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il divario
tra nord e sud
«il
politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni»
(Otto von Bismarck)
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Tutti dobbiamo contribuire a correggere
i conti pubblici, tanto il nord quanto il sud.
La ricetta attualmente sul tappeto è il federalismo fiscale. Con
esso si vuole abbattere il debito pubblico, offrire servizi migliori e
ridurre il carico fiscale.
Allo stato, l’unico atto concreto assunto dal governo son stati gli
sgravi ICI: un provvedimento antifederalista per antonomasia in quanto
costringe ad aumentare i trasferimenti dal centro alla periferia. Ma questo è un
problema congiunturale: il taglio dell’ICI è servito a vincere
le elezioni, qui interessa un’analisi strutturale del federalismo
fiscale.
Quando il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Cascio,
cerca di dimostrare che la spesa procapite in Sicilia è addirittura
inferiore alla media nazionale, fa un’operazione ragionieristica
di nessun valore in quanto tralascia un particolare grosso quanto l’intera
questione meridionale: i servizi offerti in Sicilia a fronte di questa
spesa sono profondamente inferiori e caratterizzati da enormi sprechi primo
fra tutti i costi della politica, che nell’Isola sono i più alti
d’Italia.
Il problema propedeutico all’introduzione del federalismo, è il
divario infrastrutturale esistente tra meridione e settentrione.
Che la Sicilia perda 5 miliardi col federalismo non è una tragedia:
il vero nodo da sciogliere è la sequenza degli interventi.
L’introduzione del federalismo è una iattura se non è preceduto
da interventi di perequazione infrastrutturale. Il grande inganno è la
tesi per cui col federalismo il sud avrà scuole, ospedali, sicurezza
e strade simili al nord.
Prima occorrono i 112 miliardi necessari a colmare la disparità infrastrutturale.
Poi servono regole di spesa che non ne consentano lo sperpero, primo fra
tutti un nuovo patto di stabilità interno, più intelligente
di quello attuale, penalizzante per i comuni virtuosi e premiante per chi
spreca.
Poi occorre introdurre una fiscalità di vantaggio, che è cosa
diversa dall’evasione fiscale: investire in Sicilia deve convenire
perché vi si pagano meno tasse, non perché qui è più facile
evadere le tasse.
Poi serve un differente costo del lavoro che è cosa diversa dalle
gabbie salariali: il lavoratore di Gela deve avere lo stesso stipendio
del metalmeccanico di La Spezia ma l’imprenditore che investe a Gela
deve pagare minori contributi rispetto a quanto paga il suo collega imprenditore
spezino.
Solo a questo punto il federalismo può essere strumento di democrazia
e di uguaglianza fiscale.
Ma saremmo comunque a metà dell’opera perché, nella
più che teorica ipotesi che tutto ciò si realizzi, la finanza
pubblica, svolto il suo ruolo, dovrebbe ritirarsi per lasciare il posto
a una nuova etica della politica.
Limite di mandato, restituzione ai cittadini del potere di eleggere i propri
rappresentanti e abbattimento dei costi della politica, sono interventi
anch’essi propedeutici alla realizzazione di un federalismo democratico
che allinei l’Italia alle democrazie più compiute.
Dirò di più: la classe politica siciliana deve guadagnarsi
il diritto di parlare alla pari con i vari Galan, Borghezio e Formigoni,
e non certo per sudditanza psicologica (l’eurodeputato Borghezio
non va rispettato ma disprezzato). Servono atti concreti e di grande simbolismo:
i redditi da politica in Sicilia devono diventare i più bassi d’Italia
(oggi sono i più vergognosamente alti). Il parlamento siciliano
deve essere dimezzato (oggi è il più affollato). L’apparato
regionale pure (oggi è il più inefficiente). I consigli di
quartiere devono essere cancellati.
Solo dopo questi semplici ma radicali interventi la Sicilia ha titolo a
partecipare al dibattito sul federalismo, con la consapevolezza che trattasi
di una nuova forma dello Stato in grado di produrre progresso ma anche,
se non opportunamente governata, di allontanare ancor di più il
nord dal sud.
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