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lo stato
dell'econo-mia siracu-sana
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Non capita tutti i giorni
che la presentazione di un rapporto economico venga replicata, sia pure
in un contesto meno solenne, a pochi mesi di distanza dalla “prima”.
E’ quanto è accaduto allo studio su Assetti e tendenze della
provincia di Siracusa nel quadro della competizione globale, elaborato
dal prof. Maurizio Caserta, ordinario di economia politica alla facoltà di
scienze economiche dell’Università di Catania.
Predisposto per la “Giornata dell’economia”, che si celebra
ogni anno in tutte le province italiane per iniziativa dell’Unioncamere,
il rapporto è stato presentato, per la prima volta, alla classe
dirigente siracusana lo scorso 8 maggio. Ma i suoi contenuti sono rimasti
confinati all’interno della ristretta cerchia degli addetti ai lavori
e non sono entrati a far parte del dibattito politico ed economico, che
quasi ogni giorno si svolge nelle sedi istituzionali e sui giornali. Per
questa ragione, Agire solidale e l’Associazione Paolo Romano hanno
chiesto al prof. Caserta di “ripresentare” il suo rapporto
nel corso di convegno che si è tenuto sabato 12 settembre a Floridia.
La speranza è che, anche grazie a questa “seconda lettura”,
i suoi contenuti circolino un po’ di più e mettano in moto
comportamenti politici conseguenti.
Ma che cosa c’è di tanto dirompente in questo rapporto? C’è una
spiegazione non semplicistica, e non di comodo, dei mali dell’economia
siracusana. Da sempre ci sono due verità sul suo stato di salute:
una ufficiale, che continua a rappresentare la nostra provincia come una
delle più dinamiche sia su scala regionale che a livello di Mezzogiorno;
e l’altra, propria dell’uomo della strada, il quale lamenta
di essere costretto, ogni giorno di più, a tirare la cinghia e di
guardare con grande preoccupazione al proprio futuro e a quello dei propri
figli. Lo studio del prof. Caserta - ed è questo il suo maggior
pregio - dimostra, con dovizia di dati statistici, e di argomentazioni
scientifiche, che le denunce e i timori dell’uomo della strada sono
più che mai fondati.
Il rapporto conferma che la struttura dell’economia siracusana è più vicina
a quella tipica di un paese industriale avanzato di quanto non siano molte
altre province del Mezzogiorno; che il suo reddito, misurato in termini
di Pil pro-capite, è il secondo in Sicilia dopo Ragusa e si colloca
nella fascia alta della classifica fra le province meridionali; che Siracusa è di
gran lunga la prima provincia esportatrice del Mezzogiorno e fa meglio
di tante altre realtà industriali del Nord. Ma lo stesso rapporto
sottolinea che c’è, anche, un’altra faccia della medaglia,
spesso trascurata nelle analisi ufficiali, dalla quale emerge che non è tutto
oro quel che riluce. In particolare, quanti vivono e risiedono nel territorio
sono penalizzati nella distribuzione del reddito; devono fare i conti con
una situazione di progressivo impoverimento; hanno difficoltà crescenti
a trovare un posto lavoro; sono alle prese con un’inflazione che
aumenta a tassi più elevati di quella media nazionale.
I dati sul Pil provinciale, se non sono opportunamente disaggregati, assomigliano
alla statistica del pollo di Trilussa. Ci dicono a quanto ammonta la ricchezza
prodotta, ma non ci dicono come viene ripartita: quanta parte di essa resta
nel territorio e quanta parte se ne va fuori, sotto forma di profitti a
favore degli investitori esterni e di imposte nette a favore dello Stato.
Per fare chiarezza su questo aspetto, che nel caso di Siracusa è tutt’altro
che secondario, il prof. Caserta ha calcolato accanto al pil provinciale
pro-capite anche il reddito disponibile pro-capite, che misura, appunto,
la somma dei redditi percepiti, a vario titolo, da quanti risiedono nel
territorio. Ebbene, dalle sue elaborazioni emerge che, una volta scorporata
dal pil provinciale la quota che va all’esterno, ai residenti restano
le briciole o quasi. Nella classifica tra le province siciliane per reddito
disponibile pro- capite, Siracusa si colloca nelle posizioni di retroguardia.
Il suo ammontare è inferiore a quello medio regionale.
