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cosa
devono insegnare i risultati delle scorse elezioni
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I risultati delle ultime elezioni
politiche nazionali, ma soprattutto i risultati delle ultime elezioni
regionali siciliane, continuano a suscitare reazioni di smarrimento,
amarezza, disillusione, rabbia e forse anche rassegnazione, in molti
di noi che avevano sperato in ben altri esiti. Naturalmente, non è la
sconfitta elettorale in se a costituire un problema, essendo normale
in democrazia che si possa perdere un’elezione. E’ “il
modo che offende”. Offende l’amara sensazione che a prevalere
siano stati ancora una volta antiche deformazioni della società e
della politica siciliane. Innanzitutto: affarismo e clientelismo. E offende,
inoltre, che il centro sinistra e in particolare quel soggetto nuovo
del panorama politico di centro sinistra che è il Partito Democratico,
non riescano a trovare un linguaggio ed un progetto capaci di coinvolgere
nuovi elettori per diventare maggioranza politica in Sicilia e nel paese
tutto.
Poiché, per dirla in modo alquanto banale, le elezioni le vince
qualcuno perchè qualcun altro è riuscito a perderle, allora
la domanda a cui non dovremmo sfuggire (e a me sembra che il centro sinistra,
e per quel che più mi interessa il Partito democratico, continuino
a sfuggire) è: come abbiamo fatto a perdere le elezioni?
Siamo riusciti a perdere molto bene le elezioni forse anche per qualcuna
di queste motivazioni.
1) Perché non riusciamo ad abbandonare una concezione della politica
come educazione e passare ad una concezione della politica come evocazione.
- I primi della classe che danno lezione ma non sanno sporcarsi le mani
- Ecco quale impressione spesso suscitiamo negli elettori. Noi sappiamo
cos’è giusto e cos’è sbagliato; chi è buono
e chi è cattivo; qual è il futuro migliore e quale no.
Noi ragioniamo; dibattiamo; svisceriamo i problemi: approfondiamo, approfondiamo,
approfondiamo… Come fanno gli altri a non capire che abbiamo ragione,
perbacco! Perciò siamo costretti a indicare noi la strada agli
elettori che non sanno o non vogliono capire. E gli elettori ci accontentano,
come gli studenti accontentano un insegnante saccente: tu spiega che
noi pensiamo ad altro.
Io credo che o riusciamo a dare un nuovo pathos, una nuova anima, un
nuovo sentimento, alla politica, o resteremo fuori gioco ancora per molto.
Un pathos che sappia usare le parole giuste, il linguaggio giusto, per
coinvolgere, per trascinare. La politica è retorica: perché facciamo
finta di dimenticarcene? E la retorica serve innanzitutto a suscitare
emozioni.
Forse mi sbaglio, ma il pathos che in questi ultimi anni il centro sinistra
ha evocato non è forse coinciso, nell’immaginario collettivo,
con l’idea di sacrificio, sofferenza, sforzo, lotta, impegno duro,
rinuncia? Abbiamo evocato tristezza. Avevamo ragione, ma eravamo tristi.
Molti magari avranno pensato delle nostre idee: è vero, ma non
voglio crederci.
2) Perché dovremmo partire dai bisogni per arrivare ai diritti,
e non viceversa.
All’emergere sempre più drammatico di bisogni primari ed
urgente nei cittadini, soprattutto nella nostra isola, non possiamo rispondere
semplicemente riaffermando in astratto i diritti sacrosanti che tutti
devono vedersi riconosciuti e che lo stato, o le amministrazioni pubbliche,
devono soddisfare. Per chi è morso da un bisogno il richiamo al
diritto che gli spetta è poco. Troppo poco. Un bisogno chiede
drammaticamente di essere eliminato. Serve a poco dire: se eliminiamo
le condizioni che creano il tuo bisogno ne tu ne altri avrete più il
problema. - E’ vero, ma ora che faccio? - chiede chi vive un problema.
D’accordo: non possiamo e non dobbiamo, anche noi utilizzare gli
strumenti che hanno caratterizzato finora la politica siciliana: favoritismi,
clientelismo, affarismo. Ma non possiamo neanche continuare a rispondere
ai bisogni della gente semplicemente dicendo: ma noi siamo persone per
bene! Già, è vero, noi siamo persone per bene; questo la
gente ce lo riconosce. Ma poi si rivolge ad altri.
Ha affermato di recente padre Bartolomeo Sorge: “Occorre una concezione
nuova della politica. Non come mera appartenenza a uno schieramento,
ma come servizio rivolto alla gente che favorisce la partecipazione sulle
cose da fare”
3) Perché non siamo più radicati sul territorio.
Nessuna nostalgia per le sezioni di partito. Gloriose ma ormai inutili.
Però: dove incontriamo le persone? Dove parliamo con loro? Non
possiamo certo pretendere di farlo ai convegni; anche perchè ai
convegni non si parla, si ascolta l’oratore di turno.
Inventiamoci luoghi e modi per stare accanto alla gente. A tutta la gente,
non solo a chi ha interessi culturali. E soprattutto decentriamoci; spostiamoci
nelle periferie. E li che il centro-destra raccoglie a piene mani. E’ vero:
perché distribuisce favori e strumentalizza miserie e problemi.
Ma anche perché noi, nelle periferie, abbiamo lasciato campo libero.
A proposito, bisogna trovare una nuova sede provinciale al PD siracusano.
Che ne dite se la cercassimo a Santa Panagia, a Mazzarona o al Villaggio
Miano? |
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