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L’invito di Nanni Moretti a
dire “qualcosa di sinistra” è divenuto nel tempo facile
slogan, da utilizzare ogni volta che si voglia sottolineare la difficoltà
a cui vanno incontro le forze appartenenti a questo schieramento, nel
formulare proposte ed attuare iniziative che rendano riconoscibile la
propria identità politica. Che lo slogan tocchi una questione nodale
della stagione politica che si è aperta, non solo in Italia, con
i mutamenti dell’ultimo decennio, sarebbe quanto mai inutile oltre
che dannoso negarlo (pur senza giungere agli estremi dell’autoflagellazione
tanto cara al masochismo di sinistra). Sarebbe inutile e dannoso perché
anche la politica non può e non deve sottrarsi alla regola che
suggerisce di guardare in faccia la realtà, di misurarsi con essa,
piuttosto che negarla o giocare a nasconder(se)la. La necessità
di rinnovare la nostra identità politica rappresenta dunque l’ennesimo
banco di prova che la storia impone (periodicamente) alla sinistra europea.
Ma poiché quella stessa storia che ti mette alla prova, può
anche inaspettatamente soccorrerti, ecco giungere inattesa una mano d’aiuto
proprio dal fronte avverso, ossia da quella esplosiva miscela di xenofobia,
populismo ed eversione che in Italia viaggia sotto il nome di Casa delle
Libertà. A dimostrarlo basterebbe fare buon uso della memoria.
E provare a ricordare cosa è accaduto nei due anni di governo Berlusconi
sin qui trascorsi.
Abbiamo forse già dimenticato la grande ondata riformatrice dei
primi mesi di attività del nuovo Parlamento a maggioranza berlusconiana?
A quella frenetica fase di esordio legislativo si devono norme come quelle
contenute nella legge di riforma del diritto societario che prevede la
depenalizzazione del reato di falso in bilancio. Si passa poi alle norme
sul rientro dei capitali esportati illegalmente, che consentono di riportare
in Italia con la garanzia dell’assoluto anonimato capitali provenienti
anche da attività illecite: regalo questo ben gradito alle organizzazioni
criminali d’ogni tipo, mafia in testa (con cui, ci ricorda l’ineffabile
ministro Lunardi, sarebbe opportuno rassegnarsi a convivere). Non bisogna
poi trascurare il famigerato emendamento Dell’Utri che stravolge
le norme sulle rogatorie internazionali, rendendo oltremodo difficoltoso
e in alcuni casi impossibile l’acquisizione di prove a carico degli
imputati. Non è un caso dunque che da lì a poco il governo
Berlusconi si sia opposto all’accordo sul mandato di cattura europeo,
che includerebbe la possibilità di essere applicato per i reati
di corruzione, truffa e riciclaggio, nonché per i crimini contro
l’ambiente. E siccome zucchero non guasta bevanda, si provvede alla
defenestrazione di Tano Grasso dall’incarico di Commissario straordinario
per la lotta al racket e all’usura e, di recente, a quel gravissimo
atto con il quale è stato nominato membro della Commissione Antimafia
l’avvocato Carlo Taormina, difensore di Pietro Lo Iacono, capomafia
del mandamento di Bagheria. Si è intanto lavorato febbrilmente
alla elaborazione della Legge Cirami, la cui rapida approvazione punta
a bloccare il procedimento che vede imputato Cesare Previti per il caso
Imi-Sir. La manovra però è destinata a fallire e si arriva
alla condanna ad 11 anni di reclusione del deputato di Forza Italia (già
ministro della Difesa nel primo governo Berlusconi). Immediata la reazione:
parte una nuova ondata della virulenta campagna contro la magistratura
e si preannuncia il ripristino dell’immunità parlamentare,
mentre si approva con uno strappo costituzionale il cosiddetto Lodo Berlusconi,
finalizzato a ripristinare una sorta di “Antico Regime”, secondo
il quale la legge non è uguale per tutti.
