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l'analisi
della stagione elettorale
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Le elezioni in Sicilia sono state
per il centrosinistra una disfatta, specialmente per il PD. Vietato nasconderselo,
così come tentare di addolcire il risultato guardando a qualche
soddisfazione parziale, che pure c'è stata e non va ignorata.
Che si deve fare?
Per prima cosa, non cedere all'idea di una Sicilia irredimibile e perduta
sempre. Nel 2006, ad esempio nella nostra provincia, le elezioni nazionali
diedero il centrosinistra non molto distante dal centrodestra ed alle regionali
la Borsellino vinse su Cuffaro: se appena due anni dopo è stata
una Caporetto, è da lì che dobbiamo partire per capire cosa è successo
e cosa dobbiamo fare, sapendo che tornare a vincere è possibile.
1) Abbiamo pagato l'effetto Prodi, la diffusa repulsione (ben al di là dei
suoi demeriti) nei confronti di un governo e quindi della sua coalizione,
bollati come inconcludenti o nemici degli interessi privati. Con l'aggravante,
per noi siciliani, della percezione di inefficacia della deputazione siciliana
a Roma ed una oggettiva disattenzione nei confronti del Sud, che il duo
Cuffaro-Lombardo, con accorta strategia, non ha mai mancato di strumentalizzare
in proprio favore.
2) Abbiamo pagato un'oppo-sizione inutile: a Roma eravamo al governo ma
non nascondiamoci che in Sicilia, tranne che in pochi casi eravamo minoranza,
quindi opposizione e come tale siamo stati giudicati. Si può negare
che sia stata, da parte dei deputati all'ARS come delle segreterie regionali
di DS e Margherita prima e PD dopo, ma anche nei comuni e nelle province,
un'opposizione estemporanea e priva di progettualità? E se manca
progettualità quando si fa opposizione, non c'è programma
elettorale che tenga quando ci si candida a vincere le elezioni. Oggi il
centrosinistra, soprattutto in Sicilia e soprattutto il PD, non ha infatti
una sua identità, non è associato ad una proposta politica
condivisa al suo interno e riconosciuta all'esterno. Lo ripeto, non sono
colpe del PD: tutti questi erano difetti di DS e Margherita, trasferiti
poi al neonato.
3) Abbiamo pagato, almeno presso una parte del nostro elettorato, l'effetto
PD e sue vicende in Sicilia: alle difficoltà di un partito nuovo
e confuso, si è aggiunta la percezione di un deficit di democrazia
rispetto alle aspettative suscitate. Per ragioni che qui non voglio analizzare,
questo lo abbiamo pagato a giugno e non ad aprile: dopo aver digerito primarie
scontate per un segretario regionale deciso a tavolino e liste bloccate
per l'elezione delle assemblee costituenti, ci si è trovati di fronte
(non senza responsabilità in sede regionale e provinciale) a deputati
nazionali imposti dall'alto ed estranei al territorio. E poi il mancato
svolgimento delle primarie per le candidature di sindaci e presidenti della
provincia, le penose elezioni dei circoli territoriali mai chiamati a decidere
alcunché, le divisioni e le alleanze incomprensibili (nella nostra
provincia abbiamo avuto di tutto) insomma, tutto quello che serviva per
dare l'immagine di un partito senza bussola e di un gruppo dirigente inaffidabile.
Perché mai i siciliani, cinici quanto volete ma legittimamente votati
ai propri interessi, avrebbero dovuto affidarli ed affidarsi a noi? Perché gli
altri sono "peggiori"?
Perché promettono ma prendono solo in giro?
Perché sono clientelari e basta? Perché non risolvono i problemi
generali?
Perché con loro la Sicilia non cambia?
Scriverò in un prossimo articolo quel che penso di queste risposte
(così come del tormentone del nostro mancato radicamento nella società),
un po' moraliste e certamente autoassolutorie per noi ma evidentemente
prive di alcun effetto, a giudicare dai risultati. Qui è importante
stabilire che non costituiscono, non hanno costituito, motivo sufficiente
a renderci più affidabili di loro. Se a tutto ciò aggiungiamo
la debolezza delle nostre liste, credo che l'esito delle elezioni amministrative
si spieghi ampiamente.
Da dove ripartire?
1) A mio giudizio, dall'oppo-sizione. Serve una presenza costante nel dibattito
pubblico ed un più stretto contatto con i portatori di interessi
organizzati. Ma serve soprattutto che, non rincorrendo le pratiche della
maggioranza, ci si doti di un proprio alternativo profilo programmatico
e culturale.
Ad esempio, che contrasti l'uso assistenzialitico e clientelare delle risorse
pubbliche, l'intermediazione politica al posto delle regole, la manipolazione
dell'accesso al mercato del lavoro. Mostrando in quale altro modo può esserci
convenienza per i siciliani.
Finora abbiamo imitato il centrodestra, il contrario sarebbe rivoluzionario:
ecco perché, in un recente incontro a Siracusa, mi sono limitato,
forse troppo banalmente, a parlare di opposizione "moderna".
2) Organizziamo un partito: al PD credo non ci sia alternativa, ma va costruito:
leaders autorevoli ed all'altezza del profilo programmatico che dovremo
darci, organismi in grado di rendere effettiva la partecipazione degli
aderenti, elaborazione di posizioni e contenuti sui temi della "vita
reale", investimento in immagine e comunicazione.
3) Il tema delle alleanze è infine quello più critico. So
bene che da soli non bastiamo oggi e forse non basteremo neanche domani,
e dunque si cerca compagnia. E conosco bene l'eccitazione di alcuni, ansiosi
verso le scorciatoie più facili, UDC ed MpA, aiutati in questo dalla
babele di posizioni dei nostri leaders nazionali. Considerazioni personali
a parte (rifletterei molto sulla mia presenza nel PD) mi schiero fra quelli
che ritengono possibile la convergenza con altri solo su basi programmatiche
e dunque dopo aver costruito obiettivi e contenuti che oggi non abbiamo
chiari, pena l'assoggettamento a contenuti altrui pur di vincere: no, grazie.
E ritengo che l'attuale far da sé sia devastante per una forza politica
che voglia essere un partito e non una federazione di pro-loco, ognuna
legittimata ad assecondare i propri istinti locali, come finora è accaduto
e ben si vede nel brutto campionario della nostra provincia.
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