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tra
errori grammaticali e successo internaziona-le
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La sera del 24 agosto 2009
il telegiornale di RAI 1 trasmette un servizio che dovrebbe indurci a
riflettere circa l’uso e l’insegnamanto della lingua italiana:
le universita’ del Bel Paese “scoprono” che le neo
matricole scrivono comettendo errori di grammatica. Sembra che certe
università stiano già correndo ai ripari per evitare che
futuri avvocati, ingegneri, magistrati, professionisti vari, e magari
anche insegnanti, si esprimano e scrivano sbagliando sul piano ortografico,
sintattico e grammaticale in genere, dando luogo a potenziali fraintedimenti
e malintesi come se il linguaggio di per sè non nascondesse già abbastanza
insidie data la sua intrinseca natura “imperfetta”. Leibniz
ebbe a dire “Calcoliamo!”, volendo evitare malintesi linguistici
e pensando di formalizzare in modo elegante il linguaggio. Francamente,
dopo una simile notizia, il pensiero si rivolge con “fare perplesso” ai
proseliti sull’insegnamento del dialetto nelle scuole...
Mario Calbresi scrive su “La Repubblica” di qualche tempo fa: "Quando
il professore fece l'appello, il primo giorno, tutti si voltarono a guardarmi:
il mio cognome era l'unico che non finisse con una vocale". Università della
Pennsylvania, anno 1956, Daniel Berger, ebreo newyorkese, è l'unico
studente del corso di italiano a non essere figlio di emigranti. Gli americani
fanno studiare ai loro figli il francese, la lingua dei viaggi, della gastronomia
raffinata e della cultura. L'italiano è identificato con il dialetto
che parlano i muratori, i giardinieri e i camerieri dei ristoranti. Mezzo
secolo dopo la nostra lingua si è presa la rivincita, in crescita
costante da dieci anni, ora è la quarta più studiata nelle
università americane e oltre 60mila ragazzi nel 2006 hanno scelto
di seguire un corso di lingua e cultura italiana. Il medesimo articolo
di Calabresi continua cosi’: "E' un momento magico, ci sono
cattedre ovunque negli Stati Uniti perfino in Alaska e alle Hawaii; ne
sono appena state aperte due a Puerto Rico". Massimo Ciavolella, che
guida il dipartimento di italiano all'Università della California
a Los Angeles, ha studiato l'evoluzione del fenomeno: "Vedo tre ragioni
per questo boom: è sparita l'idea dell'italiano come emigrante,
oggi la nostra lingua si è liberata da quell'immaginario ed esprime
un'idea di cultura e di stile. Il successo dei prodotti italiani è servito
da traino, penso alla moda e al cibo. L'Italia ha cambiato il modo di vestire
e di mangiare degli americani e questo li ha conquistati. Infine è rinata
la moda del Grand Tour: più di 80 università americane hanno
una sede a Firenze. Per un giovane studente oggi il viaggio in Italia rappresenta
una tappa fondamentale di formazione".
Nell’epoca delle proposte regionalistiche inerenti la valorizzazione
di quartieri, rioni, dialetti e separatismi vari si potrebbe, almeno, essere
fieri del valore accademico raggiunto dalla lingua italiana negli USA e
magari tale situazione potrebbe essere uno sprone ad insegnarla meglio
e con maggior consapevolezza anche da noi.
Il senso dell’importanza della lingua italiana si evince icasticamente
anche dalla seguente citazione tratta da wikipedia: “dell'Italia,
di San Marino, della Svizzera (insieme al tedesco, al francese e al romancio),
della Città del Vaticano (insieme al latino) e del Sovrano Militare
Ordine di Malta. È seconda lingua ufficiale, dopo il croato, nella
Regione Istriana (Croazia) e, dopo lo sloveno, nelle città di Pirano,
Isola d'Istria e Capodistria in Slovenia. L'italiano è inoltre diffuso
in alcune aree dei paesi mediterranei e nelle comunità di origine
italiana nei diversi continenti.
Viene dunque spontaneo riflettere sugli errori delle nostre matricole universitarie
che un giorno rappresentaranno sul piano diplomatico, politico, artistico,
culturale e internazionale l’Italia dove probabilmente urge una seria
considerazione sulle metodologie didattico-educative relative all’insegnamento
dell’italiano sia in senso grammaticale che cultural-letterario:
sebbene le lingue si modifichino nel tempo, una maggiore attenzione verso
il saper scrivere (e quindi parlare) eviterebbe una probabile babele linguistica
fatta di dazi e pedaggi sintattico-grammaticali di asburgica e borbonica
memoria da cui siamo gradualmente usciti mentre un dialetto dal sapore “divino” ha
fatto “carriera” evolvendosi nella nostra elegante, raffinata
e musicale lingua.
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