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i tagli
del ministro gelmini
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Che sia un argomento sulla bocca
di tutti è fuori discussione. Purtroppo però se ne parla – spesso – per
sentito dire, citando luoghi comuni, affrontando tematiche che invece
andrebbero trattate (esclusivamente) dagli addetti ai lavori!
La riforma Gelmini è la vexata quaestio.
Intanto preme dire che di riforma non si tratta. E’ un’operazione
economica, di tagli di spese, e di posti di lavoro, ma nulla ha a che fare
con l’essenza e la vocazione della scuola. Essa non ha ricadute didattiche,
non considera le metodologie, né i processi di insegnamento e apprendimento.
Puntando su alcuni aspetti si camuffa di riforma. Ma è invece un’inversione
di rotta, un anacronistico dibattere su questioni che si considerano importanti
ma che di fatto non lo sono. Anzitutto perché non garantiscono il
diritto allo studio.
Se tanti di noi sono stati formati alla scuola dal maestro unico oggi questo
non è più possibile. L’inglese, l’informatica
hanno bisogno di competenze che il maestro unico non può garantire.
Il maestro non può e non deve essere un tuttologo!
L’ istituzione scolastica, tanto importante quanto bistrattata, è fanalino
di coda (ma questa non è una novità!) di ogni piano finanziario.
E lo è anche adesso: perché non ammetterlo?
Mi fa sorridere sentire (e leggere) che ora con la riforma Gelmini si ritornerà ad
insegnare l’educazione alla legalità. Ma perché fino
a stamattina cosa abbiamo fatto? Con il lavoro in classe, con il rispetto
delle regole, con la costante motivazione allo studio, che è alla
base di ogni processo di apprendimento, non facciamo ogni momento educazione
alla legalità?
E’ vero che la scuola vive un momento di difficoltà. E’ vero
che fatica ad incidere sul sociale. Spesso è un remare contro-corrente,
un affermare regole e contenuti che appaiono sganciati dalla realtà.
Eppure passi avanti ne sono stati fatti. La scuola è cambiata perché la
società è cambiata. Perché gli adolescenti sono cambiati.
Ma la vocazione della scuola non è andata persa, è ancora
chiara. Chiarissima. Chi ama il proprio lavoro lo sa. Conosce la fatica,
la difficoltà di trovare un linguaggio adeguato, di trovare un canale
di comunicazione che sia biunivoco, in cui i giovani di sentano capiti,
compresi.
La scuola non è un luogo noioso dove i bambini e i ragazzi sono
costretti ad andare. Non è un parcheggio dove si sta fino a quando
mamma e papà non tornano dal lavoro. E’, al contrario, un
luogo dove si esercita l’affascinante arte di imparare, la voglia
di capire, di sperimentare, la voglia di crescere, di sentirsi protagonisti
del proprio destino. Ho in mente lo sguardo di tanti che quando superano
le difficoltà sono felici di apprendere, che se incoraggiati vanno
avanti…E tante volte un sorriso vale più di ogni cosa.
La scuola non è un passatempo. Lo sa bene chi ha imparato a tenere
il telefonino nello zaino in modalità silenziosa, chi si alza all’ingresso
dell’insegnante in classe, chi sa ancora chiedere scusa.
La scuola è il luogo dove si entra bambini e si cresce, si diventa
uomini e donne. Ma perché allora considerare questa istituzione
di serie B?
Come in ogni posto di lavoro ci sono (la maggior parte) quelli che lavorano
e poi ci sono gli altri. Non è che ci sono i prof bravi del nord
e i prof asini del sud. E’ semplicistico, oltrechè pericoloso,
affermare questo.
Sarebbe bello se davvero ci fosse una riforma della scuola.
L’Università non insegna a insegnare. La riforma dovrebbe
puntare a questo: alla sperimentazione e all’aggiornamento delle
metodologie didattiche, strumenti fondamentali dai quali non si può prescindere.
La riforma dovrebbe essere fatta, perciò, ascoltando le esigenze
di chi in classe ci sta, ci lavora, chi corregge compiti anche di pomeriggio,
chi si aggiorna a proprie spese, chi sa che il confronto e il lavoro di équipe è una
grande risorsa, chi “perde” tempo appresso ai propri alunni
credendo ancora al dialogo…E (mi spiace) non fatta da chi in queste
ore discute la proposta di legge senza avere idea alcuna di che cosa stia
discutendo!
Il voto di condotta non risolve un conflitto. Lo alimenta. E la scuola
del terrore serve (ne sono convinta!) a ben poco.
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