istruzione privata e si trasferiscono a quelle private dove, si sa, l’evasione fiscale e il lavoro nero sono di casa. Si riducono, per la prima volta nella storia non solo italiana, gli anni di istruzione obbligatoria, favorendo di converso la triste piaga dello sfruttamento del lavoro minorile, che è fenomeno dilagante soprattutto nel Mezzogiorno. Anche la politica a tutela dell’ambiente riceve i primi devastanti colpi di scure: attraverso l’approvazione di una legge-delega che esautora il Parlamento e affida ad un gruppo di 24 esperti la elaborazione di nuove norme sui parchi, sulla tutela delle acque, dell’aria, del suolo e sulla gestione dei rifiuti. Si preannunciano modifiche alle norme sul danno ambientale e sulla valutazione di impatto ambientale, insomma su tutto il complesso edificio costruito da quella nuova cultura di tutela dell’ambiente che ha rappresentato uno dei punti più significativi della politica non solo italiana degli ultimi decenni.
Sul fronte della politica estera si opera una pericolosa inversione di rotta, trasformando l’Italia, agli occhi del mondo, in una sorta di Stato-vassallo, indebolendo seriamente la vocazione europeista del nostro Paese, nonché la sua credibilità internazionale, come non hanno mancato di sottolineare autorevoli firme del giornalismo europeo, dall’”Economist” a “Le Monde”. Il primo inquietante segnale in questa direzione non tarda a manifestarsi fin dagli esordi del governo Berlusconi: il clamoroso dietro-front dell’Italia sul progetto di costruzione del cosiddetto Airbus europeo, finalizzato a garantire l’autonomia tecnologica dell’Unione Europea, provoca dapprima uno scontro interno al governo tra i ministri Martino e Ruggiero per concludersi nel gennaio 2002 con le dimissioni di quest’ultimo dalla guida del dicastero degli Esteri (poltrona occupata poi rapidamente dall’ineffabile Re Silvio). I tragici fatti di Genova nei giorni del funesto G8 sono il frutto anche dell’insana impazienza con cui il nuovo capo di governo italiano (spalleggiato per l’occasione dai “duri” di AN) intende dimostrare a Bush la propria affidabilità e la “fermezza” con cui è capace di contrastare e tenere a bada (con le buone o con le cattive) il movimento no-global.
Di tutto questo non bisogna perdere la memoria, mentre siamo impegnati a ritrovare parole e idee che diano identità al nostro agire politico. Perché sarà pure vero che la sinistra italiana ed europea deve operare una complessa rivisitazione delle proprie politiche e del proprio linguaggio, ma senza nel frattempo dimenticare la necessità e l’urgenza di scavalcare il muro di silenzio e complicità che si erge a baluardo di Berlusconi e dei gravi provvedimenti approvati dalla sua maggioranza parlamentare; la necessità e l’urgenza di ritrovare e rafforzare il nostro radicamento nella società, di mantenere un contatto diretto con la gente, nelle strade e nelle piazze; di continuare a discutere e ad informare, con incontri e confronti, con i banchetti e i megafoni, ai cancelli delle scuole e delle fabbriche, rivolgendosi in primo luogo a chi si è disaffezionato al voto o ha votato Berlusconi, magari pensando in buona fede che ciò avrebbe potuto costituire una scelta positiva per l’Italia. Bisogna riconquistare una larga parte di elettorato. Abbiamo cominciato a farlo, come dimostra la recente consultazione elettorale. Potremo continuare a farlo, se riusciremo a non parlare soltanto e sempre tra noi e di noi.