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la finanziaria
approvata dalla regione
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Una finanziaria di cerotti
e nessuna terapia. Più che un’occasione persa, è stata
un’occasione centrata in pieno per certificare alla Sicilia che
nemmeno questo governo, al di là delle dichiarazioni, vuole o
può segnare una discontinuità rispetto al passato.
Ovviamente non lo si poteva fare soltanto con una legge finanziaria e con
il suo bilancio, ma il modo in cui questi due fondamentali strumenti sono
stati affrontati, compreso il clamoroso ritardo con cui sono approdati
all’ARS, sono il segno evidente del respiro corto di questa maggioranza.
Era stato lo stesso on. Savona, relatore di maggioranza, a ricordare che
la manovra finanziaria era “finalizzata a colmare un deficit tendenziale,
per il 2009, di 1.927 milioni” ricordando altresì che ”le
criticità risultano ulteriormente accentuate nei successivi esercizi
finanziari”, con un disavanzo previsto nel 2010 di quasi 3 miliardi
di euro (!). Tutto ciò in una regione che nel 2008 ha registrato
un calo del PIL dell’1%, destinato a raggiungere almeno il 3% nel
2009; ed in cui oltre 2.000 imprese hanno chiuso nel primo trimestre di
quest’anno e si stima che circa 50.000 persone perderanno il lavoro
durante tutto il 2009. Mi fermo qui ma potrei continuare. È in questo
scenario, in una regione dove l’occupazione è in ginocchio
e nel contesto di una crisi profonda di tutte le economie avanzate nel
mondo, che il governo della Regione era chiamato ad una discontinuità rispetto
al passato. Invece, niente. Solo misure tampone, come sempre. Pure le frasi
fatte con le quali il, presidente Lombardo ed il capogruppo dell’MpA,
on. Lenza, si sono autocelebrati sono le stesse di Cuffaro e di tutte le
finanziarie degli ultimi anni: “una finanziaria di rigore e sviluppo”, “abbiamo
evitato l’assalto alla diligenza”...
Tutte le economie sono in crisi ma la Sicilia sconta l’aggravio della
sua Regione Siciliana: il peso di una amministrazione lenta, inefficiente;
l’uso clientelare della spesa pubblica, la mancanza di programmazione
ed obiettivi nelle scelte (di cui il fallimento di Agenda 2000 è solo
il più clamoroso esempio e la paralisi dell’attuale ciclo
di spesa 2007-2013 lo è ancora di più), l’intermediazione
politica nell’accesso alle risorse: tutto questo passa attraverso
la Regione Siciliana e, massimamente, attraverso il suo bilancio. Dove
l’85% dei fondi disponibili sono destinati a spese correnti e che
non mostra alcun segnale di cambiamento. Pure la lieve riduzione di tali
spese (soprattutto a carico degli acquisti di beni di consumo, per utenze
e manutenzioni, che hanno subito tagli dal 2 al 10%) o l’aver “respinto
l’assalto alla diligenza”, sono frutto soltanto di una invalicabile
indisponibilità di risorse e non di un atteggiamento politico diverso,
che dove ha potuto si è manifestato come sempre. Un esempio per
tutti: la favola della tabella H, trasformata nella forma ma non nella
sostanza, con nuovi contributi a decine di associazioni ed enti in più.
E ancora, un indebitamento per 1,3 miliardi di euro nel prossimo triennio
a fronte di entrate assolutamente inattendibili come quelle della previsione
del recupero di residui attivi dal 2001, mai riscossi perché quasi
impossibili da ottenere. Ed il perseverare nella volontà di impiegare
i fondi del FAS per spese ordinarie, in qualche caso addirittura correnti.
Di misure anticicliche e di riforme aveva bisogno la nostra regione: le
prime per fronteggiare la terribile congiuntura economica, le seconde per
varcare la soglia del futuro. Invece, niente.
Fra tutte le norme approvate – fra le quali non mancano misure di
buon senso e di una qualche utilità, sulle quali il PD ha documentatamene
avuto un ruolo essenziale, a partire dalla loro proposta – a me pare
di eccezionale importanza un articolo, voluto dal governo, che mese per
mese limita la spesa di tutti gli assessorati ad un dodicesimo della disponibilità complessiva,
con obbligo costante di monitoraggio e possibilità di bloccare i
pagamenti in mancanza di copertura (tranne stipendi e spese obbligatorie).
Insomma, un bilancio che non si fida di se stesso e che si autocensura,
conoscendo il rischio delle sue entrate fittizie. Una crisi di credibilità sottolineata
dal presidente Lombardo che in aula ha dichiarato: “Se non avessimo
assunto questa determinazione, prima o poi saremmo arrivati al capolinea”.
Così come, invece di dare alle imprese le garanzie che avevano chiesto
sui tempi di pagamento dei crediti, si è introdotta una norma che
ne prevede la cessione alle banche: una ammissione di endemica mancanza
di liquidità. Insomma, una quasi dichiarazione di dissesto che nelle
parole dello stesso Assessore al Bilancio, Cimino, suona anche come una
ammissione di colpa, quando testualmente ha dichiarato di “puntare
ad una ricostruzione del bilancio della Regione siciliana, che negli anni è stato
saccheggiato” (!) Ma saccheggiato da chi, on. Cimino? Per quanto
sarà ancora sopportabile che, impunemente, la maggioranza che da
sempre governa una regione come la nostra, affermi per bocca del suo relatore,
presentando la finanziaria, che essa “sconta gli effetti di circostanze
negative di diversa origine quali (…) la carenza di politiche strutturali
di settore, non avviate nel passato” (!)
Politiche strutturali, riforme, cambiamenti profondi… e mi chiedo:
ma veramente i siciliani vogliono un governo che cambi la Sicilia? E soprattutto:
quanti sono quelli che vogliono che davvero la Sicilia cambi? E sarebbero
pronti questa opposizione ed il sindacato a sostenere una politica di rigore?
A cambiare radicalmente direzione sui forestali, sugli enti di formazione
inutili ma vicini, sulle tante assunzioni in ato, consorzi e carrozzoni
in perdita?
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