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| di antonio andolfi | ||
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il ritorno della terra |
Le grandi aziende venute dal
nord per attuare al meglio i loro scopi nel costruendo polo industriale
avevano bisogno di cambiare la forma, l’estensione e l’abitudine
per i tanti che diventavano salariati di una grande industria petrolchimica.
Occorreva portare avanti un’azione didattica pressante, violenta.
Dovevano imparare a lavorare con il ritmo e la disciplina dell’industria,
diversi dall’alternanza stagionale dei lavori agricoli e da quelli
irregolari dell’artigianato. Era un cambiamento radicale, ma in
compenso si entrava in un paradiso fatto di rumori assordanti per sfiati,
macchine in moto… ma quello che sopraffaceva su tutto erano le
alte colonne, i camini, simboli fallici di una borghesia di semidei venuta
a civilizzare con il suo materialismo e anticlericalismo massonico. C’era
bisogno di proletari, quindi le persone attive dovevano uscire dall’essere
un contadiname povero, indistinto e pieno di superstizioni. Spuntò fuori
un’idea nuova di grandi speranze d’illusioni. A quei tempi
nella realtà esisteva un’altra mentalità in cui nulla
doveva andare sprecato, neppure il tempo. Esisteva l’antica solidarietà di
mutuo soccorso. Valori, modi d’agire più a misura d’uomo
erano presenti. Ci si reggeva sull’esperienza e la saggezza dei
più anziani (non si vuole mitizzare quel periodo preindustriale).
Considerando, inoltre che non esisteva neppure una vera organizzazione
criminale come quella mafiosa, diffusa invece nella Sicilia occidentale,
possiamo affermare che esisteva un periodo in cui si viveva una libertà di
vita popolare, anche se relativamente povera, dato che il benessere della
zona era il più alto dell’isola specie per la pesca e l’agricoltura.
Ma quegli eventi squarciarono il tutto. Fu ingoiata in quel tornado,
visto come salvifico e calato dall’alto, la realtà sociale,
culturale, economica, le organizzazioni d’ogni genere. Tutti divennero
i camerieri al servizio dei “moderni” portatori di una civiltà,
già vecchia da dove proveniva, mentre i loro enormi simboli fallici
(le ciminiere) diventavano i soli cui fare riferimento e non solo per
il denaro, ma anche per i personali ruoli dell’immaginario collettivo
(l’uomo si sentiva più maschio). S’era creata una
realtà lontana dalla propria storia, senza propri valori. Quelli
vecchi apparivano inutili. Era sorto “l’inquinamento mentale” che
aveva impregnato molte teste inebetite che si sentivano appartenere ad
un’altra e diversa realtà. Nel lungo periodo le ciminiere,
questi alti simboli fallici sono diventati fallaci, simboli d’estrema
decadenza in tutto anche in quei poteri personali, facendo apparire la
vista di una realtà di disagio, precarietà nel vivere giornaliero.
Oggi, in un processo sempre più veloce, com’è avvenuto
velocemente il processo di nascita della cattedrale nel deserto, avviene
la corsa inversa, lasciando la popolazione più povera di prima
in tutti i termini d’inquinamento mentale e territoriale. Essa
si è riscoperta tradita, sola, senza punti di riferimento, in
lotta con se stessa e con un padronato in fuga che ha lasciato un terreno
devastato. Valori, riti, emarginazione, precarietà disoccupazione,
paura, sono le vere cose concrete da cui la realtà non potrà in
tempi brevi svincolarsi. È la perdita enorme d’identità collettiva
che non trova riscontro in altre realtà circostanti. La visione
di questa nudità porta a rincorrere da parte della popolazione
e dei leaders politici una strada alla cieca come chi vuole un rigassificatore
e/o inceneritore e chi no. Venendo a trovarsi spesso un passo indietro
alle decisioni che ancora vengono dall’esterno. Così un
filo rosso di sofferenza, di sangue, va a legare il tutto portando molti
a considerarsi figli di fantasmi. Il contadiname è diventato,
oramai, civilizzato (sic) pagandolo pesantemente, l’occupazione
diminuisce sempre più, è il solo grande capitale per di
più esterno che ha tratto tutti i grandi vantaggi. A quella epoca
non ci fu una lungimiranza di visione e di decisioni dei leaders, ma
oggi? |