oltre la crisi: il ruolo dell'agricoltura

  di fabio moschella  

conosciamo meglio le associazioni della rete siracusana

Il mercato globale diventa sempre più difficile e complesso. La geografia del commercio internazionale, a partire dal settore agroalimentare, tende a cambiare con una velocità impressionante. Il prezzo dei fertilizzanti nel 2008 è aumentato fino a punte del 60%. Gli aumenti del petrolio hanno fatto schizzare i costi dei trasporti e dell'energia. I nostri agricoltori hanno paura. In estate è stato firmato il nuovo contratto integrativo provinciale di lavoro con un aumento del 6,5% e tuttavia gli operai agricoli stentano a tenere in piedi il bilancio delle loro famiglie per via di salari peraltro incomprimibili. A fine marzo 2009 scadono i benefici della fiscalizzazione degli oneri sociali decisi dal governo Prodi nel 2006. Se il nuovo governo non provvederà al rinnovo gli oneri sociali aumenteranno del 68%.
La connessione tra ciò che avviene a Siracusa e ciò che avviene a migliaia di kilometri di distanza è senza precedenti. La domanda di fertilizzanti e di energia in particolare da parte di Cina, India è diventata enorme. E' del tutto evidente che gli attuali equilibri commerciali dovranno trovare un nuovo equilibrio. I ripetuti fallimenti del WTO stanno facendo venir meno tutti gli sforzi di governo democratico della globalizzazione. Secondo le Nazioni Unite cento milioni di persone rischiano di morire di fame a causa dell'aumento dei prezzi dei beni alimentari. I prezzi del riso, del pane, della pasta non sono mai stati così alti. E' la rivincita della terra sulle economie virtuali. Il settore primario torna a diventare strategico nelle società post industriali. E non solo per il cibo ma anche perché incide sulla qualità della vita, dell'ambiente, della salute, del paesaggio.
In questo scenario il sistema agricolo italiano segna, in controtendenza, una crescita modesta ma significativa. Così è anche per l' agricoltura siracusana. La nostra è una agricoltura viva, una " grande fabbrica a cielo aperto ", che tutte le mattine mette in moto le sue diecimila aziende e i suoi diecimila addetti. Le superfici agricole utilizzate non diminuiscono, il valore dei terreni tiene. Certo c'è una dolorosa selezione in atto, alcune aziende e non solo piccole vengono espulse dal mercato, diminuisce la forza lavoro locale a vantaggio di quella straniera. La verità è che l'agricoltura non ha mai smesso di essere la spina dorsale del sistema socio-economico locale. Ha patito il mito dell'industrializzazione, la moda del turismo, la ricerca di improbabili modelli di sviluppo. Non si è mai fermata, è andata avanti senza ricorso a capitali esterni, costituendo un modello di sviluppo endogeno, autosostenuto e , per di più, dando vita ad un esempio realizzato di sviluppo sostenibile. Dagli anni sessanta orientata al mercato, con specializzazioni e valore della produzione crescenti . In questi anni le imprese agricole siracusane hanno investito e non solo grazie agli incentivi pubblici. Negli ultimi anni, seppure in un grande disordine, sono cresciute le attività connesse ( agriturismo, cantine, frantoi, servizi ).
L' UE dal 1994 ha impresso un forte impulso alla liberalizzazione degli scambi agricoli. La PAC nell'arco di un decennio è stata riformata due volte. La qualità della spesa regionale resta un problema apertissimo. Non si è ancora chiusa la precedente programmazione ( POR 2000-2006 ) ed agli inizi del 2009 non è ancora partita la nuova ( 2007/2013 ). Del vecchio POR non conosciamo i risultati, quante imprese vere sono nate, quanta nuova occupazione ha creato, quanto ha inciso sulla crescita e lo sviluppo. Il PSR 2007/2013 prevede una spesa di 2 miliardi e 100 milioni di risorse pubbliche in 7 anni . Un fiume impressionante di denaro ma anche un'opportunità per dare ulteriore slancio al settore. Si parte con ritardo, ad oggi si è speso solo il 5%. La grande parte delle regioni italiane è già molto più avanti. Il Programma si articola su 4 assi ( competitività, ambiente, multifunzionalità, animazione locale ) ed è, sotto il profilo strategico, in larga