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l'esperienza
siracusana di un gruppo di ragazzi milanesi
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A Siracusa ci ha portato un treno,
un viaggio lungo diciannove ore, affrontate con consapevolezza e voglia
di fare. Alle nostre spalle un percorso di approfondimento, curiosità e
tante attese davanti a noi, ragazzi del clan ELeFante dei gruppi AGESCI
Milano 13 e Milano 17.
Quest’anno abbiamo affrontato il problema dell’immigrazione,
un argomento all’ordine del giorno, attorno al quale è intenso
il dibattito politico e su cui l’opinione pubblica sembra divisa.
Per prepararci, abbiamo cercato di entrare in contatto con alcuni esperti
in materia. Elena, direttrice di Terre di Mezzo, ci ha informato sulla
realtà dei CPT, sul decreto flussi e su tutte le pratiche concernenti
i permessi di soggiorno, già complicate per noi, ma ancor di più per
chi arriva straniero nel nostro paese. Ci invita a concentrare la nostra
attenzione sulla G2, la nuova generazione di “stranieri” nati
in Italia da genitori immigrati dal proprio Paese, generazione che esprime
una prima sintesi della cultura italiana con quella del paese di origine.
Non solo Elena, ma anche Italo, responsabile del Naga-Har, associazione
che offre sostegno ai richiedenti asilo politico, a rifugiati, a uomini
e donne che hanno subito torture, segnala i punti critici relativi all’applicazione
delle normative vigenti e alle disfunzioni del nostro sistema amministrativo,
come le lungaggini burocratiche che determinano la posizione di irregolarità per
molti immigrati. L’aspetto politico-istituzionale del problema ci è stato
illustrato da Cristina De Luca, ex sottosegretario all’immigrazione
del governo Prodi 2006-2008.
Siamo così stati sollecitati a uno studio più accurato dei
testi di legge ed abbiamo appurato che la Legge della Repubblica italiana
30 luglio 2002, n° 198, (comunemente definita come Legge Bossi-Fini,
dai nomi dei due primi legislatori firmatari) è una modifica del
Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’ immigrazione
e norme sulla condizione dello straniero, ovvero il D.L. 25 luglio 1998,
n. 286 nella quale confluiva la c.d. Legge Turco-Napolitano, ovvero la
legge 6 marzo 1998, n.40. Tutto molto complicato davvero…
Non siamo esperti, ma abbiamo compreso che emerge il tentativo di risolvere
urgentemente l’entrata clandestina, e non solo, degli immigrati.
I “decreti flussi”, che dovrebbero consentire l’ingresso
regolare di immigrati in Italia, sono strutturati in modo tale da frenare,
piuttosto che favorire, gli ingressi.
Il ginepraio dei testi di legge ci lascia insoddisfatti; ci attira invece
conoscere persone e strutture che si occupano dell’accoglienza di
chi, spesso per necessità e in forma illegale, giunge nel nostro
Paese. Nei volontari che li accolgono ci pare di percepire un crescente
senso di sfiducia e ostilità nei confronti di un sistema che ostacola
ogni forma di aiuto o regolarizzazione con un iter burocratico macchinoso
e complesso. A volte affiora in loro persino il sospetto che l’attuale
normativa vigente, nonostante il proposito di ridurre il fenomeno dei clandestini,
abbia l’esito (e qualcuno sussurra: il fine) di aumentarne il numero,
come accade quando si procede all’espulsione di persone che non posseggono
nulla, neppure il denaro necessario per rientrare nel proprio paese in
ottemperanza alla legge che non consente loro la permanenza entro i nostri
confini. Il nostro campo estivo ha voluto essere la conclusione di questo
percorso informativo: due ragazzi del nostro Clan, siciliani, ci hanno
allora raccontato la storia di un parroco di Siracusa, padre Carlo D’Antoni,
che nella sua comunità di Bosco Minniti da molti anni ospita ragazzi
stranieri in attesa di regolarizzazione. Padre Carlo è il cuore
di questa comunità, per i suoi ragazzi è confidente oltre
che prezioso aiuto.
Nella comunità fondata da Carlo, gli immigrati hanno la possibilità di
entrare per la prima volta – dopo l’esperienza non sempre positiva
della prima accoglienza da parte delle forze del’ordine – in
contatto con il nostro Paese e le sue usanze con l’aiuto di un intermediario
molto importante: Antonio. Antonio è un ragazzo siracusano che lavora
in una centrale elettrica della zona, e che ha scelto di fare i turni notturni
per potersi dedicare di giorno ai ragazzi di padre Carlo. È un importante
intermediario linguistico tra i ragazzi e gli avvocati, tra ragazzi e dipendenti
della Questura e della Prefettura. Il suo ruolo è fondamentale per
aiutare padre Carlo e per i ragazzi, che da lui sono trattati come fratelli.