Sul fronte antisindacale si scatena l’attacco all’articolo
18 dello statuto dei lavoratori, che vieta alle imprese con oltre quindici
dipendenti di poter licenziare senza giusta causa. Si riducono le risorse
disponibili per la sanità pubblica, con una diminuzione degli investimenti
stimata intorno ad un miliardo e mezzo di euro in meno ogni anno: è
solo il prologo di una storiella ben nota, che prevede al capitolo successivo
la sostituzione delle prestazioni pubbliche con quelle private, attraverso
pacchetti assicurativi che solo la fascia dei cittadini con redditi alti
potrà garantirsi; gli altri rimarranno mesi in fila d’attesa
per una ecografia o un prelievo. La recita a soggetto prosegue anche tra
i banchi di scuola e così si prendono i soldi dell’istruzione
privata e si trasferiscono a quelle private dove, si sa, l’evasione
fiscale e il lavoro nero sono di casa. Si riducono, per la prima volta
nella storia non solo italiana, gli anni di istruzione obbligatoria, favorendo
di converso la triste piaga dello sfruttamento del lavoro minorile, che
è fenomeno dilagante soprattutto nel Mezzogiorno. Anche la politica
a tutela dell’ambiente riceve i primi devastanti colpi di scure:
attraverso l’approvazione di una legge-delega che esautora il Parlamento
e affida ad un gruppo di 24 esperti la elaborazione di nuove norme sui
parchi, sulla tutela delle acque, dell’aria, del suolo e sulla gestione
dei rifiuti. Si preannunciano modifiche alle norme sul danno ambientale
e sulla valutazione di impatto ambientale, insomma su tutto il complesso
edificio costruito da quella nuova cultura di tutela dell’ambiente
che ha rappresentato uno dei punti più significativi della politica
non solo italiana degli ultimi decenni.
Sul fronte della politica estera si opera una pericolosa inversione di
rotta, trasformando l’Italia, agli occhi del mondo, in una sorta
di Stato-vassallo, indebolendo seriamente la vocazione europeista del
nostro Paese, nonché la sua credibilità internazionale,
come non hanno mancato di sottolineare autorevoli firme del giornalismo
europeo, dall’”Economist” a “Le Monde”.
Il primo inquietante segnale in questa direzione non tarda a manifestarsi
fin dagli esordi del governo Berlusconi: il clamoroso dietro-front dell’Italia
sul progetto di costruzione del cosiddetto Airbus europeo, finalizzato
a garantire l’autonomia tecnologica dell’Unione Europea, provoca
dapprima uno scontro interno al governo tra i ministri Martino e Ruggiero
per concludersi nel gennaio 2002 con le dimissioni di quest’ultimo
dalla guida del dicastero degli Esteri (poltrona occupata poi rapidamente
dall’ineffabile Re Silvio). I tragici fatti di Genova nei giorni
del funesto G8 sono il frutto anche dell’insana impazienza con cui
il nuovo capo di governo italiano (spalleggiato per l’occasione
dai “duri” di AN) intende dimostrare a Bush la propria affidabilità
e la “fermezza” con cui è capace di contrastare e tenere
a bada (con le buone o con le cattive) il movimento no-global.
Di tutto questo non bisogna perdere la memoria, mentre siamo impegnati
a ritrovare parole e idee che diano identità al nostro agire politico.
Perché sarà pure vero che la sinistra italiana ed europea
deve operare una complessa rivisitazione delle proprie politiche e del
proprio linguaggio, ma senza nel frattempo dimenticare la necessità
e l’urgenza di scavalcare il muro di silenzio e complicità
che si erge a baluardo di Berlusconi e dei gravi provvedimenti approvati
dalla sua maggioranza parlamentare; la necessità e l’urgenza
di ritrovare e rafforzare il nostro radicamento nella società,
di mantenere un contatto diretto con la gente, nelle strade e nelle piazze;
di continuare a discutere e ad informare, con incontri e confronti, con
i banchetti e i megafoni, ai cancelli delle scuole e delle fabbriche,
rivolgendosi in primo luogo a chi si è disaffezionato al voto o
ha votato Berlusconi, magari pensando in buona fede che ciò avrebbe
potuto costituire una scelta positiva per l’Italia. Bisogna riconquistare
una larga parte di elettorato. Abbiamo cominciato a farlo, come dimostra
la recente consultazione elettorale. Potremo continuare a farlo, se riusciremo
a non parlare soltanto e sempre tra noi e di noi.
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