il giardino di damarete

  di antonio ferrarini  

 

Il pianeta della Cooperazione sociale ha rivolto da un po’ di tempo a questa parte la sua attenzione all’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati (disabili, ex tossicodipendenti, etc), molti dei quali non riescono a completare il loro progetto riabilitativo proprio per la mancanza di un lavoro vero che dia loro la dignità di sentirsi membri attivi della collettività. Spesso, però, le cooperative sociali di inserimento, nascono strutturalmente deboli per la evidente mancanza di esperienze professionali dei suoi componenti.
Nasce così l’idea di creare una cooperativa sociale con una natura diversa. Un gruppo di professionisti (tra cui soggetti svantaggiati), con forti motivazioni sociali si è riunito al fine di creare un nucleo forte in grado di competere con le professionalità esistenti nel mercato; consentendo, in tal modo, di ammortizzare la carenza di professionalità dei soggetti svantaggiati.
La cooperativa viene costituita il 23\12\1998 con il nome de “Il Giardino di Damarete”. Damarete era la moglie del tiranno di Siracusa Gelone, che nella storica battaglia del 480 a.c. sconfisse ad Imera i Cartaginesi. Damarete impose alle città cartaginesi della Sicilia la fine degli odiosi sacrifici umani.
Gli ambiti entro i quali la cooperativa si muove sono ben definiti:
1. produzione di piante ornamentali;
2. progettazione, realizzazione, manutenzione e gestione di aree verdi;
3. formazione
La produzione prevalente è quella delle giovani piantine ornamentali da vendere ai vivai accrescitori; si tratta pertanto di una produzione tutta rivolta al mondo delle imprese profit. Questa fase della filiera produttiva delle piante ornamentali è senza dubbio la più delicata e comporta la necessità di Know-how, costose tecnologie di supporto e capacità di gestire la logistica produttiva con regole imprenditoriali.
Ciò rende tale cooperativa uno di quei soggetti pilota previsti come obiettivi prioritari dalla Unione Europea, soggetti cioè che vanno al di là della quasi totalità delle cooperative sociali di tipo B che operano quasi esclusivamente con i Contracting-out dell’Amministrazione pubblica. La cooperativa ha avviato la sua attività produttiva in C.da S. Teresa Longarini a Siracusa dotandosi, grazie esclusivamente alla competenze ed alla capacità tecniche dei soci, di impianti produttivi costituiti da serre con sistemi automatizzati di produzione, macchinari e quant’altro utile alla produzione delle piante ornamentali. Lo sviluppo di una dinamica produttiva protetta e le capacità interrelazionali dei soci lavoratori, hanno consentito di creare un ambiente idoneo sia all’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati (in questo momento l’azienda ha inserito stabilmente due disabili psichici ed un detenuto in misura alternativa), sia ad effettuare una produzione di qualità competitiva rispetto ad altre imprese del settore.
Per le attività di lavoro esterne al nucleo produttivo aziendale (realizzazione, manutenzione e gestione di aree a verde), la cooperativa si avvale anche di un gruppo di lavoratori professionisti del settore che integrano, compensano ed agevolano l’inserimento lavorativo dei soggetti svantaggiati. La consapevolezza di avere un ruolo strategico di riferimento ed indirizzo, nell’ambito del terzo settore, ha convinto i soci della cooperativa ad ampliare la propria offerta rivolta al mondo dello svantaggio.
Infatti, poiché la struttura produttiva della cooperativa deve rimanere competitiva, rispetto alle altre imprese del settore, il nucleo lavorativo deve rispondere ai canoni del profit. Il risultato è un numero di inserimenti lavorativi di soggetti svantaggiati, ridotti nel numero ma di grandissima qualità.
Si tratta infatti di inserimenti stabili che consentono ai soggetti svantaggiati ed alle loro famiglie, di programmare per il proprio futuro senza le problematiche classiche della precarietà legata ai contratti con la Pubblica Amministrazione.
Una cooperativa di tipo B così unica come la nostra, non può però avere solo lo scopo di inserire stabilmente alcuni lavoratori; essa ha la particolarità di avere un ambito realmente produttivo ma protetto, ove soggetti con varie tipologie di svantaggio, possono effettuare esperienze lavorative strutturate con dinamiche produttive del tutto simili al mondo del lavoro ma senza lo stress tipico delle imprese profit.
La cooperativa ha pertanto creato due ambiti strettamente correlati tra loro ma indipendenti:
1. il primo ambito è quello produttivo che deve, come già detto, rispondere ai canoni della competitività ma con soggetti svantaggiati inseriti stabilmente;
2. il secondo è quello di porsi al termine del classico percorso di inserimento o reinserimento dei soggetti svantaggiati, come luogo ideale dove i soggetti svantaggiati effettuino esperienze lavorative in ambito protetto preparandosi più adeguatamente ad affrontare l’ingresso nel mondo del lavoro.
In questo secondo caso, la cooperativa può mettere a disposizione le sue strutture, ma i carichi economici non possono e non devono incidere sulle dinamiche produttive dell’azienda. Ed è bene che si comprenda che un eventuale indennità ai soggetti svantaggiati o il vantaggio fiscale dell’esenzione contributiva, di per sé non è affatto sufficiente a giustificare e consentire il raggiungimento degli obiettivi succitati. Troppo spesso dobbiamo dimostrare sia al mondo del profit, che purtroppo a chi si interessa di svantaggio, che un soggetto svantaggiato in fase di inserimento non può essere minimamente paragonato ad un normale lavoratore. Basti pensare che in passate esperienze, in un solo giorno, uno di questi soggetti, per una sua incomprensione, ha provocato un danno all’azienda con la perdita di oltre 3000 piantine che al prezzo di mercato di 0.25 € cad, è pari a € 750. Nessuna azienda al mondo e nessun tipo di “indennità” può giustificare tali fenomeni e la possibilità concreta di tali evenienze, non solo rende chiari i motivi per cui è difficilissimo l’inserimento nel mondo del lavoro, ma rende ancora di più strategica la presenza di ambiti produttivi “PROTETTI” dove potere “sbagliare”. I soggetti devono avere dei tutor pagati, indipendenti dalla struttura produttiva dell’azienda, delle materie prime, degli spazi e strutture anch’essi indipendenti e previsti in eventuali progetti. Solo in tal modo si salvaguarda il nucleo produttivo e si mantiene il ruolo strategico inalterato. Nel caso contrario, purtroppo, a nostro avviso non si potrà prescindere da un livello assistenziale del settore ed alla necessità di “obbligare” le aziende ad assumere i soggetti svantaggiati. Ma non può e non deve essere una strada percorribile nel futuro poiché la difficoltà non è l’assunzione ma una permanenza accettata, produttiva e consapevole.