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intervista
a roberto de benedictis
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Il 25 marzo scorso il parlamento
regionale ha approvato la legge di riordino del Servizio sanitario regionale.
Ne parliamo con Roberto De Benedictis, vicecapogruppo del PD all'ARS
e membro della VI commissione legislativa "Servizi sociali e sanità".
Qual è il tuo giudizio complessivo sulla legge?
Una riforma era indispensabile perché la sanità è al
collasso, ma più di una volta, in questi mesi, i contrasti nella
maggioranza avevano portato alla paralisi e molti hanno remato per non
farla. Alla fine la legge si è fatta perché il PD l'ha
voluta. Vi sono contenute infatti molte nostre proposte, dalla riqualificazione
del 118, alla riduzione da 29 a 17 del numero delle Aziende, al modello
di Azienda provinciale unica che integra gli ospedali con l'assistenza
territoriale: l'esatto contrario di ciò che volevano PdL e UdC.
Sui giornali si è letto che voi siete stati a favore del cosiddetto
modello "Russo". Perché?
Quel modello organizzativo non è dell'assessore Russo ma di molte
regioni italiane dove la sanità funziona bene: Veneto, Emilia,
Toscana, per citarne alcune. Ma era il modello contenuto nel nostro disegno
di legge, di due mesi precedente a quello dell'assessore Russo: quindi,
semmai, è stato il governo a favore della nostra proposta. Nel
merito, noi abbiamo sostenuto l'integrazione in un'unica azienda dell'assistenza
territoriale ed ospedaliera perché se è vero, come è vero,
che dobbiamo correggere la logica attuale incentrata sul ricovero ospedaliero
e creare un unico percorso che dal territorio all'ospedale abbia al centro
la persona e non più il posto letto, sarebbe stato contraddittorio
separare definitivamente le due cose, come avrebbero voluto PdL ed UdC.
Inoltre, ciò avrebbe dato vita a due obiettivi diversi e separati
nello stesso sistema sanitario: quello delle AUSL, teso a limitare il
ricorso al ricovero ospedaliero, e quello delle aziende ospedaliere che,
finanziate in proporzione al numero dei ricoveri, avrebbero cercato di
farne il più possibile. Con l'aggiunta che si sarebbe innescata
una concorrenza fra ospedali e case di cura private a chi ricovera di
più, in cui il privato è inesorabilmente avvantaggiato,
oltre che più motivato.
Cosa non ti piace della legge approvata?
Innanzitutto l'invenzione, nelle Aziende sanitarie, dei cosiddetti Distretti
ospedalieri e delle Aree territoriali, strutture intermedie fra ospedali
e distretti sanitari da una parte e direzione aziendale dall'altra:
nelle altre regioni non esistono, qui sono stati pensati per aumentare
incarichi di direttori, 58 in tutto fra amministrativi e sanitari (2
in ciascuno dei 20 Distretti sanitari e due in ognuna delle 9 Aree
territoriali). Possono giustificarsi nelle province metropolitane,
dove le nuove Aziende sanitarie provinciali hanno dimensioni elefantiache
che personalmente non condivido (nel nostro ddl erano infatti due le
aziende in ciascuna delle province di Palermo e Catania) ma nelle altre
come la nostra potrebbero creare solo più confusione. E poi
l'avere rimandato tutto a settembre: oltre al rischio di paralisi in
quegli ospedali i cui vertici sanno che non verranno riconfermati,
immaginiamo già la campagna elettorale per le europee fatta
promettendo a 1090 aspiranti i nuovi 109 posti di direttori...
E gli aspetti positivi?
Oltre a quanto detto prima, come PD siamo riusciti a introdurre norme
utili per i cittadini: dall'obbligo per i direttori generali di ridurre
le liste d'attesa, ai maggiori controlli sulla qualità dei servizi
erogati anche dai privati, all'istituzione della Consulta regionale
della sanità. Abbiamo imposto la coincidenza dei distretti sanitari
con quelli socio-sanitari, che aiuterà ad integrare le due forme
di assistenza; limitato ad un massimo di due mandati di tre anni ciascuno
la permanenza di un manager alla guida della stessa azienda, al fine
di evitare incrostazioni di potere ed escluso la riconferma di quanti
sono responsabili di disavanzi nei bilanci nel triennio 2006-2008.
