il futuro della scuola

  di domenico cacopardo  

il futuro della scuola

Che ne sarà della scuola nel ventunesimo secolo? Quanto ancora potrà resistere il modello di scuola che abbiamo conosciuto come alunni e che ora conosciamo come genitori, come insegnanti, o sempre come alunni se siamo ancora in età scolare? Queste due domande credo che dovremo cominciare a porcele sempre più spesso perché diventerà sempre più necessario per la nostra società affrontare il problema dell’insegnamento e dell’educazione per le nuove generazioni, tenuto conto che l’attuale sistema di istruzione ed educazione scricchiola sempre più. E questo scricchiolamento è una conseguenza non solo di difficoltà oggettive ed organizzative del sistema scolastico vigente, che potrebbero essere anche affrontate ed eliminate, più meno efficacemente, con interventi di riforma, ma è soprattutto conseguenza di un fatto storico riassumibile in una domanda: può un sistema di istruzione e di organizzazione scolastica impostato circa un secolo addietro, agli inizi del novecento, e rimasto fondamentalmente inalterato (fatte salve gli aggiustamenti e le riforme parziali che periodicamente sono state applicate) per tutto il novecento, resistere ed essere efficace ancora nei decenni a venire, mentre tutto attorno è cambiato, a cominciare da un cambiamento di fondo decisivo, di cui forse non ci si accorge abbastanza: l’antropologia dello studente che oggi frequenta le nostre aule.
E’ forse sbagliato affermare che i ragazzi, gli allievi, che oggi mandiamo a scuola come genitori, o ci troviamo davanti in aula come studenti, sono antropologicamente diversi dagli studenti che all’inizio del 1900, a metà del xx secolo, e negli anni ‘70 e ‘80 frequentavano le nostre scuole? Io credo che non sia sbagliato affermarlo. E senza voler aprire nessun discorso di antropologia culturale e sociale, credo che basti richiamare l’attenzione su come la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa e delle tecnologie informatiche abbia influito sul cambiamento nel modo di vedere le cose e il mondo, sul modo di pensare la realtà, sui processi cognitivi che stanno alla base della visione del mondo che oggi è comune, sulle abitudini relazionali che ci contraddistinguono e molto di più contraddistinguono gli adolescenti ed i giovani.
Due esempi concreti, di cronaca, forse potranno servirci per capire meglio. Il 40% degli studenti tiene il telefonino acceso in classe, mentre è quasi sempre acceso tra i ragazzi delle superiori dove la percentuale sale all'80%.
Il telefonino è diventato ormai il compagno più fedele degli studenti: addirittura già alle elementari 8 alunni su 10 ne possiede almeno uno. E per le famiglie i costi medi delle ricariche sono arrivati ad assorbire tra le 20 e le 50 euro al mese: più si sale di grado scolastico più sale la spesa. Per chi frequenta le superiori il cellulare è diventato uno strumento pressoché indispensabile. A gran parte degli alunni il primo cellulare è stato regalato addirittura a 4 anni. L'età media di acquisto del primo telefonino è comunque intorno a 10-11 anni. In aumento anche la percentuale (30%) dei ragazzi che scarica da internet le immagini da mettere sul cellulare.
Secondo esempio. Dall’indagine 2007 della Società italiana di pediatria su “Abitudini e stili di vita degli adolescenti” emerge che il 72% degli adolescenti ha dichiarato di aver assistito a prepotenze subite da un compagno di classe: quel che preoccupa è il fatto che il dato sia in aumento rispetto al 65,8% del 2005 e al 71,6% del 2006. Fa pensare anche il rapporto con i docenti, sempre più formale e di scarsa comunicazione: il 64% non riferirebbe ad un insegnante o a i genitori un episodio di violenza.
Questi dati, e naturalmente altri che si potrebbero e dovrebbero prendere in considerazione, sono indicativi per comprendere quanto sia cambiata la tipologia di studente nel corso degli ultimi decenni; quanto sia cambiato il “tipo umano” che frequente le aule delle scuole in questi anni. Al cambiamento profondo, radicale, antropologico appunto, dello studente, quanto cambiamento reale della scuola come organizzazione, dell’insegnamento come metodo e contenuti, degli insegnanti come professionisti dell’insegnamento, è corrisposto?
Credo poco. Molto poco. Sono convinto, invece, che sia ormai giunto il momento di dover pensare seriamente a modificare molto per continuare a conservare un senso alla scuola e all’insegnamento come professione. Forse per continuare a fare scuola è necessario andare oltre la scuola. Questo almeno per due buoni motivi, che ci suggerisce Howard Gardner: “Il primo è che le tecniche in uso non siano realmente efficaci. Potremmo, per esempio, pensare di stare educando dei giovani a sviluppare le proprie capacità letterarie, o la propria passione per le arti, o la propria capacità di elaborare teorie scientifiche, o la propria tolleranza nei confronti degli immigrati, o la propria abilità nel risolvere conflitti. Ma se tutto sta a dimostrare che siamo incapaci di raggiungere questi risultati, dovremmo prendere in considerazione la possibilità di modificare le nostre tecniche…oppure i nostri obiettivi.
Il secondo motivo è che nel mondo le condizioni stanno significativamente mutando. In conseguenza di questi mutamenti determinati obiettivi, capacità e tecniche potrebbero non essere più indicati, e potrebbero anzi finire per diventare controproducenti… Le mutevoli condizioni potrebbero anche richiedere nuove finalità educative.
L’inizio del terzo millennio segna un’epoca di grandi cambiamenti…
Questi cambiamenti richiedono nuove forme e processi educativi.” (H. Gardner, Cinque chiavi per il futuro, ed Feltrinelli, 2007.)