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il rapporto
unicef 2008 |
Due occhi bellissimi di un bambino
che guardano fisso e che arrivano dritto fino al cuore non possono lasciarmi
indifferente. Di un bambino che forse non arriverà ai primissimi
anni di vita. Non può non riguardarmi, non può non riguardarci.
Noi, occidentali, schiavi del consumismo, cittadini della parte del mondo
che conta, lettori di giornali con notizie sempre più di plastica,
non possiamo far finta di non sapere.
Ogni bambino ha diritto di vivere una vita sana.
Ma ancora oggi sono spaventosamente alte le cifre che negano tale diritto,
che parlano di mortalità infantile. Che parlano di bambini spesso
orfani o addirittura di bambini nati che non vengono mai registrati. E’ quanto
emerge dal Rapporto Unicef 2008.
La mortalità infantile costituisce non solo un indicatore sensibile
dello sviluppo di un paese ma è anche la dimostrazione significativa
di quali siano le priorità e i valori su cui investe quello stesso
paese. Considerare prioritaria la salute dei bambini e delle loro madri
non è soltanto l’affermazione di un diritto umano (soltanto!)
ma costituisce anche una decisione economicamente saggia per il paese che
si proietta verso un futuro migliore. Molto è stato fatto, ma non è ancora
tutto, non è ancora abbastanza. Dal 1990 i tassi di sopravvivenza
infantile sono nettamente migliori rispetto al passato.
I dati riportati dall’Inter-Agency Group for Child Mortality Estimation
rivelano che si sono fatti progressi in Paesi di ogni regione del mondo.
Dal 1990, il tasso di mortalità infantile sotto i cinque anni della
Cina è sceso da 45 a 24 decessi ogni 1.000 nati vivi, una riduzione
del 47%. Il tasso di mortalità infantile sotto i cinque anni dell’India è diminuito
del 34%. I tassi in sei paesi – Bangladesh, Bhutan, Bolivia, Eritrea,
Nepal e Repubblica Democratica Popolare del Laos – si sono ridotti
del 50% o più dal 1990, nonostante i tassi di mortalità infantile
sotto i cinque anni in questi Paesi rimangono alti. E l’Etiopia ha
raggiunto quasi il 40% di riduzione dal 1990.
Dei 62 Paesi che hanno fatto progressi insufficienti, o addirittura nessun
progresso, verso l’Obiettivo di Sviluppo del Millennio sulla sopravvivenza
infantile, quasi il 75% sono africani dove prevale la diffusione dell’HIV
e dell’AIDS. Ancora oggi, in media, ogni giorno in tutto il mondo
muoiono 26.000 bambini di età inferiore ai cinque anni. La mortalità neonatale
sfiora il 44% a fronte del 4% dei paesi industrializzati. Che cosa si può fare,
(anzi) si deve fare?
Migliorare i servizi sanitari di base affinché si possano vaccinare
bambini contro il morbillo, affinchè non muoiano più bambini
per cause banali come infezioni respiratorie o diarroiche, combattere l’HIV
e l’AIDS, e altre gravi malattie, fornire farmaci essenziali a basso
costo e su base sostenibile. E ancora combattere la malnutrizione, garantire
nell’alimentazione l’integrazione della vitamina A che può rafforzare
la resistenza alle malattie, aumentare l’utilizzo di acqua potabile
e avallare l’uso di adeguati servizi igienico-sanitari.
Non secondario è garantire l’assistenza alle donne in gravidanza,
dare loro voce, puntare alla costante collaborazione con le loro famiglie.
Che poi vuol dire ridurre la povertà e la fame, garantire una equità tra
i Paesi del mondo.
Tante esperienze fatte in tutto il mondo testimoniano che si può arrivare
a successi apprezzabili se si lavora congiuntamente. Operatori sanitari,
volontari, gente comune, Ong (organizzazioni non governative), associazioni
varie ma anche figure chiave del mondo politico e sociale, economisti e
scienziati possono svolgere un ruolo importante per garantire la sopravvivenza
infantile.
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