il banchetto

  di francesco ortisi  

una questione che si preferisce far finta che non esista

Eppure c’è una questione su cui l’opinione pubblica in Italia è pressoché unanime: cosa di per sé assai bizzarra in un Paese come il nostro, dove due persone riescono ad avere intorno a un problema almeno tre differenti opinioni.
Un argomento, che attraversa trasversalmente la società italiana, abbattendo quei residui steccati ideologici, ridotti ormai in brandelli dalla storia e dall’omologazione crescente.
Una circostanza, che da anni viene percepita come il segno di una palese ingiustizia, di un ingiustificato privilegio, di una insopportabile sperequazione da tutto l’elettorato: di destra, di centro, di sinistra. Ma è soprattutto invisa a quel crescente numero di elettori che da lungo tempo ha deciso di non mettere piede in un seggio elettorale, neanche se le cabine sono state smontate e riposte in magazzino.
Un obiettivo, che l’ultimo governo Prodi mise nell’elenco delle priorità, ma che poi finì con molti altri in seconda fila, sui quali, guarda caso, non si ebbe il tempo d’intervenire (se mai ci fosse stata veramente l’intenzione di farlo).
Un tema, che sulla carta ha solo consensi, perché chi dissente preferisce farlo nell’ombra, dissimulando il proposito vero e profondo che gli frulla dentro; altrimenti verrebbe sommerso da una valanga di fischi emessi a furor di fiato.
Uno scandalo, che a scadenze fisse riempie con dovizia di numeri e dati le pagine dei quotidiani e dei rotocalchi italiani, i quali, essendo delle volte a corto di argomenti, trovano assai comodo ripiegare su questioni di sicuro appeal mediatico.
Un punto-chiave che, se trasformato in iniziativa politica, aprirebbe il forziere del consenso popolare, attorno al quale si affannano scassinatori d’ogni tipo.
E invece no. Ci si occupa d’altro. Si preferisce che la questione, l’argomento, il tema, la circostanza, l’obiettivo, il punto-chiave venga pian piano dimenticato. Si fa finta che la “cosa” non esista. La parola d’ordine è solo una: glissare. Una specie di silenzio a statuto speciale, governato da un solo articolo: “se proprio devi, parlane, ma non azzardarti a metterci un dito, perché stai certo che te lo tranciamo”.
Eppure la “cosa” c’è e puzza. Nonostante i latini abbiano tentato di farci credere per secoli che “… non olet”, il puzzo c’è e si sente. A tratti è un tanfo insopportabile. Ad esempio, quando la scure dei ministri si abbatte sui tronchi (e sui fuscelli) degli altri; allora ti accorgi che dalle tasche dei boscaioli si sprigiona un miasma mefitico che riduce in cenere il sottobosco.
Perché si tratta di una sostanza (una questione … un argomento … una circostanza … un tema … un obiettivo … uno scandalo ….) ad alto contenuto acido , che nelle sedi istituzionali ( le sole ad avere su di esso potere d’intervento) si deve evitare di maneggiare, se no rischi di bucarti le mani.
Un composto corrosivo che sfigurerebbe i rubicondi visi degli inquilini del Palazzo: eletti (un tempo) o più comodamente “nominati”, che dovrebbero cancellare, in un rigurgito di dignità, quei privilegi di cui essi s’ingozzano da tempo immemorabile. senza per questo dar segno della benché minima disfunzione metabolica.
C’è poco da sperare. Se la cucina non s’organizza, su, nelle sale da pranzo, il banchetto continua.