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il pd,
la 'questione morale' e la 'questione politica'
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C'è un'illegalità che
combattiamo ed un'illegalità che tolleriamo, talvolta assecondandola.
E c'è una politica che la pratica e un'altra che si indigna, chiamando
oggi questione morale ciò che invece dovrebbe affrontare, squisitamente,
come una questione politica.
Secondo quello che la Procura della Repubblica di Napoli ha scritto, l'imprenditore
Romeo partecipava legalmente alle gare pubbliche che legalmente venivano
celebrate e da lui legalmente vinte. Anzi, non poteva non vincerle, visto
che il bando di gara - cioè le regole per giocare e vincere - venivano
scritte a misura per lui da funzionari comunali e amministratori politici.
Il punto è che nessuno di loro riteneva di commettere reato, meno
che mai di costituire una associazione a delinquere e di essere corruttori
o concussori: erano amici che si scambiavano favori ricevendo in cambio
regali ed altri favori.
Mi domando: c'è qualche professore universitario che crede di commettere
reato quando partecipa alla commissione d'esami di un concorso bandito
apposta per fare vincere la figlia di un suo collega, che regolarmente
lo vince? C'è stato qualche candidato ad elezioni qualsiasi, che
abbia offerto denaro, regalato "buoni benzina", pagato una bolletta
dell'Enel, offerto pacchi di pasta o altri generi alimentari ed abbia avuto
il sospetto, chiedendo voti, di commettere reato? Se c'è qualcuno
che legge questo articolo e non ha mai sentito dire cose del genere, per
favore mi scriva. Oppure prenda cinquanta bandi di gara per servizi di
progettazione - per esempio - e scopra quanti requisiti ogni volta differenti
essi richiedono fino a formare quasi l'identikit del futuro aggiudicatario.
Così come vorrei sapere se è vero che in certi consigli comunali
l'approvazione di ogni piano di lottizzazione è occasione d'integrazione
di reddito per taluni consiglieri. Non sono reati minori: un Paese affonda
se la criminalità brucia le sue risorse economiche ma affonda anche,
e qui senza possibilità di riscatto, se l'università brucia
le sue risorse intellettuali.
Questa illegalità non è sempre e non è ovunque ma
ci avvolge come l'acqua, ci nuotiamo dentro: piani regolatori a misura
del bisogno, concessioni edilizie irregolari, assunzioni clientelari...
ognuno può allungare l'elenco. Reati che a commetterli non è la
mafia, violenta, esagerata e perciò bella da raccontare come da
combattere, da farci film e leggi speciali. Perché la mafia è un
nemico diverso da noi mentre quell'altra illegalità siamo noi stessi
e ci rifiutiamo di riconoscerci e di combatterci. Non a caso, come lucidamente
spiegò Gherardo Colombo, il consenso popolare che nei primi anni
'90 ebbe l'operazione "Mani Pulite" fu vasto ed esplicito all'inizio
(e non del tutto civile, penso io), quando le indagini portavano ad accusare
i potenti, politici importanti e capitani d'industria; ma si esaurì gradatamente
quando si venne a scoprire che a delinquere erano anche e soprattutto persone
comuni, piccoli professionisti, impiegati comunali, commercianti, gente
non diversa da quella che esultava in piazza per l'arresto di un segretario
di partito. Fu il limite contro il quale l'indignazione si spense ed essa
tornò a farsi silenzio, quieto vivere.
Oggi ci risiamo: intorno a noi accadono fatti che tuttavia ci raccontiamo
solo quando la magistratura li scopre, scoprendoci tutti. Accadono in un
contesto mutato, dentro un'etica della facilità che tutti sembriamo
aver introiettato, dove ogni cosa può raggiungersi senza merito
in una società che aborrisce la fatica e la serietà. Se,
dunque, la pratica dell'illegalità è così giustificata,
impunita e perciò legittimata e diffusa nella società, che
meraviglia c'è a scoprire che anche il PD non ne sarebbe alieno?
Io credo che ci sia stato un PCI veramente "diverso" ma che aver
continuato a pensarsi migliori degli altri solo per meriti genetici sia
stato un errore. E se qualcuno ha creduto che ciò valesse anche
per il PD, per pura trasmissione ereditaria, è stato un ipocrita.
Così il PD deve fare i conti con la realtà, all'esterno ed
all'interno di se stesso. Sbaglieremmo se, di fronte alle azioni giudiziarie
dei mesi e giorni scorsi, reagissimo parlando di complotto: certe coincidenze
temporali sono irritanti, persino sospette, è vero, ma il merito
delle inchieste c'è tutto ed è di questo che dobbiamo occuparci.
