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il nuovo
'senso comune'
«un bimbo in una
fattoria guarda un aereo che vola in alto e sogna un luogo lontano.
Un viaggiatore
sull'aereo vede la fattoria e sogna casa
sua»
(Carl Burns) |
C'è da credere che il "bene
comune" e il "senso comune" non abbiano poi molto in comune.
Spesso l'uno è in aperto conflitto con l'altro: o almeno, accade
così, comunemente.
Sul "senso comune", sul comune sentire il berlusconismo trionfante
fonda la sua politica e il suo con-senso.
E' una politica culturalmente conservatrice, perché mira a confermare
l'opinione diffusa, si pone in sintonia con gli umori neri che prevalgono
nel corpo sociale, alimenta gli stereotipi che la comunicazione sociale
sollecita e produce attraverso i mass media e le mille forme di scambio
comunicativo che s'intrecciano quotidianamente.
Una comunicazione sociale standardizzata che fiorisce nei talk show televisivi,
nei bar, nelle bocciofile, nelle sala da barba o nei centri di estetica,
negli spogliatoi delle palestre e dei centri benessere, in fila alla cassa
dei megastore, sui tram negli orari di punta e nei taxi al semaforo rosso:
insomma, in tutti quei luoghi ove si nutre, cresce e si consolida il comune
senso delle cose. Il berlusconismo trionfante parla quella stessa lingua
e su di essa costruisce politica e consenso.
I sindacati hanno affossato l'Italia. Gli immigrati ci rubano il lavoro
e gli impiegati pubblici sono tutti fannulloni. La scuola non sa educare
i nostri figli e l'euro ci ha economicamente rovinati. Questi ambientalisti
ci hanno rotto: fosse per loro bisognerebbe tornare all'età della
pietra. Ai tempi del Duce si dormiva con le porte aperte: oggi se non metti
il fio spinato ti ritrovi un negro in casa.
Il campionario è ampio e articolato. Ce n'è a iosa per sfoderare
tutta una serie di provvedimenti con cui rassicurare gli italiani, dare
il segnale che l'aria è cambiata e che adesso si comincia a fare
sul serio, a rimettere ogni cosa al suo posto.
Perché questo è un altro dato da tenere in conto: se il berlusconismo è culturalmente
conservatore, politicamente ha invece una radice reazionaria. Non si accontenta
di conservare, vuole tornare indietro. Perché al passato, si sa,
si guarda con nostalgia: qui non funziona più niente, non possiamo
certo andare avanti così. Ci si è messo di mezzo il Sessantotto
a sfasciare tutto: la scuola, la famiglia, la società, lo stato.
All'ordine si è sostituito il caos e a quell'ordine bisogna in qualche
modo tornare.
E la sinistra? Non trova le parole. Se corteggia il "senso comune",
insegue la Destra su un terreno che la vede inevitabilmente condannata
al ruolo di amante rifiutata . Se prova a dire parole nuove, teme di non
essere ascoltata e di diventare così sempre più marginale
nello scenario politico del Paese.
Il Paese: ecco un altro "luogo comune" da sfatare, una entità astratta
e incolore a cui anche la Sinistra ha finito per affezionarsi ,inseguendo
il consenso che non c'è.
Ma cos'è questo Paese a cui ci si rivolge come ad un tutto indistinto
e omogeneo? Cos'è questo soggetto collettivo a cui parliamo come
se dall'altra parte del filo ci fosse qualcuno pronto a risponderci ad
una voce con sì o con un no. Come se la composizione interna della
società non conoscesse interessi distinti e spesso in conflitto
tra loro. Come se la decisione politica potesse essere sempre il frutto
di una scelta condivisa dall'insieme dei cittadini chiamati ad osservarla.
Come se si potesse ripristinare l'equità senza intaccare i privilegi.
Come se il "bene comune" si potesse tutelare senza confliggere
con interessi opposti e consolidati.
Il Paese, quello reale, è fatto di orecchie, occhi e bocche (soprattutto
bocche) differenti .
Differenti negli interessi ed indifferenti agli appelli generici.
La scelta di campo, il conflitto sociale non sono segni di particolarismo
o figli di una visione ristretta e asfittica: sono il sale della politica.
L'ingrediente che dà il sapore alle pietanze, sulla base del quale
si sceglie se portarle in tavola o depositarle nell'immondizia. In politica
non ci sono piatti per tutti i gusti. Chi tenta di cucinarli non è certo
un chef. Toccherà anche lui digiunare a lungo.
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