il carnevale a siracusa

  di salvo greco  

un pretesto sullo stato dell’anima della città

L’osservazione di una cassiera nei giorni prossimi al Carnevale: cà nun si fa mai nenti, pi cannevale!; ha trovato corrispondenza nei miei pensieri di sempre quando penso al Carnevale, e non solo, qui da noi.
Anzi, al contrario, quando penso all’anima della nostra città e prendo come esempio eventi o situazioni come il Carnevale.
Il nostro Carnevale è smunto, perché lo è l’anima dei siracusani.
Noi non produciamo un Carnevale, perché l’anima del Carnevale, che è l’anima dello scherzo, della follia, del giocoso, del prendersi in giro, dell’ironia, della festa, non mi sembra essere cosa nostra.
Il colore, immagine che mi coglie pensando al Carnevale, e che associo a vivido, caldo e cangiante, non riesco ad abbinarlo alla città, e a noi stessi.
Non abbiamo sangue, non siamo comunicativi, non siamo esplosivamente creativi.
Ci preoccupa il senso del ridicolo.
Di apparire ridicoli. Guai a sembrare nel pensiero e nel comportamento,…ridicoli!
Non è un caso, quindi, che non produciamo un Carnevale, nel senso di un’atmosfera carnevalesca.
C’è troppo pudore nell’animo dei siracusani.
Un pudore, e l’invidia associata, che striscia forse anche più pericolosamente: quel pudore che non vuole svelare la gioia, la giocosità sociale.
Un’anima pallida, smunta appunto. Non avverto forza, energia, senso vivamente creativo.
C’è un senso della misura, ma una fredda misura.
Lo noto anche nell’arredamento urbano, mai piacevolmente sopra le righe, come non ci si dovesse esporre troppo, mai carico, o, paradossalmente, barocco.
I siracusani pensano che l’altro non debba essere disturbato, non sta bene cercare un contatto con l’altro, tirarlo in ballo, confrontarsi con l’estraneo: tutti silenziosi alle file agli sportelli, sugli autobus, negozianti che, lo sappiamo, spesso non ti degnano di un sorriso.
Non sarà un caso che da decenni non si riesce a riavere un Teatro Comunale.
E come il teatro, intendo quello dal basso ed originale, e soprattutto eventi artistici vivi, come il cabaret, non siano qui visibilmente prodotti.
Il Comune, l’anno scorso, aveva momentaneamente concesso ad un’associazione, dopo anni di richieste, un piccolo spazio in Ortigia per un progetto di laboratori di teatro e video, rivolti in particolare ai giovani; l’esperienza ha raccolto ed attivato un piccolo circuito di appassionati;
da qualche mese, la sede è stata revocata, perché pare debbano destinarla per un Museo del Mare.
Ecco cosa siamo capaci di produrre: produciamo Musei.
Non c’è sangue, non c’è socialità, scambio, prospettive, creatività.