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il sessantesi-mo
anniversario della costituzione italiana |
L’anno in corso è il
sessantesimo anniversario dall’entrata in vigore della Costituzione.
La Costituzione della Repubblica Italiana fu approvata dall’Assemblea
Costituente il 22 dicembre 1947, promulgata il 27 dicembre 1947 (Gazzetta
ufficiale n. 298, edizione straordinaria), entrata in vigore il primo
gennaio 1948.
Credo che la ricorrenza sia una buona occasione per parlare, o riparlare,
di esercizio della cittadinanza, dell’essere cittadini e dell’agire
da cittadini, che proprio nella Costituzione trova il suo fondamento e
la sua garanzia. Il coincidere, poi, la ricorrenza sulla Costituzione con
una scadenza elettorale che vedrà, almeno da noi in Sicilia e a
Siracusa, il rinnovo di tutte le assemblee e le cariche elettive, dal Parlamento
nazionale ai consigli di circoscrizione, rende ancora più stimolante
e utile affrontare il tema.
La definizione giuridica di Cittadinanza: “Condizione di chi appartiene
a uno stato ed è titolare dei diritti politici che si esercitano
secondo il suo ordinamento e degli obblighi relativi”, ci ricorda
che essere cittadini comprende l’esercizio effettivo di alcuni diritti
e l’osservanza di alcuni doveri che sono sanciti dallo Stato di cui
facciamo parte. Lo Stato italiano prevede proprio nella sua Carta costituzionale
quelli che sono i diritti e i doveri dell’essere cittadini italiani.
E’ perciò praticando quei diritti e quei doveri che si è cittadini
italiani.
La cittadinanza non è uno status, una condizione acquisita una volta
per tutte, ma una pratica, un esercizio continuo di attività e comportamenti
che ci consentono ogni giorno di poter dire di essere cittadini. Forse è utile
ricordare che il concetto di cittadino ( e quello di cittadinanza) è sorto
in contrapposizione al concetto di suddito. Il suddito subisce; il cittadino
fa.
Fare i cittadini richiede la pratica costante, perciò, di quei diritti
e quei doveri che sono compresi nella nostra Costituzione.
Ho la sensazione che viviamo un momento, e forse per il meridione d’Italia
e la Sicilia dovremmo dire che viviamo una condizione dalla quale non siamo
mai riusciti a liberarci completamente, che potremmo definire di deficit
di cittadinanza. Cioè di scarso esercizio della cittadinanza e,
per contro, della diffusa pratica di atteggiamenti che somigliano molto
ad una sudditanza di fatto.
Facendo riferimento ad alcuni articoli della Costituzione vorrei cercare
di chiarire cosa può intendersi con quel deficit di cittadinanza
che sembra attraversare molti nostri comportamenti.
- Art.48: Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo
esercizio è dovere civico.
Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile
o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale
indicati dalla legge. – A me pare che oggi il nostro diritto di voto
( mi riferisco al voto per l’elezione del Parlamento) sia invece
molto limitato, e non per i motivi che espressamente prevede la Costituzione,
ma per motivi chiaramente anti-costituzionali. A me sembra che chi ha approvato
l’attuale legge elettorale abbia pensato ad una “incapacità politica” degli
italiani, e dunque alla necessità di limitarne l’esercizio
della cittadinanza.
E’ anche una limitazione all’esercizio della cittadinanza quella
che si realizza ogni volta che esprimiamo un voto “condizionato” da
elementi diversi dalla nostra libera e convinta scelta. Elementi economici
(quanto è diffusa la compra-vendita di voti?); elementi di interessi
personali o di gruppo.
Questo esempio di limitazione nella pratica della cittadinanza fa il paio
con altre situazioni che caratterizzano la nostra convivenza civile e sono
in evidente contrasto con le intenzioni espresse nella Costituzione: La
ricerca del Bene comune come condizione per l’affermazione del bene
individuale e collettivo; il dovere della solidarietà e l’impegno
a eliminare le disuguaglianze sociali e le condizioni economiche e culturali
che impediscono la piena realizzazione della dignità umana e personale
di ognuno; Il valore della legalità come presupposto indispensabile
per lo sviluppo; Il valore della buona amministrazione pubblica; il riconoscimento
dei diritti di chi fruisce dei servizi pubblici.
Insomma credo che si possa a ragione parlare di deficit di cittadinanza,
soprattutto in regioni come la Sicilia. Credo pure che eliminare tale deficit
di cittadinanza possa costituire un buon programma politico.
Per chi voglia.
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