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precarietà e
sicurezza
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Continua lo stillicidio delle “morti
bianche” sul lavoro, ed ogni volta si leva alto lo sdegno,anche
da parte delle piu’alte cariche dello Stato, e si ritorna a parlare
di interventi legislativi per tentare di fermare quella che certamente
e’ una vera e propria vergogna nazionale. Nel 2008, si continua
a morire per lavorare, e cioe’ nel realizzare quello che e’ un
diritto fondamentale previsto dalla nostra Costituzione (art. 1: La Repubblica
Italiana e’ fondata sul lavoro). In realta’,anche al di la
degli ultimi interventi legislativi ,che hanno spesso un approccio soltanto
repressivo ,ci si guarda bene dall’affrontare la questione in termini
piu’ complessivi relativamente a quello che e’ oggi il mondo
del lavoro in Italia, e le forme legislative, e non, attraverso cui si
realizza.
Flessibilita’: forse,anche in considerazione di quanto sopra detto,
e’ arrivato il momento per aprire una discussione che rivisiti in
modo chiaro e serio quella che negli ultimi 15- 20 anni e’ diventata
una scelta ritenuta fondamentale per le sorti della economia del nostro
paese (ma non solo) :appunto, la flessibilita’ nel mondo del lavoro;secondo
non solo i maitre pensieur del liberismo, ma anche secondo l’opinione
di vasti settori della sinistra si e’ sostenuto in tutti questi anni
che in Italia non c’era ( e non ci sarebbe ancora ) abbastanza flessibilita’,
e che solo essa sarebbe la premessa indispensabile di crescita occupazionale.
In realta’ poi i dati statistici hanno smentito tale teoria.
E’ bene dire innanzitutto che la tanta invocata flessibilita’, e’in
realta’ conseguenza di due processi di grande portata verificatesi negli
ultimi decenni del XX scorso, e cioe’ la liberazione dei capitali e la
riorganizzazione della grande impresa capitalistica; la loro combinazione ha
rimesso in causa,i rapporti tra capitale e la lavoro e la condizione del lavoro
stesso,dal momento che non esiste piu’ la produzione fordista, non c’e’piu’ il
mondo di Charlot con “i suoi tempi moderni “.
La flessibilita’ dell’occupazione si traduce in una variegata tipologia
di contratti lavorativi che sono detti atipici (nel 2006 se ne contavano oltre
40 tipi) per distinguerli dal normale o tipico contratto di lavoro di durata
indeterminata e a tempo pieno; sono percio’ indicatori di flessibilita’ad
esempio, i diversi contratti a termine,i contratti a tempo parziale,i contratti
in affitto,quelli di collaborazione coordinata e continuativa,anche se la giurisprudenza
piu’ recente a dispetto della loro designazione di “lavoro parasubordinato” ha
affermato la natura subordinata di molti tipi di questi contratti; ancora si
potrebbe continuare con i lavori a progetto,con quelli di lavoro ripartito,e
di lavoro intermittente e di prestazione occasionale. Secondo dati statitici
dell’Istat, circa 8 milioni sono gli italiani che hanno un lavoro instabile;
di questi tra i cinque e sei milioni sono precari per legge,ossia lavorano con
uno dei tanti tipi contratti atipici ,che l’immaginazione del legislatore
ha concepito negli ultimi 15 anni ; gli altri circa 3 milioni sono precari fuori
legge, cioe’ i cosidetti lavoratori del sommerso. Ci troviamo pertanto
a milioni di lavoratori assolutamente indifesi e quindi lasciati al libero arbitrio
del “datore di lavoro” (sino a qualche anno fa il vituperato “ padrone”)
e a cui in buona sostanza non vengono applicate le garanzie ( a cominciare da
quella prevista dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori sui licenziamenti)
previste dal sempre valido Statuto dei lavoratori (L.300/70) e che non godono
nei fatti di alcuna tutela sindacale.
Ma al di la’ delle considerazioni economiche-lavoristiche e’ un dato
incontestabile che i lavori flessibili comportano rilevanti costi personali e
sociali a carico dell’individuo,della famiglia e della comunita’.
In tale quadro e’ un dato incontestabile che “il maggior costo umano
dei lavori flessibili e’ riassumibile nell’idea di precarieta’”.
Si puo’ dire -come afferma il Prof.Luciano Gallino- che il “termine
precarieta’ non connota dunque la natura del singolo contratto atipico,bensi’ la
condizione sociale e umana che deriva da una sequenza di essi nonche’ la
probabilita’, progressivamente piu’ elevata a mano a mano che la
sequenza si allunga di non arrivare mai ad uscirne. Nessun settore dell’economia
e del mercato del lavoro sfugge a tale regola”.
“
La precarietà oggi è dappertutto“ scriveva gia’ qualche
tempo fa, in modo lungimirante, Pierre Bourdieu. Di conseguenza si puo’ dire
che “precarietà implica primariamente insicurezza oggettiva e soggettiva“.
Non e’ esagerato oggi dire che con la diffusione dei contratti precarizzanti,a
danno dei contratti di lavoro tempo indeterminato fino a qualche tempo fa considerati
normali e’ stata la stessa normalita’del lavoro e della vita a venire
revocata.
Tale situazione appare ancora piu’ pericolosa se si considera la possibilita’ aperta
alle imprese multinazionali (le cosidette Corporations) di trasferire liberamente
i loro capitali, e la disponibilita’ di grandi masse di lavoratori a bassissimo
costo nei paesi investiti dalla globalizzazione. In pratica come ha affermato
il Prof.Giorgio Ruffolo “c’e’ ormai una polarizzazione del
lavoro verso l’alto e verso il basso. Ma quella verso il basso prevale
nettamente sia,ovviamente, nei paesi in via di globalizzazione, sia negli altri
a causa della concorrenza esercitata dai primi.”
Se la situazione è questa si capisce il motivo per cui le imprese e la
Confindustria esigono ancora più flessibilità; un dato lo illustra
incontestabilmente : tra gli anni settanta e i novanta i salari hanno segnato
sostanzialmente un ristagno,mentre i profitti raddoppiavano; a completamento
si puo aggiungere che i cosidetti executive della grandi industrie ormai hanno
raggiunto guadagni 100-150 volte superiori a quelli di un operaio di un industria.
Inoltre si può ben dire che la flessibilità funge altresì da
mezzo di comunicazione: è un modo per far sapere a coloro che stanno "meglio" che
nel caso in cui non acconsentono a ricevere anche salari calanti e a fruire di
minori diritti, il lavoro andrà in misura crescente a chi sta peggio (i
lavoratori dei paesi in via di sviluppo, per intendersi).
(continua nel prossimo numero)
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