una gran voglia di parlare

  di padre carlo d’antoni  

 

Chiacchierando a tavola, un dopo cena, ho voglia di ascoltare delle storie dai ragazzi terzomondiali che mi fanno compagnia in parrocchia.
Hanno un gran voglia di parlare.
E’ quasi comica la situazione, come al solito: in una babele di lingue e dialetti diversi, cercano di dire la loro irakeni, liberiani, eritrei, sudanesi, eccetera. Ogni tanto qualcuno pare che si arrabbia, qualche altro scuote sconsolato la testa, un altro ancora scoppia a ridere. Per afferrare il senso di una frase c’è anche bisogno di spaventosi circuiti linguistici e allora una parola parte in un oscuro dialetto parlato in Sudan, si trasferisce nell’arabo-eritreo di Goitom, da qui traghetta traballante nell’arabo più ortodosso di Mustaphà per volare in un incerto inglese e infine approdare in un quasi italiano : il pedaggio pagato da ogni parola per partecipare a questo tour, penso che si aggiri sulla perdita del 40 % del suo originario significato. Per fortuna ogni parola viaggia accompagnata da mimiche facciali e da gestualità varie, per cui alla fine un 20% circa di significato è possibile recuperarlo.
Devo dire che alla stazione delle mie orecchie giungono delle parole che contengono poco della merce da me ordinata. Vorrei sentire di più della loro vita interiore. Spererei di poter gustare l’anima africana pregna di misteriosi richiami ancestrali, oppure di intravedere meglio la sottile e secolare saggezza degli arabi, ma montagne di macerie dolorose si frappongono tra una parola e l’altra. Tristi e recentissimi ricordi di violenza strappano ancora le vesti alle frasi, lasciandole nude di umanità, smarrite, non avendo dimestichezza con orecchie amiche disposte ad accoglierle senza il filtro caino dell’indifferenza o della presupponenza.
La cosa più bella e istruttiva è la comunicazione istantanea che il magico strumento degli occhi ti permette. Gli occhi per esempio di Sunday: se non temessi di essere retorico, oserei dire che sono di una bellezza unica. A volte li attraversa un lampo livido di paura o forse di rassegnato dolore ma sono belli. Belli e disponibili a raccontarti di un uomo che ancora danza attorno a un fuoco fondendosi con i ritmi che attraversano la notte e volano incontro a un’alba che, ascoltandoli, un giorno si ricorderà della Liberia. Come può questo giovane essere rimasto incontaminato nell’anima pur avendo dovuto nuotare, davanti a Porto Empedocle, tra decine e decine di amici che annegavano ? Sunday viene da un Paese dove da dodici anni due fazioni si combattono. Adulti ormai ce n’è pochi per ingrossare gli squadroni nella morte e così sono anche i bambini di 12 anni ad essere obbligati alla guerra. La tecnica di arruolamento e addestramento mi racconta che è semplice: fanno irruzione in casa, catturano i bambini, subito gli fanno una puntura e dopo tre mesi di addestramento sono pronti al massacro. Ci racconta Sunday di ragazzi che si nascondono o che si oppongono risolutamente. Ebbene, li lasciano perdere…dopo avergli amputato le mani o le braccia. E ancora: “ Quante volte, mentre camminavo con degli amici, all’improvviso riecheggiavano degli spari. Fuggivamo, ma ogni volta qualcuno di noi rimaneva a terra. Morto.” Ho avuto, dice, la fortuna di arrivare in Italia”, ma “il governo ci è ostile, non ci aiuta”. Ha ragione. Anch’io ormai ho capito che per avere riconosciuto lo status di rifugiato politico, debbono avere un solo requisito: indossare un abito di legno. Rivolgersi al kurdo Sami per crederci.
Sunday poi mi parla di quella che in Liberia era una festa ma una festa per davvero in quanto rientravano gli emigrati, i clan famigliari erano tutti riuniti e tutto profumava di buono. Si chiamava Natale, cadeva ogni 25 dicembre.
Una volta. E come in un film vedo scorrere nei suoi occhi dei fotogrammi di sogni ancora intatti. Non posso fare a meno di ricordarmi dell’ultimo natale a Bosco Minniti quando in chiesa eravamo trecento o forse più persone, di cui più di metà di colore. Che atmosfera con quelle canzoni ritmate sui tamburi!
Un altro liberiano che vive con me si chiama Samuel. Dopo lo sbarco avvenuto a settembre, aveva proseguito il suo viaggio per Milano dove aveva trovato il modo di lavoricchiare, naturalmente in nero perché è questo che il governo italiano vuole (per chi non lo sapesse, i richiedenti asilo politico ottengono un permesso di soggiorno provvisorio in attesa che il loro caso venga esaminato da una commissione. Il che, per legge dovrebbe avvenire entro 45 giorni. Infatti accade entro 45 anni.
Nel frattempo non potendo essere ingaggiati né tanto meno affittarsi una casa, possono andare ad impiccarsi oppure rivolgersi ai benefattori della mafia o di altre organizzazioni criminose che, con encomiabile altruismo se ne fanno carico. Ma lasciamo stare per adesso questa storia dei richiedenti asilo politico che è veramente di una inciviltà e di una disonestà tali che soltanto dei collusi con la mafia, soltanto chi pensa al potere come esercizio di prevaricazione a scopi privati può lasciare lì, sui tavoli delle questure e delle prefetture italiane. Torniamo a respirare aria pulita. Torniamo a respirare le parole di questi extra (per fortuna)-di-questa-civile-comunità).
Samuel è a Siracusa in attesa che passino tre mesi prima che venga schedato a Roma in base alla nuova legge bossi&fini dopodiché dovrebbe riavere il permesso, sempre provvisorio, di soggiorno. In Liberia stava riuscendo a frequentare un liceo. Apparteneva a una famiglia relativamente benestante. Lavorava in una profumeria. Ma davanti alle pressioni perché entrasse in una delle due fazioni in lotta è scappato. “Io mi rifiuto di uccidere un altro essere umano”, mi ha detto. Ora non può più sentire i suoi famigliari. Infatti il governo impedisce che i liberiani all’estero comunichino con i famigliari. Ricorda la festa di San Valentino: i regali, i fiori. Mamma mia quanto è triste! Era fidanzato. Ha dovuto scegliere tra la fidanzata (e diventare un assassino) e la fuga.
Durante la nostra chiacchierata serale, anche Hamed vuole intervenire, ma neanche dopo esserci rivolti allo spirito santo riusciamo a decifrare il suo dialetto liberiano con sfumature siculo-ostrogote francesizzanti.