la scuola: che fatica!

  di donatella guarino  

i tagli del ministro gelmini

Che sia un argomento sulla bocca di tutti è fuori discussione. Purtroppo però se ne parla – spesso – per sentito dire, citando luoghi comuni, affrontando tematiche che invece andrebbero trattate (esclusivamente) dagli addetti ai lavori!
La riforma Gelmini è la vexata quaestio.
Intanto preme dire che di riforma non si tratta. E’ un’operazione economica, di tagli di spese, e di posti di lavoro, ma nulla ha a che fare con l’essenza e la vocazione della scuola. Essa non ha ricadute didattiche, non considera le metodologie, né i processi di insegnamento e apprendimento. Puntando su alcuni aspetti si camuffa di riforma. Ma è invece un’inversione di rotta, un anacronistico dibattere su questioni che si considerano importanti ma che di fatto non lo sono. Anzitutto perché non garantiscono il diritto allo studio.
Se tanti di noi sono stati formati alla scuola dal maestro unico oggi questo non è più possibile. L’inglese, l’informatica hanno bisogno di competenze che il maestro unico non può garantire. Il maestro non può e non deve essere un tuttologo!
L’ istituzione scolastica, tanto importante quanto bistrattata, è fanalino di coda (ma questa non è una novità!) di ogni piano finanziario. E lo è anche adesso: perché non ammetterlo?
Mi fa sorridere sentire (e leggere) che ora con la riforma Gelmini si ritornerà ad insegnare l’educazione alla legalità. Ma perché fino a stamattina cosa abbiamo fatto? Con il lavoro in classe, con il rispetto delle regole, con la costante motivazione allo studio, che è alla base di ogni processo di apprendimento, non facciamo ogni momento educazione alla legalità?
E’ vero che la scuola vive un momento di difficoltà. E’ vero che fatica ad incidere sul sociale. Spesso è un remare contro-corrente, un affermare regole e contenuti che appaiono sganciati dalla realtà. Eppure passi avanti ne sono stati fatti. La scuola è cambiata perché la società è cambiata. Perché gli adolescenti sono cambiati.
Ma la vocazione della scuola non è andata persa, è ancora chiara. Chiarissima. Chi ama il proprio lavoro lo sa. Conosce la fatica, la difficoltà di trovare un linguaggio adeguato, di trovare un canale di comunicazione che sia biunivoco, in cui i giovani di sentano capiti, compresi.
La scuola non è un luogo noioso dove i bambini e i ragazzi sono costretti ad andare. Non è un parcheggio dove si sta fino a quando mamma e papà non tornano dal lavoro. E’, al contrario, un luogo dove si esercita l’affascinante arte di imparare, la voglia di capire, di sperimentare, la voglia di crescere, di sentirsi protagonisti del proprio destino. Ho in mente lo sguardo di tanti che quando superano le difficoltà sono felici di apprendere, che se incoraggiati vanno avanti…E tante volte un sorriso vale più di ogni cosa.
La scuola non è un passatempo. Lo sa bene chi ha imparato a tenere il telefonino nello zaino in modalità silenziosa, chi si alza all’ingresso dell’insegnante in classe, chi sa ancora chiedere scusa.
La scuola è il luogo dove si entra bambini e si cresce, si diventa uomini e donne. Ma perché allora considerare questa istituzione di serie B?
Come in ogni posto di lavoro ci sono (la maggior parte) quelli che lavorano e poi ci sono gli altri. Non è che ci sono i prof bravi del nord e i prof asini del sud. E’ semplicistico, oltrechè pericoloso, affermare questo.
Sarebbe bello se davvero ci fosse una riforma della scuola.
L’Università non insegna a insegnare. La riforma dovrebbe puntare a questo: alla sperimentazione e all’aggiornamento delle metodologie didattiche, strumenti fondamentali dai quali non si può prescindere. La riforma dovrebbe essere fatta, perciò, ascoltando le esigenze di chi in classe ci sta, ci lavora, chi corregge compiti anche di pomeriggio, chi si aggiorna a proprie spese, chi sa che il confronto e il lavoro di équipe è una grande risorsa, chi “perde” tempo appresso ai propri alunni credendo ancora al dialogo…E (mi spiace) non fatta da chi in queste ore discute la proposta di legge senza avere idea alcuna di che cosa stia discutendo!
Il voto di condotta non risolve un conflitto. Lo alimenta. E la scuola del terrore serve (ne sono convinta!) a ben poco.