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Nonostante ritardi e divari geografici,
la scuola italiana è diventata il luogo principale di formazione
all’uso delle tecnologie informatiche. L’ultimo rapporto ufficiale
del MIT (Ministero per l’Innovazione Tecnologica) offre alcuni dati
che confermano questa tendenza: il rapporto computer-alunni è di
1 a 15; una scuola su tre risulta cablata ed il 10% degli istituti scolastici
dispone di una LAN (rete locale). Obiettivi più ambiziosi sono
stati fissati dalla Comunità Europea e dalle linee programmatiche
di sviluppo, che si sono imposte MIT e MIUR (Ministero dell’Istruzione).
A questo punto, però, si propone una seconda sfida, che è
educativa e tecnologica al tempo stesso: quale tipo di formazione bisognerà
progettare per i nostri ragazzi? Dovremo cioè limitarci a formare
dei semplici utilizzatori di applicazioni d’uso corrente (Windows,
MS Office, ecc.) o dovremo invece puntare ad una formazione più
scientifica, basata sulla ricerca e la condivisione della conoscenza informatica?
È una sfida questa che determinerà anche le scelte tecnologiche
che opereranno le nostre scuole. Oggi, infatti, si è optato, in
maniera passiva, per l’acquisto di hardware e software di mercato,
uniformandosi sostanzialmente al tipo di scelte che hanno fatto le aziende
e la pubblica amministrazione. Il risultato è stato l’acquisto
di sistemi Windows e di pacchetti tipo MS Office, sui quali viene formata
una capacità meramente operativa, detta “punta e clicca”.
Il mondo del Software Libero suggerisce invece un’altra strada:
più interessante sul piano educativo, più formativa sul
piano professionale, più economica sul piano finanziario. Se, infatti,
dotassimo le nostre scuole di computer (non necessariamente potentissimi
– andrebbero bene anche pc ritenuti prematuramente vecchi) con Linux
e software libero (sostanzialmente gratuiti), risparmieremmo cifre importanti,
che potremmo investire più produttivamente per la formazione del
personale docente e per l’assistenza tecnica (attualmente i due
punti deboli di tutto il sistema).
Ma che cos’è il software libero? Molto sinteticamente, diciamo
che per essere definito libero, un software deve soddisfare queste 4 libertà:
eseguire il programma per qualunque scopo, senza vincoli sul suo utilizzo;
studiare il funzionamento del programma e di adattarlo alle proprie esigenze;
ridistribuire copie del programma; migliorare il programma e distribuirne
i miglioramenti. Inoltre, secondo Richard Stallman (il “profeta”
del software libero), bisognerebbe anche salvaguardare alcuni principi
etici, nel mondo del software, quali: libertà di scambio di informazioni,
attraverso sistemi aperti; piacere e divertimento; possibilità
di innovazione continua; organizzazione del lavoro creativa ed interattiva.
Scegliere dunque la strada del software libero, per la scuola italiana,
non significa solo risparmiare economicamente (e superare, anche, l’attuale
pratica di installare copie pirata di programmi proprietari!), ma anche
e soprattutto investire in una precisa filosofia. La scuola, infatti,
abbandonerebbe l’attuale posizione passiva nei confronti di aziende
monopoliste (vd. Microsoft), puntando invece a soluzioni software “a
cofano aperto”, ovvero programmi che consentono di essere copiati,
studiati, manipolati a livello di codice sorgente. La ricaduta educativa
è evidente: il software libero, al contrario di quello proprietario,
impone una visione di software come sapere da condividere, attraverso
un approccio di scambio tipico delle comunità scientifiche. I ragazzi,
inoltre, potrebbero essere coinvolti in progetti di software libero, consentendo
loro così: di imparare a lavorare in team, anche a distanza; di
conoscere nuovi modelli di organizzazione del lavoro; di sviluppare tecnologie
innovative.
La scelta del software libero sembrerebbe quindi la più logica
ed appropriata; eppure ancora non è così. Linux continua
ad essere, per le nostre scuole, un’entità astratta, mentre
si diffida di molto software, funzionale e collaudato, soltanto perché
gratuito e privo del logo Microsoft. Per cambiare il panorama bisognerà
intervenire su docenti, presidi, amministrazione centrale, per spiegare
che bisogna ripristinare libertà di scelta fondamentali, nell’acquisto
e nell’uso del software, esattamente come oggi avviene per i programmi
ed i libri di testo. Ma soprattutto bisognerà far capire che la
scuola non cambierà solo acquistando altri computer, per poi utilizzarli
in maniera banale. Se il computer non entra a scuola all’interno
di un più vasto progetto di libertà e ricerca scientifica,
come quello proposto dal software libero, non svilupperemo mai proposte
educative originali; ma ci limiteremo, spendendo peraltro milioni di euro,
a formare dei semplici tecnici esecutivi, che sanno “battere”
sulla tastiera e “cliccare” con il mouse.
Ma per fare questo, non basterebbe un economico corso di due mesi per
la patente europea?
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