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il futuro
della scuola
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Che ne sarà della scuola
nel ventunesimo secolo? Quanto ancora potrà resistere il modello
di scuola che abbiamo conosciuto come alunni e che ora conosciamo come
genitori, come insegnanti, o sempre come alunni se siamo ancora in età scolare?
Queste due domande credo che dovremo cominciare a porcele sempre più spesso
perché diventerà sempre più necessario per la nostra
società affrontare il problema dell’insegnamento e dell’educazione
per le nuove generazioni, tenuto conto che l’attuale sistema di
istruzione ed educazione scricchiola sempre più. E questo scricchiolamento è una
conseguenza non solo di difficoltà oggettive ed organizzative
del sistema scolastico vigente, che potrebbero essere anche affrontate
ed eliminate, più meno efficacemente, con interventi di riforma,
ma è soprattutto conseguenza di un fatto storico riassumibile
in una domanda: può un sistema di istruzione e di organizzazione
scolastica impostato circa un secolo addietro, agli inizi del novecento,
e rimasto fondamentalmente inalterato (fatte salve gli aggiustamenti
e le riforme parziali che periodicamente sono state applicate) per tutto
il novecento, resistere ed essere efficace ancora nei decenni a venire,
mentre tutto attorno è cambiato, a cominciare da un cambiamento
di fondo decisivo, di cui forse non ci si accorge abbastanza: l’antropologia
dello studente che oggi frequenta le nostre aule.
E’ forse sbagliato affermare che i ragazzi, gli allievi, che oggi
mandiamo a scuola come genitori, o ci troviamo davanti in aula come studenti,
sono antropologicamente diversi dagli studenti che all’inizio del
1900, a metà del xx secolo, e negli anni ‘70 e ‘80 frequentavano
le nostre scuole? Io credo che non sia sbagliato affermarlo. E senza voler
aprire nessun discorso di antropologia culturale e sociale, credo che basti
richiamare l’attenzione su come la diffusione dei mezzi di comunicazione
di massa e delle tecnologie informatiche abbia influito sul cambiamento
nel modo di vedere le cose e il mondo, sul modo di pensare la realtà,
sui processi cognitivi che stanno alla base della visione del mondo che
oggi è comune, sulle abitudini relazionali che ci contraddistinguono
e molto di più contraddistinguono gli adolescenti ed i giovani.
Due esempi concreti, di cronaca, forse potranno servirci per capire meglio.
Il 40% degli studenti tiene il telefonino acceso in classe, mentre è quasi
sempre acceso tra i ragazzi delle superiori dove la percentuale sale all'80%.
Il telefonino è diventato ormai il compagno più fedele degli
studenti: addirittura già alle elementari 8 alunni su 10 ne possiede
almeno uno. E per le famiglie i costi medi delle ricariche sono arrivati
ad assorbire tra le 20 e le 50 euro al mese: più si sale di grado
scolastico più sale la spesa. Per chi frequenta le superiori il
cellulare è diventato uno strumento pressoché indispensabile.
A gran parte degli alunni il primo cellulare è stato regalato addirittura
a 4 anni. L'età media di acquisto del primo telefonino è comunque
intorno a 10-11 anni. In aumento anche la percentuale (30%) dei ragazzi
che scarica da internet le immagini da mettere sul cellulare.
Secondo esempio. Dall’indagine 2007 della Società italiana
di pediatria su “Abitudini e stili di vita degli adolescenti” emerge
che il 72% degli adolescenti ha dichiarato di aver assistito a prepotenze
subite da un compagno di classe: quel che preoccupa è il fatto che
il dato sia in aumento rispetto al 65,8% del 2005 e al 71,6% del 2006.
Fa pensare anche il rapporto con i docenti, sempre più formale e
di scarsa comunicazione: il 64% non riferirebbe ad un insegnante o a i
genitori un episodio di violenza.
Questi dati, e naturalmente altri che si potrebbero e dovrebbero prendere
in considerazione, sono indicativi per comprendere quanto sia cambiata
la tipologia di studente nel corso degli ultimi decenni; quanto sia cambiato
il “tipo umano” che frequente le aule delle scuole in questi
anni. Al cambiamento profondo, radicale, antropologico appunto, dello studente,
quanto cambiamento reale della scuola come organizzazione, dell’insegnamento
come metodo e contenuti, degli insegnanti come professionisti dell’insegnamento, è corrisposto?
Credo poco. Molto poco. Sono convinto, invece, che sia ormai giunto il
momento di dover pensare seriamente a modificare molto per continuare a
conservare un senso alla scuola e all’insegnamento come professione.
Forse per continuare a fare scuola è necessario andare oltre la
scuola. Questo almeno per due buoni motivi, che ci suggerisce Howard Gardner: “Il
primo è che le tecniche in uso non siano realmente efficaci. Potremmo,
per esempio, pensare di stare educando dei giovani a sviluppare le proprie
capacità letterarie, o la propria passione per le arti, o la propria
capacità di elaborare teorie scientifiche, o la propria tolleranza
nei confronti degli immigrati, o la propria abilità nel risolvere
conflitti. Ma se tutto sta a dimostrare che siamo incapaci di raggiungere
questi risultati, dovremmo prendere in considerazione la possibilità di
modificare le nostre tecniche…oppure i nostri obiettivi.
Il secondo motivo è che nel mondo le condizioni stanno significativamente
mutando. In conseguenza di questi mutamenti determinati obiettivi, capacità e
tecniche potrebbero non essere più indicati, e potrebbero anzi finire
per diventare controproducenti… Le mutevoli condizioni potrebbero
anche richiedere nuove finalità educative.
L’inizio del terzo millennio segna un’epoca di grandi cambiamenti…
Questi cambiamenti richiedono nuove forme e processi educativi.” (H.
Gardner, Cinque chiavi per il futuro, ed Feltrinelli, 2007.)
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