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la morte
del professore parmaliana
«Non
esiste vento favorevole per chi non sa dove andare»
(Seneca) |
"La Magistratura barcellonese/messinese
vorrebbe mettermi alla gogna vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta
dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino
denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le
complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non
posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di
uomo, di padre, di marito di servitore dello Stato e docente universitario.
Non posso consentire a questi soggetti di farsi gioco di me e di sporcare
la mia immagine, non posso consentire che il mio nome appaia sul giornale
alla stessa stregua di quello di un delinquente. Hanno deciso di schiacciarmi,
di annientarmi.
Non glielo consentirò, rivendico con forza la mia storia, il mio
coraggio e la mia indipendenza. Sono un uomo libero che in maniera determinata
si sottrae al massacro ed agli agguati che il sistema sopraindicato vorrebbe
tendergli."
Con queste parole inizia la lettera scritta da Adolfo Parmaliana poco prima
di togliersi la vita, il tre ottobre scorso intorno alle due del pomeriggio,
lanciandosi dai trentacinque metri di un viadotto dell'autostrada Messina
Palermo.
Cinquant'anni, docente ordinario di Chimica industriale presso la facoltà di
Chimica dell'Università di Messina, una vita spesa nell'impegno
accademico e in quello politico, il professore Parmaliana era un uomo di
estremo rigore, scientifico e morale. Era stato segretario della sezione
dei Democratici di Sinistra di Terme di Vigliatore, il comune in cui viveva,
e consulente per le questioni ambientali del sindaco di Roma Veltroni e
del sindaco di Augusta Massimo Carrubba.
Con le sue denunce, era stato il protagonista dello scioglimento per mafia
del consiglio comunale di Terme di Vigliatore. Dopo il decreto di scioglimento
del Comune, nel 2005, aveva fatto affiggere un manifesto dal titolo 'Giustizia è fatta'
in cui esprimeva la sua soddisfazione per il provvedimento firmato dal
Presidente Ciampi.
E proprio per il contenuto di quel manifesto era stato di recente rinviato
a giudizio per diffamazione dai giudici di Barcellona, un provvedimento,
che aveva interpretato e vissuto come uno smacco al suo impegno di vita.
Per percorrere i trentacinque metri che segnavano la distanza tra la vita
e la morte, Adolfo Parmaliana ha scelto un viadotto in prossimità di
Patti, in modo che l'inchiesta sulla sua morte non fosse di competenza
della Procura di Barcellona ma di quella di Patti.
Sulla sua Bmw ha lasciato un biglietto che rimandava a un dossier lasciato
al fratello Biagio, avvocato. Sulle accuse contenute in quel dossier indaga
ora la Procura della Repubblica di Reggio Calabria, con l'ipotesi di istigazione
al suicidio.
Claudio Fava, che con Parmaliana ha condiviso una parte significativa della
storia politica ha scritto sull'Unità: "Il punto sono le parole
che per anni Adolfo ha offerto agli altri e se l'è viste rotolare
tra i piedi. Il punto è l'abitudine dei siciliani a ingoiare tutto,
a digerire tutto e a considerare, alla fine della giostra, uno come Parmaliana
un irriducibile rompicoglioni."
Rimane la consapevolezza di un'altra vita conclusa a causa della solitudine
in cui è lasciato in questa nostra terra, e non solo, chi combatte
per l'ideale di una società migliore, affrancata dal potere criminale.
Non si tratta del suicidio di un uomo sconfitto, ma del gesto estremo di
un combattente che, esaurita ogni arma istituzionale, arriva ad usare la
propria vita per affermare i propri ideali.
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