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aspettando
di avere l'età per votare
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Maggio 2003, elezioni politiche.
Da qualche mese Augusta si è trasformata in un’arena in cui
a contendersi la vittoria dei ludi gladiatorii sono circa cinquecentosessanta
personaggi, tra candidati al quartiere, al consiglio comunale, alla provincia
e a sindaco, che ogni giorno si affannano per le strade elargendo ammiccanti
sorrisi e strette di mano ad una folla di cittadini ormai assuefatti ad
una massiccia dose giornaliera di volantini, comizi e discussioni ai tavolini
dei bar sulle imminenti elezioni.
La scelta è più che vasta e la confusione garantita.
Stando alle promesse e ai nobilissimi programmi presentati dai candidati
la nostra città in pochi mesi dovrebbe diventare una sorta di oasi
felice, una nuova isola che non c’è (e che probabilmente
non ci sarà mai).
Ma nel frattempo, mentre i nostri gladiatori fanno a gara per accattivarsi
le simpatie del popolo elettore e per proporre gattopardiani cambiamenti
che forse non avverranno mai, si presentano agli occhi di tutti spettacoli
osceni e a dir poco squallidi di piazze infestate dall’odore insopportabile
dei cassonetti dell’immondizia non ripuliti da giorni.
Intanto la città è pervasa da un’atmosfera quasi carnascialesca
intrisa da un certo alone di frenesia: le piazze sono gremite di persone,
dagli altoparlanti si diffondono in maniera assillante gli ormai famosissimi
ritornelli politici, l’attività di volantinaggio è
diventata una gara ossessiva per distribuire in ogni angolo le immagini
dei volti dei candidati e sopperire così alla mancanza dell’inconcesso
dono dell’ubiquità. Per non parlare della nuova competizione
agonistica in cui giovani e meno giovani si sono cimentati per collezionare
nel più breve arco di tempo possibile il maggior numero di questi
volantini.
L’idea globale che deriva da questo trambusto di voci e persone
è quella di un circo politico in cui le luci colorate e accecanti
servono solo ad offuscare e nascondere lo sporco che c’è
dietro e che da anni si accumula per colpa del tornacontismo e della disonestà
di chi ha approfittato della propria posizione per i propri interessi.
Continuare a sperare non è masochismo, è l’unico modo
per non lasciare che la nostra città affondi nel fango, e noi con
lei.
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