federalismo e fantascienza

  di antonio rudilosso  

il divario tra nord e sud

«il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni»
(Otto von Bismarck)

 

Tutti dobbiamo contribuire a correggere i conti pubblici, tanto il nord quanto il sud.
La ricetta attualmente sul tappeto è il federalismo fiscale. Con esso si vuole abbattere il debito pubblico, offrire servizi migliori e ridurre il carico fiscale.
Allo stato, l’unico atto concreto assunto dal governo son stati gli sgravi ICI: un provvedimento antifederalista per antonomasia in quanto costringe ad aumentare i trasferimenti dal centro alla periferia. Ma questo è un problema congiunturale: il taglio dell’ICI è servito a vincere le elezioni, qui interessa un’analisi strutturale del federalismo fiscale.
Quando il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Cascio, cerca di dimostrare che la spesa procapite in Sicilia è addirittura inferiore alla media nazionale, fa un’operazione ragionieristica di nessun valore in quanto tralascia un particolare grosso quanto l’intera questione meridionale: i servizi offerti in Sicilia a fronte di questa spesa sono profondamente inferiori e caratterizzati da enormi sprechi primo fra tutti i costi della politica, che nell’Isola sono i più alti d’Italia.
Il problema propedeutico all’introduzione del federalismo, è il divario infrastrutturale esistente tra meridione e settentrione.
Che la Sicilia perda 5 miliardi col federalismo non è una tragedia: il vero nodo da sciogliere è la sequenza degli interventi.
L’introduzione del federalismo è una iattura se non è preceduto da interventi di perequazione infrastrutturale. Il grande inganno è la tesi per cui col federalismo il sud avrà scuole, ospedali, sicurezza e strade simili al nord.
Prima occorrono i 112 miliardi necessari a colmare la disparità infrastrutturale. Poi servono regole di spesa che non ne consentano lo sperpero, primo fra tutti un nuovo patto di stabilità interno, più intelligente di quello attuale, penalizzante per i comuni virtuosi e premiante per chi spreca.
Poi occorre introdurre una fiscalità di vantaggio, che è cosa diversa dall’evasione fiscale: investire in Sicilia deve convenire perché vi si pagano meno tasse, non perché qui è più facile evadere le tasse.
Poi serve un differente costo del lavoro che è cosa diversa dalle gabbie salariali: il lavoratore di Gela deve avere lo stesso stipendio del metalmeccanico di La Spezia ma l’imprenditore che investe a Gela deve pagare minori contributi rispetto a quanto paga il suo collega imprenditore spezino.
Solo a questo punto il federalismo può essere strumento di democrazia e di uguaglianza fiscale.
Ma saremmo comunque a metà dell’opera perché, nella più che teorica ipotesi che tutto ciò si realizzi, la finanza pubblica, svolto il suo ruolo, dovrebbe ritirarsi per lasciare il posto a una nuova etica della politica.
Limite di mandato, restituzione ai cittadini del potere di eleggere i propri rappresentanti e abbattimento dei costi della politica, sono interventi anch’essi propedeutici alla realizzazione di un federalismo democratico che allinei l’Italia alle democrazie più compiute.
Dirò di più: la classe politica siciliana deve guadagnarsi il diritto di parlare alla pari con i vari Galan, Borghezio e Formigoni, e non certo per sudditanza psicologica (l’eurodeputato Borghezio non va rispettato ma disprezzato). Servono atti concreti e di grande simbolismo: i redditi da politica in Sicilia devono diventare i più bassi d’Italia (oggi sono i più vergognosamente alti). Il parlamento siciliano deve essere dimezzato (oggi è il più affollato). L’apparato regionale pure (oggi è il più inefficiente). I consigli di quartiere devono essere cancellati.
Solo dopo questi semplici ma radicali interventi la Sicilia ha titolo a partecipare al dibattito sul federalismo, con la consapevolezza che trattasi di una nuova forma dello Stato in grado di produrre progresso ma anche, se non opportunamente governata, di allontanare ancor di più il nord dal sud.