illegalità e tolleranza

  di roberto de benedictis  

il pd, la 'questione morale' e la 'questione politica'

 

C'è un'illegalità che combattiamo ed un'illegalità che tolleriamo, talvolta assecondandola. E c'è una politica che la pratica e un'altra che si indigna, chiamando oggi questione morale ciò che invece dovrebbe affrontare, squisitamente, come una questione politica.
Secondo quello che la Procura della Repubblica di Napoli ha scritto, l'imprenditore Romeo partecipava legalmente alle gare pubbliche che legalmente venivano celebrate e da lui legalmente vinte. Anzi, non poteva non vincerle, visto che il bando di gara - cioè le regole per giocare e vincere - venivano scritte a misura per lui da funzionari comunali e amministratori politici. Il punto è che nessuno di loro riteneva di commettere reato, meno che mai di costituire una associazione a delinquere e di essere corruttori o concussori: erano amici che si scambiavano favori ricevendo in cambio regali ed altri favori.
Mi domando: c'è qualche professore universitario che crede di commettere reato quando partecipa alla commissione d'esami di un concorso bandito apposta per fare vincere la figlia di un suo collega, che regolarmente lo vince? C'è stato qualche candidato ad elezioni qualsiasi, che abbia offerto denaro, regalato "buoni benzina", pagato una bolletta dell'Enel, offerto pacchi di pasta o altri generi alimentari ed abbia avuto il sospetto, chiedendo voti, di commettere reato? Se c'è qualcuno che legge questo articolo e non ha mai sentito dire cose del genere, per favore mi scriva. Oppure prenda cinquanta bandi di gara per servizi di progettazione - per esempio - e scopra quanti requisiti ogni volta differenti essi richiedono fino a formare quasi l'identikit del futuro aggiudicatario. Così come vorrei sapere se è vero che in certi consigli comunali l'approvazione di ogni piano di lottizzazione è occasione d'integrazione di reddito per taluni consiglieri. Non sono reati minori: un Paese affonda se la criminalità brucia le sue risorse economiche ma affonda anche, e qui senza possibilità di riscatto, se l'università brucia le sue risorse intellettuali.
Questa illegalità non è sempre e non è ovunque ma ci avvolge come l'acqua, ci nuotiamo dentro: piani regolatori a misura del bisogno, concessioni edilizie irregolari, assunzioni clientelari... ognuno può allungare l'elenco. Reati che a commetterli non è la mafia, violenta, esagerata e perciò bella da raccontare come da combattere, da farci film e leggi speciali. Perché la mafia è un nemico diverso da noi mentre quell'altra illegalità siamo noi stessi e ci rifiutiamo di riconoscerci e di combatterci. Non a caso, come lucidamente spiegò Gherardo Colombo, il consenso popolare che nei primi anni '90 ebbe l'operazione "Mani Pulite" fu vasto ed esplicito all'inizio (e non del tutto civile, penso io), quando le indagini portavano ad accusare i potenti, politici importanti e capitani d'industria; ma si esaurì gradatamente quando si venne a scoprire che a delinquere erano anche e soprattutto persone comuni, piccoli professionisti, impiegati comunali, commercianti, gente non diversa da quella che esultava in piazza per l'arresto di un segretario di partito. Fu il limite contro il quale l'indignazione si spense ed essa tornò a farsi silenzio, quieto vivere.
Oggi ci risiamo: intorno a noi accadono fatti che tuttavia ci raccontiamo solo quando la magistratura li scopre, scoprendoci tutti. Accadono in un contesto mutato, dentro un'etica della facilità che tutti sembriamo aver introiettato, dove ogni cosa può raggiungersi senza merito in una società che aborrisce la fatica e la serietà. Se, dunque, la pratica dell'illegalità è così giustificata, impunita e perciò legittimata e diffusa nella società, che meraviglia c'è a scoprire che anche il PD non ne sarebbe alieno? Io credo che ci sia stato un PCI veramente "diverso" ma che aver continuato a pensarsi migliori degli altri solo per meriti genetici sia stato un errore. E se qualcuno ha creduto che ciò valesse anche per il PD, per pura trasmissione ereditaria, è stato un ipocrita. Così il PD deve fare i conti con la realtà, all'esterno ed all'interno di se stesso. Sbaglieremmo se, di fronte alle azioni giudiziarie dei mesi e giorni scorsi, reagissimo parlando di complotto: certe coincidenze temporali sono irritanti, persino sospette, è vero, ma il merito delle inchieste c'è tutto ed è di