Ma sbaglieremmo pure, a mio avviso, se ci limitassimo ad evocare una nuova "questione
morale", come la direzione nazionale del 19 dicembre scorso mi pare
abbia fatto. Un partito deve reagire con la politica, non con le prediche.
Che proposito politico è "fuori i disonesti"? Non deve
essere una ovvietà? Io credo che fare della legalità un valore
politico in sé sia stato un limite che, nella debolezza della proposta
politica, ha portato in Sicilia ad edificare l'identità di un partito
- il PCI prima ed i DS alla fine - intorno ad essa come principale elemento
di caratterizzazione. Non solo sostituendosi quasi per intero alla proposta
politica assente, ma costituendo strumento di analisi della realtà e
di giudizio, spesso di distinzione nella società fra "buoni
e cattivi", finendo per rendercela incomprensibile e di fatto estranea.
Ecco perché penso che insistere oggi nella stessa visione delle
cose, limitarsi a ribaltare al nostro interno la divisione fra buoni e
cattivi, ci fa sfuggire al problema. Che sta nel deficit di proposta politica
alternativa, di differenziazione nei contenuti e negli scopi, prima ancora
che negli atteggiamenti, inevitabilmente uguali a quelli di tutti se gli
scopi sono gli stessi. Lasciando alla magistratura l'individuazione dei
reati e di chi li commette (ma applicando con puntualità il proprio
codice etico interno) il PD ha il dovere di rispondere in termini politici
alla crisi di legalità e non in termini astrattamente "morali".
Il PD deve certamente liberarsi di tutti i disonesti, come Veltroni chiede
(a parole), ma la selezione non si può fare istituendo un tribunale
interno né affidandosi a pericolosi giudizi "morali" sugli
individui; bensì, io penso, garantendo ricambio e trasparenza, nonché misurandosi
e valutandosi sulle proposte e le iniziative politiche. Nella indefinitezza
della posizione politica tutto è possibile e tutti siamo uguali...
Allo stesso modo, è nelle oligarchie che sopravvive un partito marcio, è nei
dirigenti autoreferenziati che si alimenta una democrazia fittizia, la
quale si impossessa dei partiti e li usa per interessi particolari, non
dissimilmente da come accade spesso nelle Istituzioni. Il PD non può fare
eccezione.
Paradossalmente, è proprio la Sicilia il terreno in cui c'è più possibilità e
necessità allo stesso tempo, di quella politica nuova che solo il
PD può perdere l'occasione di rappresentare. È qui che quella
concrezione chiamata Regione Siciliana è diventata (grazie pure
all'uso perverso della sua autonomia speciale) una miniera inesauribile
di occasioni per l'illegalità diffusa: attraverso la sua asfissiante
burocrazia, la sua antiquata ed inviolabile amministrazione interna, la
mancanza di criteri di programmazione e quindi di trasparenza, l'uso distorto
delle risorse di bilancio, un assistenzialismo clientelare di dimensioni
gigantesche, l'elargizione arbitraria di contributi finanziari, l'inutile
sperpero dei fondi dell'Unione Europea, gli enormi sprechi e le inefficienze
della spesa pubblica (nota a tutti quella nel servizio sanitario) a cui
corrispondono impressionanti grumi di interessi e di potere. Tutto questo
costituisce infatti, per un partito come il PD, l'occasione vera per affrontare
il tema della illegalità diffusa sul terreno politico delle proposte
e delle riforme, sottraendosi alla retorica moralista delle "questioni
morali" ma schierandosi con nettezza per lo smantellamento e la riforma
di questa Regione Siciliana e della Sicilia.
Ho detto che ve ne è la necessità, come ho provato ad argomentare,
ma anche la possibilità, come dimostrano i ragazzi di "Addio
pizzo", gli imprenditori di Confindustria ed altri che senza aver
atteso nuovi morti ammazzati, pronunciano oggi in Sicilia parole solo qualche
anno fa inimmaginabili contro la mafia e chiedendo ad ognuno, questa è la
rivoluzione non colta fino in fondo, di assumersi le proprie responsabilità.
Per questo non possiamo più permetterci l'ipocrisia di distinguere
l'illegalità "mafiosa" da quella "civile".
Non a caso, proprio un imprenditore come Andrea Vecchio, noto per le sue
denunce contro il racket, all'indomani dell'ultima estorsione subita a
metà novembre, non si è scagliato contro la mafia ma contro
la nostra pubblica amministrazione e la sua inefficienza. Parole per le
quali un magistrato può far ben poco ma che non dovrebbero fare
dormire un partito come il PD.
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