parte condivisibile. Ciò che preoccupa è lo scarto operativo, l'incapacità di gestire una tale quantità di risorse in modo produttivo. E' diffusa la preoccupazione che la montagna partorisca il topolino. La politica crea enormi aspettative tra gli agricoltori, li induce ad anticipare gli investimenti ( quasi sempre facendo ricorso al credito ) e poi le imprese si ritrovano di fronte ad ostacoli insormontabili. A cominciare da quelli burocratici. I funzionari regionali ( spesso tecnici di settore ) sono mortificati dalle carte, costretti come sono a stare solo negli uffici ad analizzare gli aspetti formali. Basterebbe andare un po' di più presso le aziende per capire se esistono, lavorano, investono. Basterebbe eliminare questa architettura barocca dei bandi ed attivare incentivi automatici ( esonero IVA, credito d'imposta, prestiti agevolati per la quota di capitale privato ). I tempi della spesa regionale sono, a causa dei meccanismi delle procedure in aperto contrasto con i tempi delle imprese. Molte vicende legate ai vari bandi del POR sono da letteratura dell'orrore.
A questo si aggiungono le criticità del nostro sistema agricolo. A cominciare dai problemi legati al credito. Con la fine delle grandi banche siciliane, con l'introduzione dei parametri di Basilea 2, con l'esplosione della crisi finanziaria il rapporto tra imprese e banche è destinato ad esasperarsi ulteriormente. Le banche hanno ridotto drasticamente il credito, aumentato le richieste di garanzie con tempi d'istruttoria interminabili. il potere decisionale dei gestori locali è sempre più limitato, le decisioni si prendono ormai fuori dalla Sicilia.
Del costo del lavoro ho detto. Tuttavia c'è un modo per aiutare l'occupazione: ridurre il peso degli oneri sociali. Fra i più alti d'Europa. Questo aiuterebbe anche l'economia legale, a combattere il lavoro nero, ad accogliere in modo più dignitoso i lavoratori stranieri il cui numero nelle aree rurali è cresciuto in modo considerevole ponendo, peraltro, sfide inedite in termini di integrazione.
C'è, perché non dirlo, anche un limite nella cultura d'impresa locale che presenta talvolta carattere di arretratezza, scarsa capacità di aggregazione, tendenza a chiudersi piuttosto che aprirsi di fronte alle nuove sfide.
C'è infine una distanza troppo grande tra università, ricerca e imprese. L' innovazione è affidata al mercato. Le idee, i progetti non nascono quasi mai nella sfera pubblica.
La globalizzazione genera opportunità per lo sviluppo locale. I nostri punti di forza? Il brand Italia, il brand Sicilia, il brand Siracusa. L'integrazione del marketing territoriale, il rafforzamento, dentro questa cornice, delle filiere dei prodotti di eccellenza ( ortofrutta, vino, olio ). I prodotti di qualità certificata ( biologici, IGP, DOP ). Lo sviluppo delle imprese agricole multifunzionali. L'apertura alle energie rinnovabili. La possibilità di fare crescere l'export senza trascurare il pur maturo e stagnante mercato italiano. Diventa quindi indispensabile cercare nuovi sbocchi di mercato. Il mercato globale non ha confini e quindi bisogna pensare a politiche di internazionalizzazione in termini nuovi ed in particolare in termini di integrazione di sistema ( proporre Siracusa come paniere integrato di prodotti: il limone, l'arancia rossa, il moscato, il nero d'Avola, l'olio dei monti iblei, le primizie in coltura protetta ).
In Europa, nostra principale mercato di riferimento, tende a crescere l'attenzione dei consumatori per la qualità e la salubrità degli alimenti ( biologico, alimenti funzionali, tipici ). Siracusa ha molto da offrire in questo senso ed è in piena sintonia con le nuove abitudini di consumo. Si può fare molto di più di quello che facciamo, ci sono ampi spazi di crescita e di sviluppo se si riesce a valorizzare la distintività e l' unicità delle nostre produzioni. Si può lavorare ad una maggiore organizzazione produttiva e commerciale.
Bisognerà difendere con forza l'unicità del nostro sistema agroalimentare e anche noi possiamo dare un contributo all'affermazione di una globalizzazione multipolare, multiculturale, condivisa, democratica.