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le rappresenta-zioni
classiche a siracusa
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Con una lunga anteprima, il 7 maggio è iniziata
la XLIV edizione delle Rappresentazioni Classiche al Teatro Greco di
Siracusa. Ha concluso un ospite d’eccezione: Pietro Grasso procuratore
nazionale antimafia, che ha letto un brano del saggio “Eschilo
e Atene” di George Thomson, sulla nascita della democrazia.
Di scena è L’Orestiade di Eschilo, nella traduzione dal greco
di Pier Paolo Pasolini, trilogia – l’unica che possediamo del
mondo classico – con la quale il tragediografo vinse il primo premio
nel 458 a. C.
Il soggetto non è originale. Non lo inventa Eschilo. Ma lo rinnova,
lo interpreta. Agamennone, Coefore e Eumenidi sono un interessante sviluppo
del destino individuale e di quello universale, un esplicito conflitto
fra vendetta e giustizia, un intreccio dei rapporti parentali, degli amori,
degli odi, degli orrori. Amore e morte sono i due opposti che si incontrano
(o meglio che si scontrano), si alternano. E l’uno è sopraffatto
dall’altra. L’assoluzione è la conclusione alla quale
si giunge con l’istituzione del tribunale. E la conseguente nascita
della democrazia.
La traduzione di Pasolini - richiesta da Vittorio Gassman che nel 1960
la commissionò per il suo spettacolo proprio al teatro greco di
Siracusa - risulta efficace, originale, moderna.
Lo scrittore di Casarsa nella grecità (che lo attira in modo quasi
ossessivo) non vede solo la contrapposizione tra contemporaneità e
classicità ma riscopre le valenze primitive e anticlassiche su cui
proietta la disillusione e le incertezze del presente.
Un castello con una scala obliqua che lo sovrasta è il luogo nel
quale si avvicendano le azioni. Prevale il colore bianco, che abbaglia
e che accoglie. Di fianco una torre. Così si presenta la scenografia
di Pietro Carriglio, costumista nonché regista dello spettacolo.
Che ha vinto una scommessa, artistica e civile, legata alla terra di Sicilia
(e alle vicende italiane del momento).
Il caso ha voluto che durante lo spettacolo fossi seduta nella cavea in
un posto di tutto riguardo. Di fianco lui, Carriglio. Mi piaceva, di tanto
in tanto, osservare il suo modo di stare là, speciale spettatore
del suo spettacolo. Padre di quegli attori in scena, deus ex machina degli
eventi che porteranno al funesto matricidio compiuto da Oreste. Alla fine
ha ricevuto parecchi applausi, tante manifestazioni di affetto. Gli ho
fatto i complimenti per i costumi (bellissimi ed eleganti quelli color
sabbia delle Coefore e quello grigio di Atena di Eumenidi). Mi ha sorriso
affermando che sperava mi fosse piaciuto anche altro.
Le musiche, eseguite dal vivo (quattro sassofoni, un violoncello, percussioni
e fisarmonica) dal Sestetto Palermo Art Ensemble, sono di Matteo D’Amico
che ha inserito anche dei cori in siciliano.
Il coro in Agamennone ha però un ruolo marginale. Molto è lasciato
alla recitazione dei personaggi principali. Ritorna (ancora brava e convincente)
Galatea Ranzi al Teatro Greco (era già stata protagonista in Antigone)
mentre al suo debutto è Ilaria Genatiempo che ha dovuto fare i conti
con un destino avverso che le ha causato il cattivo funzionamento del microfono.
Si susseguono Coefore ed Eumenidi. Il cast si ripete. E’ lo stesso
di Agamennone. Luca Lazzareschi e Galatea Ranzi sono rispettivamente Oreste
ed Elettra/Clitennestra.
Con un leggero cambio di scena inizia Eumenidi. Le erinni non perdonano
Oreste. C’è lo spettro di Clitennestra che dà le spalle
al pubblico. E Atena (Elisabetta Pozzi) che stabilisce di convocare i cittadini
migliori per esprimere un giudizio sull’omicidio consumato. La danza
tormentata è emozionante e accompagna in crescendo la tragedia,
il dolore e infine l’assoluzione.
Al Teatro Greco – come sempre – pare che il tempo si sia fermato.
La famiglia, la democrazia e la legalità sono i temi esplicitati.
Lo spettacolo è un’occasione per riflettere su cosa significhi
nel presente tutto questo.
Dall’ 8 maggio Agamennone si alterna a Coefore e Eumenidi fino al
22 giugno.
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