da dove ripartiamo?

  di totò spallino  

ma esiste ancora una prospettiva per la sinistra?

Dopo una sconfitta così grave come quella delle elezioni politiche del 13 e 14 aprile, nel vecchio Pci si sarebbe aperta una discussione in tutto il corpo del partito, tra vertice e base, che partendo dalla famosa e celebre ‘autocritica’, avrebbe avuto come obiettivo il cercare di capire il perché di una sconfitta così pesante, e addirittura storica, se è vero che quella parte politica che aveva la pretesa di rappresentare la sinistra nel nostro paese (per intenderci la sinistra arcobaleno) non è riuscita ad eleggere neanche un parlamentare.
Rimpianto del vecchio Pci? No, se penso alla mancanza di credibilità governativa che purtroppo lo ha caratterizzato. Sì, se penso al rigore ed allo sforzo culturale che contraddistinguevano le analisi e le discussioni, ‘ai pensieri lunghi berlingueriani’.
Ma tant’è! Oggi, non solo non si è aperta alcuna discussione seria (tranne alcune riflessioni di D’Alema che sembrerebbero diverse dall’impostazione veltroniana), ma addirittura nel partito più grande, appunto il Pd, che aveva ed ha la pretesa-presunzione di rappresentare il riformismo nel contesto politico italiano, ci si gingilla nell’elogiare il risultato numerico ottenuto del 33.1% (ma una percentuale migliore l’aveva ottenuta proprio il vecchio Pci, nel 1976).
Il Pd veltroniano ‘autoreferenziale ed autosufficiente’, non solo non è riuscito a sfondare al centro (era il suo grande obiettivo), ma l’unico successo che ha ottenuto è l’avere in buona sostanza contribuito a provocare la sconfitta storica della ‘Sinistra arcobaleno’.
In seguito ad una tale sconfitta storica, (se si aggiunge quella di Rutelli “nella Roma di Veltroni”) il segretario del Pd, che pure dice sempre di voler emulare i leaders dei grandi partiti riformisti (ma bisognerebbe aggiungere anche socialdemocratici) europei, non ha compiuto ciò che tutti i leaders dei partiti riformisti e/o socialdemocratici europei hanno messo in atto dopo sconfitte storiche simili a quella odierna, e cioè le dimissioni (lo hanno fatto Jospin in Francia, Schroeder in Germania, Gonzales in Spagna ancora prima); e questo non per trovare un capro espiatorio, ma perché ciò sarebbe servito a “liberare” il corpo del partito, ed anche tutto il centro-sinistra per permettergli quella libera discussione capace di individuare gli errori ed apportare i rimedi, pena la possibilità nefasta che il berlusconismo duri nel nostro paese vita natural durante.
Qual è l’immagine che è passata nell’opinione pubblica del Pd? Di un partito che afferma una cosa e subito dopo il contrario di essa (“ma anche” dice sempre Veltroni), che dietro la pretesa di rappresentare il nuovo, in realtà non ha una sua connotazione culturale definita, che sembra aver sposato in pieno le ricette liberiste in politica economica (l’equidistanza tra impresa e lavoro, e la centralità sine limite del mercato), che assembla interessi assolutamente diversi come quelli degli imprenditori più “sensibili” allo scontro sociale e quelli dei giovani precari, che decide di accantonare i temi etici dalla campagna elettorale per non suscitare le ire del potere ecclesiastico e dei cosiddetti “teodem”, che ha paura a mostrare una visione laica dello stato, ed indipendente dalla chiesa che ha messo – scimmiottando la destra – la questione della sicurezza dei cittadini al centro della campagna elettorale in termini esclusivamente di repressione, e al di fuori di un’analisi sociale più complessa.
Non sarebbe opportuno riflettere su ciò, anche in termini autocritici?
Già, ma dimenticavo che Veltroni non è tipo da autocritica, ma al contrario, di fughe in avanti (chi non ricorda – per inciso – la sua fuga dalla segreteria dei Ds nel 2001, allorquando si intravedeva la sconfitta del centrosinistra, per andare a fare il sindaco a Roma?), come quella per cui durante la campagna elettorale è arrivato a dire che il Pd non era di sinistra ma soltanto riformista, come se fosse impossibile coniugare riformismo e sinistra; aggiungo: se il riformismo di Veltroni è quello che ha contraddistinto la sua sindacatura a Roma, non doveva essere molto radicato tra il popolo romano, né particolarmente efficiente, se è vero che il risultato è stato la sconfitta di Rutelli tornato a riproporsi a sindaco di Roma con la disinvoltura tipica di chi pensava che la capitale d’Italia lo stesse riaspettando a braccia aperte (sic!!!).
L’opacità politica e l’immagine vecchia e rinunciataria della ‘Sinistra arcobaleno’, e qui voglio provocatoriamente porre alcune domande: ma veramente si può pensare che la sconfitta storica della Sinistra arcobaleno sia addebbitabile al cosiddetto voto utile che sarebbe andato al Pd?
Quello che è successo non è forse il fallimento del progetto (al quale la gran parte dei dirigenti dei partiti che vi hanno aderito, non credeva) per la mancanza di credibilità che esso ha avuto tra i lavoratori, nell’opinione pubblica?
