qualche anno fa

  di paolo fai  

contro l'ignoranza della lega

Le ultime sortite del Pdl, ministro Gelmini in testa, in merito all’istituzione di albi regionali per i docenti e, peggio ancora, di un esame preventivo che comprovi la loro conoscenza del dialetto della regione del Nord Italia in cui dovessero insegnare, sono l’ennesima prova della visione prevalentemente antiitaliana e antiunitaria, razzistica e antidemocratica che la Lega ha oramai trasfuso nella coalizione di destra al governo. La “sparata” di fine luglio non è, infatti, casuale, bensì preparata di lunga mano e ispirata da un comune e diffuso sentire nel cuore profondo del Nord Italia che vota i Borghezio, i Calderoli, i Cota, i Bricolo, i Gentilini. A questo riguardo, mi pare utile per i lettori il racconto di una mia personale esperienza.
Qualche anno fa, trovandomi a Peschiera del Garda non per una gita di piacere, mi capitò di fare conoscenza con un signore del luogo, più che settantenne, che portava molto bene gli anni, già vicesindaco di quel Comune. La tesi di quel signore, leghista di inconcussa fede, era che gli insegnanti del Sud dovevano starsene al Sud perché non sapevano spiegare agli alunni cosa fosse e come si preparasse la polenta (questo, proprio questo era l'esempio che produceva). Da parte mia, cercai di fargli capire che, in tanti anni di insegnamento di italiano al ginnasio, avevo fatto amare il padre ottocentesco della lingua italiana, Alessandro Manzoni, spiegando con amore, spesso ripagato, ai miei alunni quella "storia milanese del XVII secolo" dove "si parla di promessi sposi" e, tra l'altro, anche di polenta. Poiché il mio interlocutore non era un leghista poco alfabetizzato (era farmacista), mi premurai di chiarirgli che uno degli studiosi più raffinati di Manzoni era stato il siciliano Luigi Russo, il cui commento scolastico del romanzo manzoniano resta ancora esemplare. Ancora, ad ulteriore sostegno, addussi la lezione di Leonardo Sciascia, per il quale l'immortale romanzo del Manzoni è, inconfutabilmente, l'autobiografia della nazione italiana, ancorché l'Italia, nel 1842 (anno dell'ultima edizione del romanzo), ancora nazione non fosse, e gli italiani fossero di là da venire (ammesso che siano venuti davvero...). Egli non arretrava di un millimetro dalle sue posizioni, nonostante adducessi altri esempi tratti dalla cucina siciliana, qua e là presenti nella letteratura siciliana, dal gelo di scorzonera nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa alle chiocciole (i crastuna) in Conversazione in Sicilia di Vittorini, dalla “pasta zito nei piatti condita con sarde, finocchietti, pinoli e uva passa” nel Sorriso dell’ignoto marinaio di Consolo agli inarrivabili arancini del racconto Gli arancini di Montalbano di Camilleri, altrettanto tipici quanto ormai nazionali, italiani. "Allora un docente del Nord eviterà di leggere romanzi e racconti degli scrittori siciliani perché vi sono descritte pietanze tipiche di Palermo o di Siracusa?", incalzavo. Si chiudeva in un silenzio ostinato o ribadiva macchinalmente la sua "verità". Era proprio sordo, sordo essendo non chi non sente, ma chi non vuol sentire.
Capii allora che chi vota Lega ha della cultura una visione piuttosto rozza, piccina e povera, da "piccole patrie", incapace dunque di capire che la vera cultura consiste nell'apertura all'altro, nel dialogo, nella reciprocità di scambi e di influenze, nel cosmopolitismo, e che tanto più ricca è una società quanto più accoglie esperienze diverse e lontane. Bisognerebbe fare ripassare ai leghisti la storia ellenistica, in cui spicca l’ardita visionarietà di Alessandro Magno, che, inseguendo il sogno di un impero universale, attuò la mescolanza di culture diverse e fino ad allora confliggenti, come la greca e la persiana.
Ma i leghisti hanno cattivi maestri che agitano miti senza costrutto e fanno della storia un uso spregiudicatamente propagandistico. I Celti, la Padania, Alberto da Giussano contro Federico Barbarossa, le acque sacre del Po: folklore, legittimo e sacrosanto, come il festino di santa Rosalia a Palermo o i nuri di san Sebastiano a Melilli. E nulla più. (Ma avrà mai assaggiato, quel farmacista, un piatto di spaghetti fumanti, conditi con olio degli Iblei e pomodorino crudo di Pachino?).