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l'analisi
delle politiche per il mezzogiorno dell'ex presidente della commissione
antimafia
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Più che di Mezzogiorno al
singolare oggi è più opportuno parlare di vari Mezzogiorno,
al plurale. E questo perché varie sono le realtà che compongono
il nostro variegato Meridione d’Italia. Oggi questi Mezzogiorno
hanno bisogno di una grande idea, di un riferimento forte intorno al quale
riscoprire la propria identità, far emergere ed affermare le diversità
positive e le tante energie - senza naturalmente oscurare i tanti problemi
- che vi sono ancora nel Mezzogiorno differenziato.
Quindi, è maturo il tempo per una grande idea progettuale che motivi
il cuore, la mente, che metta in moto ideali, interessi, capacità
di governo, partecipazione e cultura istituzionale.
Questa grande idea è l’obiettivo del 2010, è la costruzione
della più vasta e significativa zona di libero scambio esistente
al mondo: l’area del Mediterraneo. Ed è intorno a questo
obiettivo che dobbiamo preparare le nostre realtà, intorno ad esso
dobbiamo definire obiettivi ben precisi: ecco perché il lavoro
che abbiamo fatto oggi e quello che si sta sviluppando in questi mesi
è preziosissimo ed indispensabile. E’ un lavoro che deve
vedere tutte le realtà del Mezzogiorno partecipi e responsabilizzate.
Questa grande idea, che va continuamente sviluppata, arricchita, ed alimentata,
richiede un contesto di pace e non di guerra: sì, anche qui oggi
dobbiamo parlare di pace e non di guerra, perché il Mezzogiorno
è parte integrante del Mediterraneo. Il contesto di guerra uccide
la capacità espansiva, di cooperazione, di crescita, di cultura,
di economia nel Mediterraneo con tutte le risorse e le potenzialità
che in questa storica area esistono e si debbono sviluppare.Certo, il
Mezzogiorno è una risorsa e dobbiamo dare rappresentanza alle intelligenze,
alle professionalità e alle competenze che in esso esistono. Guai
a noi se chi studia, se chi vuole innovare, se chi sa parlare il linguaggio
del “know-how”, della ricerca scientifica, dei brevetti, dell’innovazione,
se chi ha la competenza di innovare sia nei processi, sia nei prodotti,
la capacità di saper competere e di studiare, di ricercare nelle
Università, nei laboratori, nei nostri sistemi formativi non trova
in noi un interlocutore attento e partecipe. Guai a noi se la nostra politica
nella cultura, nel linguaggio, nelle formazione delle classi dirigenti
non è in grado di dare voce e rappresentanza a questi Mezzogiorno
che esistono e che vivono anche qui, in Sicilia, anche qui, nei nostri
complessi e difficili territori.
Nello stesso tempo, guai a noi se non sappiamo dare voce e rappresentanza
a quella parte del Mezzogiorno che ha mille problemi e povertà,
a quei giovani e quelle donne che non lavorano, a quelle imprese e a quei
disoccupati che in questo particolare momento cominciano a vivere quel
clima di declino che si respira in Italia e che investe soprattutto il
Mezzogiorno.
Ecco perché dobbiamo anche essere in grado di dare voce alle tante
situazioni di difficoltà in cui vive tanta gente nei nostri quartieri.
Lì, in quelle aree difficilissime di disagio, dove c’è
ancora un atavico problema abitativo, dove mancano ancora i servizi elementari:
dagli asili-nido a tutta la gamma vastissima dell’assistenza e dei
servizi moderni di tipo sanitario e sociale. Lì noi dobbiamo far
sentire ancora di più la nostra attenta presenza e il nostro impegno.
Dobbiamo allora farci carico delle varie realtà del Mezzogiorno
perché tutti i Mezzogiorno vanno rappresentati, tutte le diverse
realtà hanno bisogno di cultura, di capacità di governo
e di innovazione. Ad esempio, il reddito minimo di inserimento deve diventare
un nostro punto forte di programma e di azione. Ricordo che il reddito
minimo è stato sperimentato positivamente dal centrosinistra con
il ministro Livia Turco, mentre oggi viene negato e cancellato dal governo
di centrodestra.
E punti come il risanamento dei quartieri, il ridisegno urbano delle nostre
periferie, il miglioramento e il potenziamento della nostra sanità
e delle nostre scuole devono essere parte integrante di un’idea
forte e programmatica del Mezzogiorno.
Certo, tutto questo deve andare insieme alle piccole e medie imprese,
al tessuto produttivo, alla capacità di saper dare aree attrezzate
ai nostri artigiani che si vogliono espandere e collocarsi dentro un contesto
di legalità e di sviluppo e insieme al risanamento delle coste
che devono diventare una risorsa e non invece una realtà da saccheggiare
anche con i condoni che si affacciano alle porte, non solo della Sicilia
ma dell’intero Paese. Per questi motivi, abbiamo bisogno di innovazione
e di ricerca, di un credito bancario funzionale al nostro sistema delle
piccole e medie imprese. Ma tutto ciò non parte, rimane sempre
confinato nel limbo delle buone intenzioni o delle dichiarazioni di principio.
