da dove ripartire?

  di roberto de benedictis  

l'analisi della stagione elettorale

Le elezioni in Sicilia sono state per il centrosinistra una disfatta, specialmente per il PD. Vietato nasconderselo, così come tentare di addolcire il risultato guardando a qualche soddisfazione parziale, che pure c'è stata e non va ignorata. Che si deve fare?
Per prima cosa, non cedere all'idea di una Sicilia irredimibile e perduta sempre. Nel 2006, ad esempio nella nostra provincia, le elezioni nazionali diedero il centrosinistra non molto distante dal centrodestra ed alle regionali la Borsellino vinse su Cuffaro: se appena due anni dopo è stata una Caporetto, è da lì che dobbiamo partire per capire cosa è successo e cosa dobbiamo fare, sapendo che tornare a vincere è possibile.
1) Abbiamo pagato l'effetto Prodi, la diffusa repulsione (ben al di là dei suoi demeriti) nei confronti di un governo e quindi della sua coalizione, bollati come inconcludenti o nemici degli interessi privati. Con l'aggravante, per noi siciliani, della percezione di inefficacia della deputazione siciliana a Roma ed una oggettiva disattenzione nei confronti del Sud, che il duo Cuffaro-Lombardo, con accorta strategia, non ha mai mancato di strumentalizzare in proprio favore.
2) Abbiamo pagato un'oppo-sizione inutile: a Roma eravamo al governo ma non nascondiamoci che in Sicilia, tranne che in pochi casi eravamo minoranza, quindi opposizione e come tale siamo stati giudicati. Si può negare che sia stata, da parte dei deputati all'ARS come delle segreterie regionali di DS e Margherita prima e PD dopo, ma anche nei comuni e nelle province, un'opposizione estemporanea e priva di progettualità? E se manca progettualità quando si fa opposizione, non c'è programma elettorale che tenga quando ci si candida a vincere le elezioni. Oggi il centrosinistra, soprattutto in Sicilia e soprattutto il PD, non ha infatti una sua identità, non è associato ad una proposta politica condivisa al suo interno e riconosciuta all'esterno. Lo ripeto, non sono colpe del PD: tutti questi erano difetti di DS e Margherita, trasferiti poi al neonato.
3) Abbiamo pagato, almeno presso una parte del nostro elettorato, l'effetto PD e sue vicende in Sicilia: alle difficoltà di un partito nuovo e confuso, si è aggiunta la percezione di un deficit di democrazia rispetto alle aspettative suscitate. Per ragioni che qui non voglio analizzare, questo lo abbiamo pagato a giugno e non ad aprile: dopo aver digerito primarie scontate per un segretario regionale deciso a tavolino e liste bloccate per l'elezione delle assemblee costituenti, ci si è trovati di fronte (non senza responsabilità in sede regionale e provinciale) a deputati nazionali imposti dall'alto ed estranei al territorio. E poi il mancato svolgimento delle primarie per le candidature di sindaci e presidenti della provincia, le penose elezioni dei circoli territoriali mai chiamati a decidere alcunché, le divisioni e le alleanze incomprensibili (nella nostra provincia abbiamo avuto di tutto) insomma, tutto quello che serviva per dare l'immagine di un partito senza bussola e di un gruppo dirigente inaffidabile. Perché mai i siciliani, cinici quanto volete ma legittimamente votati ai propri interessi, avrebbero dovuto affidarli ed affidarsi a noi? Perché gli altri sono "peggiori"?
Perché promettono ma prendono solo in giro?
Perché sono clientelari e basta? Perché non risolvono i problemi generali?
Perché con loro la Sicilia non cambia?
Scriverò in un prossimo articolo quel che penso di queste risposte (così come del tormentone del nostro mancato radicamento nella società), un po' moraliste e certamente autoassolutorie per noi ma evidentemente prive di alcun effetto, a giudicare dai risultati. Qui è importante stabilire che non costituiscono, non hanno costituito, motivo sufficiente a renderci più affidabili di loro. Se a tutto ciò aggiungiamo la debolezza delle nostre liste, credo che l'esito delle elezioni amministrative si spieghi ampiamente.
Da dove ripartire?
1) A mio giudizio, dall'oppo-sizione. Serve una presenza costante nel dibattito pubblico ed un più stretto contatto con i portatori di interessi organizzati. Ma serve soprattutto che, non rincorrendo le pratiche della maggioranza, ci si doti di un proprio alternativo profilo programmatico e culturale.
Ad esempio, che contrasti l'uso assistenzialitico e clientelare delle risorse pubbliche, l'intermediazione politica al posto delle regole, la manipolazione dell'accesso al mercato del lavoro. Mostrando in quale altro modo può esserci convenienza per i siciliani.
Finora abbiamo imitato il centrodestra, il contrario sarebbe rivoluzionario: ecco perché, in un recente incontro a Siracusa, mi sono limitato, forse troppo banalmente, a parlare di opposizione "moderna".
2) Organizziamo un partito: al PD credo non ci sia alternativa, ma va costruito: leaders autorevoli ed all'altezza del profilo programmatico che dovremo darci, organismi in grado di rendere effettiva la partecipazione degli aderenti, elaborazione di posizioni e contenuti sui temi della "vita reale", investimento in immagine e comunicazione.
3) Il tema delle alleanze è infine quello più critico. So bene che da soli non bastiamo oggi e forse non basteremo neanche domani, e dunque si cerca compagnia. E conosco bene l'eccitazione di alcuni, ansiosi verso le scorciatoie più facili, UDC ed MpA, aiutati in questo dalla babele di posizioni dei nostri leaders nazionali. Considerazioni personali a parte (rifletterei molto sulla mia presenza nel PD) mi schiero fra quelli che ritengono possibile la convergenza con altri solo su basi programmatiche e dunque dopo aver costruito obiettivi e contenuti che oggi non abbiamo chiari, pena l'assoggettamento a contenuti altrui pur di vincere: no, grazie. E ritengo che l'attuale far da sé sia devastante per una forza politica che voglia essere un partito e non una federazione di pro-loco, ognuna legittimata ad assecondare i propri istinti locali, come finora è accaduto e ben si vede nel brutto campionario della nostra provincia.