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posizioni
diverse nella sinistra per il referendum del 15 giugno per estendere l'art.
18 dello statuto dei lavoratori alle aziende con meno di 15 dipendenti
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Deve vincere
il si.
Appello pubblicato su “l’Unità” del 6 maggio
2003.
Esiste un problema urgente di tutela dei diritti di tutti i lavoratori
atipici (i cosiddetti Co.Co.Co.).
Molte ditte con più di 15 dipendenti, inoltre, utilizzano appalti
e sub-appalti (anche fittizi) per violare lo statuto dei lavoratori. Lo
strumento migliore resta quello di una legge che permetta di sagomare
gli irrinunciabili diritti del lavoratore secondo le frastagliate situazioni
oggi esistenti.
Promuovere un referendum, che ha efficacia solo abrogativa, fu un errore.
La maggioranza di governo ha tuttavia fatto muro contro ogni possibilità
di aggiornare i diritti dei lavoratori, e anzi scatenato una offensiva
per amputare e umiliare quelli esistenti. A questo punto il referendum
va al giudizio delle urne. Una vittoria del no o la mancanza del quorum
segnerebbero la vittoria di Berlusconi e di quanti vogliono annullare,
invece che aggiornare, i diritti dei lavoratori.
Ecco perché pensiamo si debba votare sì. Solo a partire
dalla vittoria del sì sarà possibile far approvare una legge
riformista.
Ci auguriamo dunque che tutti i leader dell’opposizione invitino
i cittadini a votare sì. Cavarsela richiamandosi alla “libertà
di voto” sarebbe un non senso: la libertà di voto è
un’ovvietà garantita dalla Costituzione.
Un leader è tale perché si assume la responsabilità
di dchiarare pubblicamente il suo orientamento. Speriamo che la voce dei
leader dell’opposizione risuoni alta e chiara per il sì,
anche eventualmente “turandosi il naso”.
Paolo Flores d’Arcais- Francesco “Pancho” Pardi
Non vado
a votare.
Tratto da un’intervista a Sergio Cofferati pubblicata su “l’Unità”
del 12 maggio 2003.
“Penso sempre che sia indispensabile estendere e modulare i diritti
verso tanti lavoratori che non ne hanno o non ne hanno a sufficienza.
Ho dedicato a questo obiettivo una parte consistente del mio lavoro passato
perché ritengo che i diritti sono fondamentali per ogni cittadino,
che qualsiasi modello competitivo deve rispettare(…). L’unico
strumento efficace è la legge, non esistono alternative e scorciatoie.(…)
Il referendum abrogativo della soglia dei 15 dipendenti per l’applicazione
del reintegro previsto dall’art.18 è uno strumento inefficace
e distorsivo. Non risolve nessun problema e ne crea di nuovi. Ho detto
all’epoca ai promotori, e non ho cambiato idea, che consideravo
e considero la loro scelta, al di là delle intenzioni dichiarate,
un grave errore e oggettivamente diversa per ragioni di merito e di effetti
prodotti, dalla strategia che la Cgil in quel momento praticava. (…)
Oggi di fronte al referendum mi pongo come credo che laicamente occorrerebbe
fare sempre.
Se nella consultazione referendaria prevalessero i “no” si
determinerebbe una condizione politica equivalente alla negazione dell’esistenza
del problema dell’estensione dei diritti e della modulazione.
E’ sorprendente anche la sottovalutazione degli effetti che produrrebbe
la vittoria del “sì”: Il quadro normativo che ne deriverebbe
finirebbe con l’essere in pari tempo inappropriato e in larghissima
parte inapplicabile. Infatti tutti sanno che le condizioni organizzative
e i rapporti delle aziende piccole o piccolissime sono del tutto diversi
rispetto a quelli delle aziende più consistenti. (…) Il disegno
di legge della Cgil è potenzialmente efficace e corretto perché
continua a tenerne conto. Il meccanismo referendario invece cancella automaticamente
queste diversità (…).
Questa è la strada migliore secondo me: non andare a votare.
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