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la
presidente di Emergency racconta la fatica quotidiana di chi si confronta
con gli 'effetti collaterali' della guerra
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Tutti i giorni, quando ricevo notizie
dallo staff di Emergency che lavora in Iraq ho la conferma che quello
che vediamo qui della guerra è un’immagine incompleta, che
inquadra solo una parte di ciò che succede.
E ogni volta ho la conferma che le guerre siano sempre la stessa cosa,
che si definiscano tali a partire dal loro “contenuto” fondamentale:
morti, feriti, orfani.
Ma non a tutti è chiaro che l’unico effetto certo delle guerre
è questo, non la sconfitta del terrorismo, un nuovo assetto per
il medio Oriente, un rinnovato impulso per l’economia…
Nella nostra esperienza di associazione che ha operato e opera in paesi
in guerra, questa è una certezza inconfutabile.
Dal 1994, anno di fondazione di Emergency, a oggi abbiamo curato 580.000
vittime, 580.000 persone - con le loro facce, le loro storie, le loro
identità - per le quali non riusciamo ad accettare l’asettica
definizione di «effetti collaterali».
Così anche questa volta, guardando le foto che ci inviano dall’Iraq,
non posso fare a meno di pensare a Fariq, Diler, Hassan, a tutti coloro
che hanno subito questa guerra, dopo le privazioni e le sofferenze di
12 anni di embargo, e che continueranno a subirne le conseguenze per molti
anni.
Oltre alla durezza dei bombardamenti, oggi Baghdad, come altre città
dell’Iraq, patisce gli effetti della più completa anomia:
saccheggi indiscriminati sul territorio, conflitti tra fazioni opposte
o bande armate, la dilagante criminalità organizzata.
Anche queste sono conseguenze della guerra.
L’annullamento di ogni regola del vivere civile ha a che fare direttamente
con l’emergenza sanitaria in cui versa l’Iraq in questi giorni.
Gli ospedali non sono in grado di farvi fronte non perché manchi
personale competente, ma perché sono stati derubati di tutto l’occorrente
per svolgere la loro funzione. Così in Iraq in questi giorni si
continua a morire per la mancanza di un intervento tempestivo e per la
degenerazione di ferite non curate.
Per questo, il team di Emergency ha portato 3 tonnellate di farmaci e
materiali di consumo all’ospedale di Karbala, a 100 km da Baghdad,
e da lì ha raggiunto la capitale, dove ha consegnato all’ospedale
Al Kindi, la struttura di riferimento per le emergenze chirurgiche in
città, 27 tonnellate di materiale medico e 45.000 litri di gasolio
per la rimessa in funzione dei generatori che renderanno possibile l’attività
delle sale operatorie.
Anche i nostri due ospedali in Nord Iraq sono stati coinvolti direttamente
in quest’ultima guerra, soccorrendo i feriti che arrivavano da Erbil,
Mosul e Kirkuk. Penso ad esempio, ai 32 feriti arrivati all’ospedale
di Erbil a causa di una bomba lanciata su un convoglio di forze alleate
da un aereo americano o alle 11 persone vittime degli scontri a Kifry
fra peshmerga e forze governative. In questi giorni abbiamo prestato soccorso
anche a coloro che, fuggendo dalle città per paura di eventuali
ritorsioni da parte di Saddam, sono finiti sulle mine antiuomo disseminate
nell’area.
Per continuare a farlo contiamo, oggi come in tutti questi anni, sull’aiuto
di migliaia di nostri sostenitori – privati cittadini e istituzioni
- che ci accordano la fiducia e le risorse necessarie allo sviluppo dei
nostri programmi di assistenza sanitaria in Iraq, così come in
Cambogia, in Sierra Leone, in Afganistan e in Algeria.
Su di loro, contiamo anche per promuovere una proposta di legge popolare
per l’attuazione dell’articolo 11 della Costituzione italiana,
di cui Emergency si è fatta promotrice affinché l’Italia
e i suoi cittadini almeno non siano responsabili delle vittime che ogni
guerra produce.
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