l'attore, lo psicoterapeuta e l'insegnante

  di vincenzo filetti  

la modalità con cui si forma un attore o uno psicoterapeuta passa per un percorso articolato

 

Mi sono permesso di scrivere due righe su un parallelismo che forse potrebbe costituire una parametro per la formazione docente del prossimo futuro, sia perché si diffonde sempre più la figura del coach, sia perché la recente pubblicazione della lettura dantesca di Benigni comporta certamente una serie di riflessioni pedagogiche sulla funzione docente e sul ruolo notevole che le materie umanistiche hanno ancora oggi nonostante Google, YouTube, Facebook, ecc.
La modalità con cui si forma un attore o uno psicoterapeuta passa per un percorso articolato, ricco di stimoli e spesso “contorto” nel senso che lavorare sulle proprie emozioni, per esprimere al meglio il proprio ruolo, comporta una rielaborazione complessa al limite della catarsi e della trasmutazione psico-affetiva. Chi scrive non è né l’uno né l’altro ma ha fatto un po’ dell’uno e dell’altro in specifiche scuole di formazione con simili obiettivi forse mai raggiunti ma di certo, nel loro perseguimento, travagliati e difficili da metabolizzare.
L’empatia o la comprensione del “tu”, per dirla alla Buber, non passano certo per libri dal sapore freddamente accademico ma attraverso un confronto a volte doloroso con altri soggetti decisi a rimettersi in discussione con la parola e col corpo (tema caro alla Gestalt, alla biodanza, alla danza terapia e, più di tutti, al teatro).
Ma che fa esattamente un attore? Gli attori impiegano una varietà di tecniche apprese con la preparazione e l'esperienza come ad esempio l'uso accurato della voce per comunicare le caratteristiche del personaggio ed esprimerne le emozioni. Questo risultato si ottiene con l'attenzione alla dizione e all'intonazione mediante una corretta respirazione e articolazione. Si ottiene anche con il tono e l'enfasi che un attore mette nelle parole. L’attore cura l'assunzione di un aspetto coerente con il personaggio, per renderlo credibile per gli spettatori e per utilizzare in modo corretto e appropriato lo spazio scenico. Senza poi contare l'uso della gestualità per integrare la verbalità, interagire con gli altri attori ed enfatizzare le parole o dare loro significati simbolici.
La creatività e l'ispirazione dell'attore possono essere stimolate da adeguati esercizi di rilassamento e di visualizzazione. La funzione di questi esercizi è principalmente quella di focalizzare l'attenzione cosciente sul lavoro creativo, disperdendo le frequenti tensioni legate a preoccupazioni di carattere personale o ad una più generale paura del pubblico e della prova in sé. Che bello sarebbe se avessimo docenti così preparati ad entrare “in scena”…..
Fin qui, in poche ed eccessivamente semplici righe, sintetizziamo cosa potrebbe significare formarsi come attore o psicoterapeuta, entrambi posti di fronte a un pubblico, ad una presenza cioè che aspetta di lasciarsi coinvolgere e guidare verso un camminino dalla meta incerta ma caratterizzata dalla possibilità di lasciare che dentro di sé avvenga una mutazione dell’animo ed anche di prospettiva del quotidiano se non addirittura di un pezzo della propria vita. Tutto questo ha del sapore educativo che ci riporta alla figura dell’insegnante: dove si colloca, avendo come sfondo quanto già detto, la formazione dell’insegnante a cui vengono affidati infanti e adolescenti? Perché lo psicoterapeuta per essere tale deve acquisire (sotto la supervisione continua) un linguaggio verbale e non verbale specifico dal quale potrebbe dipendere (a seconda delle scuole di pensiero) il risultato della terapia e perché non viene richiesto un percorso simile all’insegnante che ha un gran potere nell’incidere sulle emozioni e la formazione dei discenti? Perché l’attore e lo psicoterapeuta lavorano sulla percezione che hanno di sé e di sé in relazione agli altri e degli altri in relazione al sé e l’insegnante è invece un’indiscussa autorità lasciata al suo libero arbitrio, spesso molto equilibrato, ma spesso anche generatore di sindromi da DSM IV? Qual è il linguaggio professionale specifico di un docente?...Che significa “suo figlio potrebbe fare di più”? Di più rispetto a che cosa e a chi? Fare cosa e per chi?
Perché Benigni in una serata può permettersi il lusso di educare e chi ne ha il dovere e il potere non dispone della formazione adeguata che implicherebbe un cammino simile a quello dell’attore nel volere esprimere sentimenti, emozioni e sensazioni contenute in pagine di letteratura che resterebbe materia inerte e informe senza il necessario calore e colore della parola guidata e sapientemente mirata a toccare le corde emotive, leve fondamentali della formazione poi a livello intellettivo dei nostri studenti?
Ci viene da pensare che lo spontaneismo e l’improvvisazione in aula se venissero applicati in un setting terapeutico o teatrale potrebbero generare scompiglio e se invece capovolgiamo la dialettica prevedendo per la formazione dei docenti percorsi simili a quanto descritto prima in modo che vengano fuori dei formatori, stimolatori di curiosità, emozioni, stupore a mo’di trainer o come si dice oggi di coach forse il senso dell’educazione e dell’istruzione nel XXI secolo potrebbe riacquisire una sua specificità e dignità professionale. Come si suol dire spesso, questo articolo è una provocazione in positivo nel tentare di dibattere sulla definizione della figura docente che vive una fase critica e che necessita, forse, dell’apporto di varie discipline che aiutino gli insegnanti ad essere più “attori” in aula, fermo restando i contenuti, nei confronti di discenti abituati a linguaggi lontani dai monologhi antieducativi di chi parla alla mattonella o alla sedia senza la percezione viva e forte di fruitori dalle notevoli risorse, spesso sottovalutate. Ma abbiamo davvero bisogno di un cosiddetto life coach, come aiutante in classe per ri-energizzare il lavoro dei docenti o possiamo farcela da soli? . Sarà forse un caso, in un momento di crisi finanziaria ed etica il fatto che sia nata a Londra la School of life che si rifà alla lettura di testi che ridestino il senso dell’esistenza stessa attraverso le lettere?