Ma dov’era l’immagine di quella sinistra unitaria, plurale, socialista, di governo che doveva contraddistinguere la sinistra italiana uscita dagli stati generali dell’8 e 9 dicembre?
Come pensare di aggregare le forze giovanili, gli intellettuali, i lavoratori del nostro paese senza un programma preciso alternativo al programma moderato (e per molti simile a quello di Berlusconi) del Pd?
Blaterare qualcosa sulle cosiddette morti bianche (gli infiniti infortuni sul lavoro), o sulla mancanza di una equa ridistribuzione della ricchezza a favore dei più deboli, o sulla debolezza del potere di acquisto della gran parte dei lavoratori italiani poteva essere sufficiente a sopperire alla mancanza di coraggio e progettualità che contraddistingueva e ancor più contraddistingue la Sinistra arcobaleno se è vero che per taluni l’alternativa era ed è il ritorno ‘al vecchio’ (compresa la falce e martello), la cui assenza nel simbolo della SA viene, in modo aberrante, considerata da taluni (vedi Diliberto) la causa della sconfitta elettorale?
Ed allora: c’è una prospettiva per la sinistra in Italia? Oppure l’alternativa che ci resta è (come si diceva fino a qualche anno fa) di ‘morire democristiani’ (tanto più che proprio molti degli ex democristiani sono oggi dirigenti del Pd)?
Forse bisognerebbe pure riflettere sul fatto che all’insicurezza sociale di milioni di cittadini e soprattutto di giovani, travolti dall’irrompere della globalizzazione non si può rispondere con il razionalismo astratto dei conti economici (com’è successo anche col governo Prodi), che si è pensato, anche nel centro-sinistra, di sostituire il vecchio stato sociale con quello che il sociologo Baumann chiama ‘lo stato dell’incolumità personale’.
Ed è certamente strano che l’unica ricetta di fronte al fallimento e alla crisi della globalizzazione è sembrata essere quella proposta nientemeno che dall’attuale ministro dell’economia Tremonti.
E la sinistra, e/o il centrosinistra, cosa hanno proposto e propongono di fronte alla crisi della globalizzazione?
Il razionalismo tecnico-monetarista di Padoa Schioppa (pagare le tasse è bello …), il velleitarismo parolaio della cosiddetta sinistra alternativa (“fai una scelta di parte”)? L’obiettivo di cambiare una società ingiusta, caratterizzata da disuguaglianze sociali enormi, dalla supremazia senza alcun limite del mercato (financo Adam Smith sosteneva la necessità di un intervento statale nel controllo delle banche e della economia per la difesa dei più deboli), dalla mancanza di propettive delle giovani generazioni, deve essere considerato solo una utopia?
E ancora: come non pensare che non può esistere un movimento politico senza ideologia, o se si vuole senza una sua retrospettiva culturale a cui credere?
Il pragmatismo di deriva mediatico-plebiscitaria di Veltroni, oggi tutto teso ad accreditare il Pd di fronte a Berlusconi come opposizione ‘civile e moderata’ (ha affermato qualche giorno fa il filosofo Cacciari su Repubblica: “in politica quando fai il ruggito del leone e sei un agnello fai ridere”) da questo punto di vista si è rivelato fallimentare, allo stesso modo della mancanza di progettualità moderna e di rinnovamento della Sinistra arcobaleno.
Qualche settimana addietro, il Prof. Barcellona ha lucidamente scritto: “Veltroni ha proposto al popolo (che una volta si chiamava di sinistra) di non credere più a niente; il programma analogo a quello di Berlusconi, le liste dei candidati determinate da logiche di potere, le discussioni dopo la sconfitta sugli equilibri interni, sono la squallida controprova della nullità ideale e programmatica del Partito democratico. Una distanza enorme dagli stati d’animo diffusi nei giovani, negli anziani, nel ceto medio, nelle periferie”.
Allora è da qui che bisogna ripartire: e questo vale sia per il Pd (se ancora c’è spazio e volontà per una autentica politica riformista) che invece continua a pensare a soluzioni americane o anglosassoni che niente hanno a che fare con le tradizioni politiche del nostro paese, sia anche per la cosiddetta sinistra antagonista, che deve uscire da una logica minoritaria, antica, fuori dalla realtà, caratterizzata da opacità politica, per intraprendere un viaggio in mare aperto, abbandonando certezze del passato e tentazioni di riserva protetta.
Partire dalla realtà, dai bisogni sociali, dalla multiformità che distingue la società italiana, essere coscienti che la sconfitta subita non è certamente di breve periodo, costruire un programma ed alleanze credibili e funzionali, questi sono i punti per avviare una ricostruzione della sinistra e del centro-sinistra.
In tale contesto le ultime riflessioni politiche e culturali (con tutte le pecurialità tipiche dei singoli) di D’Alema da un lato, di Fava e Vendola dall’altro, sul dopo voto e sulle prospettive del centro-sinistra possono costituire una premessa importante per riaprire una grande discussione culturale e politica a cui chiamare tutto il popolo del centro-sinistra per tentare di costruire una grande forza riformatrice, di sinistra, nuova, moderna e di governo.