questo che dobbiamo occuparci. Ma sbaglieremmo pure, a mio avviso, se ci limitassimo ad evocare una nuova "questione morale", come la direzione nazionale del 19 dicembre scorso mi pare abbia fatto. Un partito deve reagire con la politica, non con le prediche. Che proposito politico è "fuori i disonesti"? Non deve essere una ovvietà? Io credo che fare della legalità un valore politico in sé sia stato un limite che, nella debolezza della proposta politica, ha portato in Sicilia ad edificare l'identità di un partito - il PCI prima ed i DS alla fine - intorno ad essa come principale elemento di caratterizzazione. Non solo sostituendosi quasi per intero alla proposta politica assente, ma costituendo strumento di analisi della realtà e di giudizio, spesso di distinzione nella società fra "buoni e cattivi", finendo per rendercela incomprensibile e di fatto estranea. Ecco perché penso che insistere oggi nella stessa visione delle cose, limitarsi a ribaltare al nostro interno la divisione fra buoni e cattivi, ci fa sfuggire al problema. Che sta nel deficit di proposta politica alternativa, di differenziazione nei contenuti e negli scopi, prima ancora che negli atteggiamenti, inevitabilmente uguali a quelli di tutti se gli scopi sono gli stessi. Lasciando alla magistratura l'individuazione dei reati e di chi li commette (ma applicando con puntualità il proprio codice etico interno) il PD ha il dovere di rispondere in termini politici alla crisi di legalità e non in termini astrattamente "morali".
Il PD deve certamente liberarsi di tutti i disonesti, come Veltroni chiede (a parole), ma la selezione non si può fare istituendo un tribunale interno né affidandosi a pericolosi giudizi "morali" sugli individui; bensì, io penso, garantendo ricambio e trasparenza, nonché misurandosi e valutandosi sulle proposte e le iniziative politiche. Nella indefinitezza della posizione politica tutto è possibile e tutti siamo uguali... Allo stesso modo, è nelle oligarchie che sopravvive un partito marcio, è nei dirigenti autoreferenziati che si alimenta una democrazia fittizia, la quale si impossessa dei partiti e li usa per interessi particolari, non dissimilmente da come accade spesso nelle Istituzioni. Il PD non può fare eccezione.
Paradossalmente, è proprio la Sicilia il terreno in cui c'è più possibilità e necessità allo stesso tempo, di quella politica nuova che solo il PD può perdere l'occasione di rappresentare. È qui che quella concrezione chiamata Regione Siciliana è diventata (grazie pure all'uso perverso della sua autonomia speciale) una miniera inesauribile di occasioni per l'illegalità diffusa: attraverso la sua asfissiante burocrazia, la sua antiquata ed inviolabile amministrazione interna, la mancanza di criteri di programmazione e quindi di trasparenza, l'uso distorto delle risorse di bilancio, un assistenzialismo clientelare di dimensioni gigantesche, l'elargizione arbitraria di contributi finanziari, l'inutile sperpero dei fondi dell'Unione Europea, gli enormi sprechi e le inefficienze della spesa pubblica (nota a tutti quella nel servizio sanitario) a cui corrispondono impressionanti grumi di interessi e di potere. Tutto questo costituisce infatti, per un partito come il PD, l'occasione vera per affrontare il tema della illegalità diffusa sul terreno politico delle proposte e delle riforme, sottraendosi alla retorica moralista delle "questioni morali" ma schierandosi con nettezza per lo smantellamento e la riforma di questa Regione Siciliana e della Sicilia.
Ho detto che ve ne è la necessità, come ho provato ad argomentare, ma anche la possibilità, come dimostrano i ragazzi di "Addio pizzo", gli imprenditori di Confindustria ed altri che senza aver atteso nuovi morti ammazzati, pronunciano oggi in Sicilia parole solo qualche anno fa inimmaginabili contro la mafia e chiedendo ad ognuno, questa è la rivoluzione non colta fino in fondo, di assumersi le proprie responsabilità. Per questo non possiamo più permetterci l'ipocrisia di distinguere l'illegalità "mafiosa" da quella "civile".
Non a caso, proprio un imprenditore come Andrea Vecchio, noto per le sue denunce contro il racket, all'indomani dell'ultima estorsione subita a metà novembre, non si è scagliato contro la mafia ma contro la nostra pubblica amministrazione e la sua inefficienza. Parole per le quali un magistrato può far ben poco ma che non dovrebbero fare dormire un partito come il PD.