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un brano
di seneca sulla dignità del morire
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Dopo i volgari schiamazzi e le turpi
cagnare, dopo le ienesche appropriazioni, politiche e mediatiche, del
martoriato corpo di Eluana Englaro, sarebbe doveroso un silenzio fatto
di riflessioni, pacate e serene, su quello che è il momento della
verità per ogni uomo, credente o ateo, agnostico o scettico: la
morte. Tanti pensatori, poeti, scrittori hanno lasciato pagine indimenticabili
sulla morte di uomini veri, in carne ed ossa, dalla morte di Socrate
a quella di Gesù Cristo, o creati dalla fantasia, da quella di
Ivan Iljc a quella di Renée.
Una pagina di rara efficacia, di alta lezione morale, sulla dignità del
morire quando non si è nella possibilità di vivere con dignità,
ci giunge dal filosofo Seneca, che nell’epistola 58, indirizzata
al suo allievo Lucilio, trae spunto dalla morte di Platone per svolgere
acute ed attualissime riflessioni:
«
Platone stesso, grazie alle sue cure, riuscì a giungere fino alla
vecchiaia. In verità egli era di costituzione forte e vigorosa,
e doveva il suo nome all’ampiezza del petto, ma i viaggi per mare
e i pericoli affrontati gli avevano indebolito molto le forze. Tuttavia
la vita sobria e l’uso moderato di quelle cose che stimolano gli
appetiti e l’assidua cura di se stesso gli permisero di arrivare
alla più tarda età, malgrado le circostanze avverse. Infatti,
come tu saprai, grazie a tali cure, Platone ebbe a morire proprio nel giorno
in cui compiva il suo ottantunesimo anno. Per questa ragione, alcuni magi,
di passaggio ad Atene, offrirono un sacrificio in onore del defunto, convinti
che egli avesse avuto un destino superiore a quello umano, per aver realizzato
con gli anni della sua vita un numero perfettissimo: il numero nove moltiplicato
per nove volte. Non dubito che tu rinunzieresti volentieri a qualche giorno
di questa somma e anche al sacrificio. La frugalità può prolungare
la vecchiaia, che non penso debba essere bramata, ma neanche rifiutata. È piacevole
per noi stare in compagnia di noi stessi il più a lungo possibile,
se ci siamo resi degni di godere di tale compagnia.
Pertanto dirò il mio parere su questo punto: se convenga avere in
odio l’estrema vecchiaia e non attendere la morte, ma procurarsela
di propria mano. Colui che aspetta passivamente il compiersi del proprio
destino è simile a chi teme; ed è come l’uomo dedito
al vino oltre misura, che asciuga il fiasco e beve anche la feccia. Tuttavia
c’è da chiedersi se l’ultima parte della vita sia la
feccia o qualcosa di molto limpido e puro, quando l’intelletto sia
ancora sano, i sensi intatti aiutino lo spirito, e il corpo non sia disfatto
e morto anzitempo. C’è molta differenza tra il prolungare
la vita o la morte. Ma se il corpo è ormai inetto alle sue funzioni,
perché non dovremmo liberare da esso uno spirito affaticato?E forse
bisogna che uno lo faccia prima che vi sia obbligato, affinché non
capiti che in quel momento non possa più farlo. E poiché è più rischioso
vivere male che morire subito, è stolto chi, per guadagnare un po’ di
tempo, non si libera dell’eventualità di una grande sventura.
Sono pochi gli uomini che una lunghissima vecchiaia ha condotto a morte
senza far loro danno; molti hanno passato un’esistenza inerte e inutile.
Ora, pensi tu che abbandonare un breve periodo della nostra vita sia tanto
più crudele che abbandonare il diritto di porvi termine?Non ascoltarmi
di malavoglia, come se ormai il mio pensiero riguardasse direttamente la
tua persona, ma valuta bene le mie parole. Non rinuncerò alla vecchiaia,
se mi conserverà tutto intero; voglio dire intero nella parte migliore
del mio essere. Ma se essa comincerà a farmi vacillare la mente
e ad offuscarmela, se non mi lascerà la vita, ma solo un soffio
di vita fisica, balzerò fuori dall’edificio putrido e cadente.
Non fuggirò la malattia con la morte, purché mi sia possibile
guarire e lo spirito non ne resti menomato. Non volgerò le mani
contro me stesso per paura del dolore: in tal caso, darsi la morte significa
lasciarsi vincere. Ma se saprò di dover soffrire senza termine,
me ne verrò fuori dalla vita non per le sofferenze in se stesse,
ma perché vedrò in esse un ostacolo a tutto ciò che
costituisce la ragione di vivere. È debole e vile chi si dà la
morte per timore di soffrire; è stolto chi vive per soffrire» (trad.
di Giuseppe Monti).
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