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Chiacchierando a tavola, un dopo
cena, ho voglia di ascoltare delle storie dai ragazzi terzomondiali che
mi fanno compagnia in parrocchia.
Hanno un gran voglia di parlare.
E’ quasi comica la situazione, come al solito: in una babele di
lingue e dialetti diversi, cercano di dire la loro irakeni, liberiani,
eritrei, sudanesi, eccetera. Ogni tanto qualcuno pare che si arrabbia,
qualche altro scuote sconsolato la testa, un altro ancora scoppia a ridere.
Per afferrare il senso di una frase c’è anche bisogno di
spaventosi circuiti linguistici e allora una parola parte in un oscuro
dialetto parlato in Sudan, si trasferisce nell’arabo-eritreo di
Goitom, da qui traghetta traballante nell’arabo più ortodosso
di Mustaphà per volare in un incerto inglese e infine approdare
in un quasi italiano : il pedaggio pagato da ogni parola per partecipare
a questo tour, penso che si aggiri sulla perdita del 40 % del suo originario
significato. Per fortuna ogni parola viaggia accompagnata da mimiche facciali
e da gestualità varie, per cui alla fine un 20% circa di significato
è possibile recuperarlo.
Devo dire che alla stazione delle mie orecchie giungono delle parole che
contengono poco della merce da me ordinata. Vorrei sentire di più
della loro vita interiore. Spererei di poter gustare l’anima africana
pregna di misteriosi richiami ancestrali, oppure di intravedere meglio
la sottile e secolare saggezza degli arabi, ma montagne di macerie dolorose
si frappongono tra una parola e l’altra. Tristi e recentissimi ricordi
di violenza strappano ancora le vesti alle frasi, lasciandole nude di
umanità, smarrite, non avendo dimestichezza con orecchie amiche
disposte ad accoglierle senza il filtro caino dell’indifferenza
o della presupponenza.
La cosa più bella e istruttiva è la comunicazione istantanea
che il magico strumento degli occhi ti permette. Gli occhi per esempio
di Sunday: se non temessi di essere retorico, oserei dire che sono di
una bellezza unica. A volte li attraversa un lampo livido di paura o forse
di rassegnato dolore ma sono belli. Belli e disponibili a raccontarti
di un uomo che ancora danza attorno a un fuoco fondendosi con i ritmi
che attraversano la notte e volano incontro a un’alba che, ascoltandoli,
un giorno si ricorderà della Liberia. Come può questo giovane
essere rimasto incontaminato nell’anima pur avendo dovuto nuotare,
davanti a Porto Empedocle, tra decine e decine di amici che annegavano
? Sunday viene da un Paese dove da dodici anni due fazioni si combattono.
Adulti ormai ce n’è pochi per ingrossare gli squadroni nella
morte e così sono anche i bambini di 12 anni ad essere obbligati
alla guerra. La tecnica di arruolamento e addestramento mi racconta che
è semplice: fanno irruzione in casa, catturano i bambini, subito
gli fanno una puntura e dopo tre mesi di addestramento sono pronti al
massacro. Ci racconta Sunday di ragazzi che si nascondono o che si oppongono
risolutamente. Ebbene, li lasciano perdere…dopo avergli amputato
le mani o le braccia. E ancora: “ Quante volte, mentre camminavo
con degli amici, all’improvviso riecheggiavano degli spari. Fuggivamo,
ma ogni volta qualcuno di noi rimaneva a terra. Morto.” Ho avuto,
dice, la fortuna di arrivare in Italia”, ma “il governo ci
è ostile, non ci aiuta”. Ha ragione. Anch’io ormai
ho capito che per avere riconosciuto lo status di rifugiato politico,
debbono avere un solo requisito: indossare un abito di legno. Rivolgersi
al kurdo Sami per crederci.
Sunday poi mi parla di quella che in Liberia era una festa ma una festa
per davvero in quanto rientravano gli emigrati, i clan famigliari erano
tutti riuniti e tutto profumava di buono. Si chiamava Natale, cadeva ogni
25 dicembre.
Una volta. E come in un film vedo scorrere nei suoi occhi dei fotogrammi
di sogni ancora intatti. Non posso fare a meno di ricordarmi dell’ultimo
natale a Bosco Minniti quando in chiesa eravamo trecento o forse più
persone, di cui più di metà di colore. Che atmosfera con
quelle canzoni ritmate sui tamburi!
Un altro liberiano che vive con me si chiama Samuel. Dopo lo sbarco avvenuto
a settembre, aveva proseguito il suo viaggio per Milano dove aveva trovato
il modo di lavoricchiare, naturalmente in nero perché è
questo che il governo italiano vuole (per chi non lo sapesse, i richiedenti
asilo politico ottengono un permesso di soggiorno provvisorio in attesa
che il loro caso venga esaminato da una commissione. Il che, per legge
dovrebbe avvenire entro 45 giorni. Infatti accade entro 45 anni.
Nel frattempo non potendo essere ingaggiati né tanto meno affittarsi
una casa, possono andare ad impiccarsi oppure rivolgersi ai benefattori
della mafia o di altre organizzazioni criminose che, con encomiabile altruismo
se ne fanno carico. Ma lasciamo stare per adesso questa storia dei richiedenti
asilo politico che è veramente di una inciviltà e di una
disonestà tali che soltanto dei collusi con la mafia, soltanto
chi pensa al potere come esercizio di prevaricazione a scopi privati può
lasciare lì, sui tavoli delle questure e delle prefetture italiane.
Torniamo a respirare aria pulita. Torniamo a respirare le parole di questi
extra (per fortuna)-di-questa-civile-comunità).
Samuel è a Siracusa in attesa che passino tre mesi prima che venga
schedato a Roma in base alla nuova legge bossi&fini dopodiché
dovrebbe riavere il permesso, sempre provvisorio, di soggiorno. In Liberia
stava riuscendo a frequentare un liceo. Apparteneva a una famiglia relativamente
benestante. Lavorava in una profumeria. Ma davanti alle pressioni perché
entrasse in una delle due fazioni in lotta è scappato. “Io
mi rifiuto di uccidere un altro essere umano”, mi ha detto. Ora
non può più sentire i suoi famigliari. Infatti il governo
impedisce che i liberiani all’estero comunichino con i famigliari.
Ricorda la festa di San Valentino: i regali, i fiori. Mamma mia quanto
è triste! Era fidanzato. Ha dovuto scegliere tra la fidanzata (e
diventare un assassino) e la fuga.
Durante la nostra chiacchierata serale, anche Hamed vuole intervenire,
ma neanche dopo esserci rivolti allo spirito santo riusciamo a decifrare
il suo dialetto liberiano con sfumature siculo-ostrogote francesizzanti.
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