Ma soprattutto abbiamo fissato criteri di trasparenza per la valutazione
dei manager, prima e dopo le loro nomine: nella prima fase abbiamo
previsto che la scelta venga preceduta da una effettiva ricognizione
dei requisiti posseduti, da rendere accessibile mediante pubblicazione
sul sito web della Regione; quanto alla valutazione in corso d'opera,
sono stati istituiti criteri stringenti da monitorare anche attraverso
agenzie esterne specializzate. Ciò al fine di ridurre la possibilità che
chi nomina sia da solo nel giudicare colui che ha nominato. Sono norme
che possono ridurre di molto la lottizzazione politica nella sanità.
Ora tocca al governo usarla bene, l'assessore non ha più scuse,
a cominciare da Siracusa. Dichiara sempre di non essere soggetto a
condizionamenti: bene, è venuto il momento di dimostrarlo.
Avete dichiarato che siete riusciti ad evitare alcune norme-vergogna:
di che si tratta?
Del tentativo della maggioranza introdurre nel sistema oltre 500 nuovi
posti letto del settore privato e della norma che avrebbe fatto ancora
aumentare il numero delle strutture private accreditate. Abbiamo lavorato
molto per impedire tutto questo, sia dentro che fuori dell'aula, ed alla
fine ci siamo riusciti.
Oltre a quanto previsto per la riduzione delle aziende, la legge
porterà ad
un reale risparmio?
È
possibile, le norme ci sono ma bisogna applicarle. Penso, ad esempio,
al nostro emendamento che precisa di non poter ricorrere a consulenze
esterne in tutti i casi in cui nell'organigramma aziendale sono già previste
quelle competenze. O alla norma da noi richiesta che per almeno tre anni
vieta di impiegare nel servizio 118 personale in numero superiore a quello
attualmente utilizzato. Ed anche a tutto il sistema di indirizzi, monitoraggi
e verifiche che finora sono stati il buco nero di un sistema totalmente
fuori controllo, presenti nel nostro ddl ma che il governo ha correttamente
sviluppato. Si le possibilità ci sono. Ma non sono automatiche,
dipenderà da chi le usa.
Si è parlato della chiusura dell'ospedale di Noto, poi di
Augusta. Che fine faranno?
PdL e UdC avevano prima seminato terrore e poi sbandierato un emendamento
che li avrebbe salvati tutti. Il sindaco di Noto ne aveva fatto pure
un manifesto! Poi il governo ne ha proposto l'abrogazione e non hanno
fiatato. D'altra parte era una norma di pura demagogia. Gli ospedali
si salveranno se faranno sistema fra loro e con il territorio e questa
legge può aiutare a farlo, a differenza di quello che avrebbe
causato il modello PdL-UdC. Quel loro emendamento, insomma, era solo
una foglia di fico.
Cosa può aspettarsi in particolare la nostra provincia con
questa legge?
Questa è una legge di sistema, non dispone automaticamente la
radioterapia e l'apertura dell'hospice o la costruzione del nuovo ospedale
ma l'organizzazione complessiva è stata ridisegnata e si può ricominciare
a programmare gli investimenti. Vale quanto detto prima, non ci sono
più scuse. Soprattutto per i nostri assessori nel governo regionale,
prolifici di parole ed assai meno di fatti concreti. Anche perché abbiamo
stabilito una destinazione di risorse specifica per le aree industriali
a rischio, come per Augusta, Priolo e Melilli, ma ora bisogna darvi attuazione.
Sembra di cogliere un tuo giudizio complessivamente positivo sulla
riforma. Perché avete votato contro?
Premesso che una legge non può che essere la mediazione di punti
di vista diversi, quindi non esiste una norma perfetta per tutti, quella
votata è dal mio punto di vista una norma accettabile perché può far
fare un effettivo passo avanti al sistema e il PD ha avuto in questo
un ruolo assolutamente determinante. Per questo sono fra quelli che pensano
che un voto d'astensione ci avrebbe meglio fatto capitalizzare il merito
ed il ruolo che una forza d'opposizione e riformista deve avere in Sicilia,
pur senza risparmiare alcuna critica. Ma questo rimanda ad una riflessione
profonda e più generale all'interno del partito, a mio avviso
assai in ritardo.
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