E le sorprese non si fermano qui. Il rapporto Caserta ci dice anche che
la perversa distribuzione, fra reddito che resta all’interno del
territorio e reddito che va fuori, non è un fatto recente, ma va
avanti da decenni. Non a caso Siracusa è agli ultimi posti anche
nella classifica del patrimonio medio per famiglia, dove risulta penultima
in Sicilia e novanteseesima in Italia su un totale di 103 province. Non
bisogna essere esperti di statistiche economiche per rendersi conto che
il patrimonio familiare altro non è che la parte di reddito risparmiata
nel tempo, e che se il reddito che si guadagna basta appena a sbarcare
il lunario, non resta poi molto spazio per risparmiare.
Oltre a essere relegati nella lista dei più poveri, i cittadini
della provincia di Siracusa sono anche tra i più bersagliati dall’inflazione.
Dal 2002, da quando hanno cominciato a insediarsi nel nostro territorio
i grandi centri commerciali, i prezzi crescono da noi di più di
quelli medi nazionali. La coincidenza è sorprendente e smentisce
l’assioma secondo cui la presenza della grande distribuzione organizzata
si traduce, sempre e comunque, in un vantaggio per i consumatori. Evidentemente
i vari Auchan, Carrefour, Emmezeta e gli altri grandi centri commerciali,
che sono arrivati sulla loro scia, si guardano bene dal farsi la concorrenza,
quando addirittura non colludono. Con conseguenze doppiamente negative
per il territorio, che insieme alla beffa di una più elevata inflazione
deve anche subire lo scorno della crisi del piccolo commercio.
Ma il fenomeno in assoluto più preoccupante, quello che più allarma
famiglie ed opinione pubblica, è l’incapacità endemica
dell’economia provinciale di creare posti di lavoro. Il tasso di
occupazione, che misura il rapporto fra numero delle persone occupate e
popolazione in età di lavoro (15- 64 anni), si ferma nel caso della
nostra provincia al 42,7%. Una percentuale che colloca Siracusa al terzultimo
posto a livello regionale e tra le ultime dieci province su scala nazionale.
Peggio di Siracusa fanno soltanto Agrigento e Caltanissetta in Sicilia,
e Caserta, Napoli, Foggia e Crotone nel resto d’Italia.
All’origine delle difficoltà di trovare lavoro c’è,
ovviamente, una molteplicità di cause. Il territorio, come mette
in luce il rapporto Caserta, non brilla per competitività: soffre
di scarsa dotazione delle infrastrutture materiali e immateriali, di insufficiente
scolarità dei suoi giovani, di bassa propensione a innovare delle
sue imprese. Ma soprattutto si trova a dover fare i conti con una base
produttiva sempre più ristretta. Il tenore di vita di Siracusa dipende
ancora in buona parte dal polo industriale, che resta l’unica locomotiva
di cui dispone il territorio, anche se si tratta di una locomotiva sempre
più ansimante. E non più in grado di creare posti di lavoro
aggiuntivi.
E’ opinione diffusa che per spezzare questa spirale negativa c’è bisogno
di affiancare al polo industriale una seconda locomotiva, basata sullo
sviluppo locale. Ma i tentativi finora fatti, prima col patto territoriale,
e poi con la programmazione negoziata, non hanno dato i risultati sperati.
Probabilmente perché fare sviluppo locale è difficile e presuppone
una visione di lungo periodo che mal si concilia con gli orizzonti elettorali
di questo o quel partito, di questo o quel leader politico. Ma anche perché non è stata
interiorizzata a sufficienza da tutti la “cesura del 1992”,
e spesso si continua a ragionare come se ancora ci fossero la Cassa per
il Mezzogiorno e le Partecipazioni statali.
All’inizio del 2009, nel corso di un dibattito sull’economia
siracusana, promosso da Progetto Futuro, Roberto De Benedictis propose
all’intera classe dirigente siracusana di abbandonare le sterili
polemiche di parte, e di mettersi attorno a un tavolo per elaborare un
disegno strategico di lungo periodo, che fosse condiviso da tutti e avesse
come obiettivo principale il rilancio dello sviluppo locale. La proposta
riscosse non pochi apprezzamenti formali, ma, nei fatti, è stata
poi relegata nel limbo. Le analisi e i dati del rapporto Caserta dimostrano,
invece, che essa resta più che mai valida e attuale e che forse è arrivato
il momento di cominciarne a discutere nel merito.
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