Perché abbiamo da sciogliere una questione centrale che è
quella legata alla presenza della mafia. Un problema molto importante
perché la mafia c’è e condiziona la nostra vita economica,
sociale e democratica. E per combatterla e sconfiggerla dobbiamo superare
innanzi tutto una grande sfida che si pone davanti a noi. Mi riferisco
al rapporto mafia-politica e Stato. Nel passato noi avevamo un rapporto
tra mafia e politica dove prevaleva la collusione e gli interessi della
mediazione. La politica, in sostanza, aveva una sua sfera di autonomia
e la mafia altrettanto. Queste due dimensioni però in modo perverso
s’intrecciavano sugli appalti, sugli affari, sul voto di scambio,
sulla corruzione, sulla presenza in settori ampi delle nostre istituzioni.
Oggi dobbiamo guardare a quello che sta avvenendo nel rapporto tra mafia
e politica e interrogarci se è ancora prevalente il rapporto di
mediazione oppure, se accanto alla mediazione - che ancora oggi è
presente nel rapporto tra Cosa Nostra ed esponenti delle istituzioni -
comincia ad emergere un dato ancora più preoccupante, cioè
avanza il dato pervasivo della rappresentanza diretta dell’Onorata
società, e delle altre mafie anche in diverse realtà del
Mezzogiorno, direttamente dentro il sistema delle istituzioni e della
politica. Ecco perché dobbiamo riflettere intorno a questo punto,
non farci trovare impreparati e sapere che il rapporto mafia e politica
è una questione strutturale. Devo ammettere con molta onestà
che anche nella storia dei gruppi progressisti della sinistra non sempre
questo dato è diventato un tema d’impegno strutturale. È
sempre stato un tema di piena solidarietà verso quei compagni,
quei democratici, verso quegli esponenti delle Forze dell’Ordine
e della Magistratura, verso quei commercianti impegnati attraverso il
movimento antiracket promosso da Tano Grasso, nel contrasto a Cosa Nostra
e alle altre mafie. Si era e si è sempre pronti ad esprimere una
grande dimensione di solidarietà di fronte agli omicidi e alle
stragi. Ma se guardiamo la storia lunga, dai fasci siciliani al dopoguerra,
fino ai nostri giorni, dobbiamo riconoscere che solo in pochi momenti
la politica, anche quella progressista, ha saputo assumere in modo strutturale
la lotta alla mafia come un grande impegno quotidiano e progettuale, mettendo
insieme legalità e sviluppo, sviluppo e legalità. A questo
proposito, non dobbiamo mai dimenticare l’esempio di Pio La Torre.
Adesso dobbiamo avere l’intelligenza di riprendere questo cammino
perché oggi dobbiamo fare in modo che il rapporto mafia-politica
diventi un elemento strutturale di riforma della politica, di capacità
dei DS, del centrosinistra, di tutta la politica di riformarsi nella capacità
di saper organizzare un programma sistemico, progettuale, continuativo,
forte su tutti i versanti della lotta alle mafie: da quello repressivo
a quello economico, da quello sociale a quello culturale, a quello locale
a quello internazionale. Un’azione sistemica, forte qualificata
che entri nei percorsi di selezione delle classi dirigenti, che caratterizzi
l’agenda dei Parlamenti nazionali ed europei, che orienti le scelte
che si devono fare di tipo finanziario, istituzionale ed amministrativo.
Una questione, insomma, che venga posta come fondamento di ogni pensare
e agire politico, che venga finalmente assunta con rigore, serietà,
quotidianità e che non si ponga solo all’indomani di un omicidio,
che non si affronti solo presi dall’emozione, dall’indignazione
del dopo ma prima. Prima che Cosa Nostra ritorni alle armi, prima che
la ‘Ndrangheta strangoli la Calabria, prima che le tante realtà
positive, le straordinarie eccellenze nei tanti differenti Mezzogiorno
siano aggredite, soffocate nella crescita, nello sviluppo, nella maturazione.
Bisogna agire prima, insomma, per poter compiere quel necessario balzo
in avanti che il Censis qualche giorno fa ci ha illustrato in modo chiaro
e inequivocabile come possibile. Adesso sappiamo che le mafie tolgono
mediamente il 2% di PIL di sviluppo alle aree del Sud e che basterebbe
questo ritmo di crescita negata per rendere i Mezzogiorno, con i mille
problemi che hanno ma anche con le tante ricchezze e potenzialità,
capaci di competere, di confrontarsi e di camminare al passo delle aree
del centro nord Italia e d’Europa. Un motivo non da poco per fare
questa grande scelta e questo impegnativo cammino.
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