Anche lì a Siracusa non abbiamo rinunciato ad approfondire il nostro
percorso di conoscenza, alternando il contatto con voci di mondo lontane
e incontri con i responsabili locali: Francesco Sgarlata, dirigente comunale
per le politiche sociali a Siracusa; Roberto Tarantello, coordinatore regionale
dei volontari della protezione civile e esperto in salvataggi in mare.
Ci ha raccontato in quali condizioni disperate gli immigrati arrivano nel
nostro Paese in grado di intraprendere un viaggio in mare, ci hanno scosso
tantissimo. Poi abbiamo sentito anche le testimonianze di un ufficiale
della Marina militare, attivo negli anni passati nelle operazioni di recupero
durante gli sbarchi e un rappresentante della Prefettura.
Ogni nostro incontro si è svolto nel cortile della Parrocchia di
Bosco Minniti: un’oasi così attentamente curata, che sorprende
il grigiore della Siracusa circostante che contrasta con il colore acceso
di palme, fiori e cactus, e con il calore intenso di accoglienza.
Il giardino diventa lo scenario del nostro incontro con alcuni giovani
venuti dall’Africa, così diversi e al contempo così simili
a noi: abbiamo stretto una mano al Ghana, una mano al Senegal, una all’Algeria,
per poi arrivare a riconoscere in quei contatti Alì, Kofee, Gabriel,
Adam, non più paesi lontani, ma ragazzi, capaci di travolgere e
coinvolgere con la forza dei loro sorrisi.
In quel giardino non esistono pregiudizi, non esiste la freddezza e l’indifferenza
loro riservata con noncuranza nelle vie esterne, e lì in quel cortile
si aprono e si raccontano a noi. Tra un piatto di pasta, un dolce cannolo
e un caffè, ci riservano strani racconti, che suonano un po’ come
favole per le nostre orecchie incredule, innocenti, riparate, non pronte
a sentirsi narrare in prima persona quello che ci è stato più volte
detto da chi non l’ha vissuto; ascoltiamo le storie di famiglie distrutte,
di fughe, di traversate estenuanti nel deserto, di compagni perduti e destinati
a indicare col loro corpo la pista per chi segue; apprendiamo la fatica
di chi affronta il caldo, la sete, la fame, impariamo il dolore di chi
si ritrova a non avere più a fianco l’amico, il fratello,
la moglie ma ciononostante trova la forza per continuare. I loro volti
sorridenti, il loro desiderio di intrecciare relazioni, la loro giovialità ci
stupiscono ogni volta che pensiamo al dramma che ognuno di loro porta con
sé, all’incognita che il loro futuro rappresenta.
Subito ci è balzata all’occhio la necessità di sostenerli
nel loro desiderio di comunicare e di orientarsi nel labirinto legislativo
del nostro Paese; perciò il nostro impegno principale si è indirizzato
a fornire le basi della nostra lingua con la scuola di italiano: i ragazzi
ci hanno letteralmente sorpresi per il loro profondo desiderio di apprendere.
Il primo giorno abbiamo iniziato con dieci ragazzi, il secondo giorno erano
già venti, e nel pomeriggio – grazie al tam tam – sono
venuti anche da fuori per partecipare alle lezioni. La mattina alle 7.30
c’erano già i ragazzi con i quaderni in mano e le matite pronte,
e la scuola di italiano – nei nostri progetti prevista solo per la
mattina – apriva i battenti in ogni minuto libero, durante tutto
il giorno.
Ma non c’è stata solo la scuola! I ragazzi ci hanno coinvolto
nelle loro tradizioni ballando insieme con noi la sera o cucinando per
noi piatti africani, e ci ha stupito la voglia e il desiderio che li spinge
ad aprirsi a farsi conoscere, quasi fosse l’unico mezzo per tenersi
ancorati saldamente alla loro terra, alla loro identità.
La maggior parte di loro, qui da giorni o da anni, ci ha rimproverato di
essere un popolo chiuso e pauroso. Ci ha rimproverato l’indifferenza
e la mancanza di rispetto. Ci ha parlato delle aspettative e dei sogni,
spesso frustrati da questa indifferenza.
E come rispondere a queste provocazioni?
La nostra presenza è stata una piccola risposta che non è sfuggita
ai loro occhi: il primo vero incontro con ragazzi italiani. Per qualcuno,
le prime parole scambiate guardando negli occhi un interlocutore in ascolto.
E spesso in quegli occhi abbiamo trovato i sogni che noi ragazzi italiani
non osiamo più fare.
Guardare negli occhi gli schiavi della nostra società, oggi ottenuti
senza l’abominio di una tratta, ma più finemente con i lunghi
tempi della burocrazia, nuovi schiavi sempre disposti a svolgere sottopagati
quei lavori che noi non siamo più disposti a svolgere, ci mette
di fronte alle nostre responsabilità e spinge a ripensare il nostro
futuro.
Questa nostra testimonianza serve allora innanzitutto a noi stessi, per
ricordare e fare memoria nel nostro quotidiano, nei nostri comportamenti,
nelle nostre scelte.
Buona Strada.
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