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i sessant'anni
della costituzione italiana |
La Costituzione ha compiuto 60anni.
Dovrebbe essere un momento di giubilo. Ma non osservo gran partecipazione.
È
forse dovuto ai momenti che attraversiamo?
Se osserviamo i suoi principi generali, possiamo dirli utilizzati? Si è detto
e ripetuto che la Costituzione richiedeva tempo per essere attuata, ma
60anni non sono stati sufficienti per porre rimedio all’astrattezza
di certe statuizioni. Già la prima norma mi lascia perplesso: “L'Italia è una
Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Sul nome Italia: oggi
possiamo dire che questo Paese si sta trasformando fra divisioni e derive
in una visibile entità geografica con l’emersione di movimenti
separatisti da nord a sud intrisi di becerume, razzismo, xenofobia che
vogliono la secessione sbandierando anche lo scontro armato?
Non esiste una mafia che controlla una parte del territorio decidendone
grosse scelte in aperte collusioni politiche?
Non c’è pure una nazione (USA) che dà ordini sul territorio...
Credo che molti problemi provengono dal non aver volutamente affrontare
problemi rimasti irrisolti fin dall’unità d’Italia.
Con l’art.4 è stabilito che “La Repubblica riconosce
a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano
effettivo questo diritto”.
Ma è chiaro che nessuno può ottenere un lavoro dal giudice
esibendone la carta costituzionale. Dunque quel diritto non è un
diritto. Ma forse l’articolo si salva con la seconda metà:
lo Stato “promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. “Promuovere” è un
verbo che per realizzarlo basterebbe dire: “Per favore, assumete
più gente che potete”. Cosa che lascia il tempo che trova.
Con l’art. 36: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione
proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in
ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza
libera e dignitosa” arriviamo ad una norma assolutamente mitologica.
Il lavoro deve offrire un vantaggio al datore di lavoro diversamente costui
non assumerebbe nessuno e la sua retribuzione è commisurata non
ai bisogni del lavoratore, ma all’utilità della prestazione.
Solo lo Stato può assumere lavoratori in perdita: ma se il principio
fosse esteso all’intera nazione come ripianerebbe l’enorme
debito che ha.
L’Art. 38 offre ancora qualcosa al lavoratore: “Ogni cittadino
inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto
al mantenimento e all'assistenza sociale”.
È
una norma che prevede il sussidio di disoccupazione. Ma la vanità del
proclama si vede dal fatto che in 60anni di vita il Parlamento non gli
dato attuazione. La stessa Cassa Integrazione riguarda alcuni privilegiati,
non certo la gran massa dei lavoratori.
Infine l’Art. 46: “Ai fini dell’elevazione economica
e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica
riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti
stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”. Penso che, se
un precetto non è attuato in 60anni, è segno che esso non è attuabile.
Ed allora in questi decenni ci si è riempita la bocca col dovere
di “dare attuazione alla Costituzione”. Mentre, c’è discussione
ancora oggi su leggi importanti da attuare. Ecco, perché non m’ispirano
gran commozione questi 60 anni.
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