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una
questione che si preferisce far finta che non esista
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Eppure c’è una questione
su cui l’opinione pubblica in Italia è pressoché unanime:
cosa di per sé assai bizzarra in un Paese come il nostro, dove
due persone riescono ad avere intorno a un problema almeno tre differenti
opinioni.
Un argomento, che attraversa trasversalmente la società italiana,
abbattendo quei residui steccati ideologici, ridotti ormai in brandelli
dalla storia e dall’omologazione crescente.
Una circostanza, che da anni viene percepita come il segno di una palese
ingiustizia, di un ingiustificato privilegio, di una insopportabile sperequazione
da tutto l’elettorato: di destra, di centro, di sinistra. Ma è soprattutto
invisa a quel crescente numero di elettori che da lungo tempo ha deciso
di non mettere piede in un seggio elettorale, neanche se le cabine sono
state smontate e riposte in magazzino.
Un obiettivo, che l’ultimo governo Prodi mise nell’elenco delle
priorità, ma che poi finì con molti altri in seconda fila,
sui quali, guarda caso, non si ebbe il tempo d’intervenire (se mai
ci fosse stata veramente l’intenzione di farlo).
Un tema, che sulla carta ha solo consensi, perché chi dissente preferisce
farlo nell’ombra, dissimulando il proposito vero e profondo che gli
frulla dentro; altrimenti verrebbe sommerso da una valanga di fischi emessi
a furor di fiato.
Uno scandalo, che a scadenze fisse riempie con dovizia di numeri e dati
le pagine dei quotidiani e dei rotocalchi italiani, i quali, essendo delle
volte a corto di argomenti, trovano assai comodo ripiegare su questioni
di sicuro appeal mediatico.
Un punto-chiave che, se trasformato in iniziativa politica, aprirebbe il
forziere del consenso popolare, attorno al quale si affannano scassinatori
d’ogni tipo.
E invece no. Ci si occupa d’altro. Si preferisce che la questione,
l’argomento, il tema, la circostanza, l’obiettivo, il punto-chiave
venga pian piano dimenticato. Si fa finta che la “cosa” non
esista. La parola d’ordine è solo una: glissare. Una specie
di silenzio a statuto speciale, governato da un solo articolo: “se
proprio devi, parlane, ma non azzardarti a metterci un dito, perché stai
certo che te lo tranciamo”.
Eppure la “cosa” c’è e puzza. Nonostante i latini
abbiano tentato di farci credere per secoli che “… non olet”,
il puzzo c’è e si sente. A tratti è un tanfo insopportabile.
Ad esempio, quando la scure dei ministri si abbatte sui tronchi (e sui
fuscelli) degli altri; allora ti accorgi che dalle tasche dei boscaioli
si sprigiona un miasma mefitico che riduce in cenere il sottobosco.
Perché si tratta di una sostanza (una questione … un argomento … una
circostanza … un tema … un obiettivo … uno scandalo ….)
ad alto contenuto acido , che nelle sedi istituzionali ( le sole ad avere
su di esso potere d’intervento) si deve evitare di maneggiare, se
no rischi di bucarti le mani.
Un composto corrosivo che sfigurerebbe i rubicondi visi degli inquilini
del Palazzo: eletti (un tempo) o più comodamente “nominati”,
che dovrebbero cancellare, in un rigurgito di dignità, quei privilegi
di cui essi s’ingozzano da tempo immemorabile. senza per questo dar
segno della benché minima disfunzione metabolica.
C’è poco da sperare. Se la cucina non s’organizza, su,
nelle sale da pranzo, il banchetto continua.
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