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la mancata visita
del papa a 'la sapienza' |
Ci sono cascati con tutte le scarpe!
Eh sì, i collettivi studenteschi della Sapienza hanno fatto proprio
quella fine.
Certo, c’è chi li ha spinti e chi gli ha scavato il terreno
sotto i piedi, a partire da Giuliano Ferrara, però il risultato
non è cambiato e il messaggio che è passato è stato
quello che: "un manipolo di scalmanati ha impedito al Pontefice di
parlare all’Università La Sapienza di Roma". L’argomento è stato
trattato e sviscerato da tutti i media nazionali con articoli, interviste
e dibattiti le cui conclusioni, una volta fatta la frittata e salvo rarissime
eccezioni, sono state del tenore, ad essere benevoli, "una esigua
minoranza di professori ignoranti e in pensione, facendo leva sulla pochezza
intellettuale di un’altrettanta esigua minoranza di studenti appartenenti
ai “centri sociali” e in nome di una presunta laicità della
scienza ha costretto il Papa a rinunciare a partecipare alla cerimonia
di apertura dell’anno accademico di una delle più grandi università del
mondo".
Se di questo fossi convinto, non avrei dubbi e mi unirei all’esercito
di fustigatori di quelle esigue, insulse e arroganti minoranze che hanno
avuto l’ardire di costringere al silenzio il Pontefice o qualsiasi
altra persona ma, a cerimonia avvenuta e polemiche sopite ma non finite,
vorrei tentare una analisi asettica dei fatti che tutti abbiamo conosciuto
attraverso i media. Il Rettore della Sapienza Guarini consultando il Senato
accademico (suppongo) decide di invitare il Papa alla cerimonia di apertura
dell’anno universitario.
Il professore emerito (in pensione) Cini, venuto a conoscenza del fatto,
scrive una lettera aperta al Rettore (pubblicata anche su internet) dove
esprime la sua contrarietà, motivandola, a che ciò avvenga
(siamo a circa metà novembre 2007).
A seguito della pubblicazione della predetta lettera altri 67 professori,
autonomamente, stilano e inviano una seconda missiva a Guarini dove manifestano
l’inopportunità, a parer loro, di invitare il Papa alla cerimonia
di apertura dell’anno accademico. Anche loro motivano la loro posizione,
pare facendo anche degli errori (perché attribuiscono all’allora
cardinale Ratzinger una citazione non sua), ma non è mia intenzione
entrare nel merito delle motivazioni addotte in entrambe le lettere lasciando
le stesse alla libertà di pensiero ed espressione dei loro estensori,
che se ne assumono eventuali onori ed oneri ed anche perché le missive
in parola non hanno fatto cambiare parere al Rettore, che ha confermato
l’invito (siamo al 23 novembre 2007). Tutto tace fino a circa il
10 gennaio 2008 quando appaiono le prime notizie sulla stampa ed esponenti
sia laici che cattolici cominciano a dare fiato a pretestuose polemiche.
I professori estensori delle lettere vengono interpellati, confermano la
loro contrarietà, ma ribadiscono il diritto e la libertà di
Benedetto XVI a parlare. La polemica mediatica comincia ad assumere toni
pesanti su alcuni giornali politicamente schierati sia a destra che a sinistra,
Giuliano Ferrara convoca una veglia di conversazione, i collettivi studenteschi
rivendicano la libertà di manifestare il loro dissenso. In tutto
questo crescendo di scaramucce verbali le gerarchie vaticane confermano
la visita. Lunedì 14 gennaio una cinquantina di studenti occupano
il rettorato e chiedono al Rettore l’autorizzazione a manifestare
durante la visita del Papa con slogan, striscioni e musica. Autorizzazione
accordata. Fino a metà mattina del 15 il Vaticano conferma la visita,
alle 13,15 la rinuncia (la fuga). Fin qui i fatti per come sono riuscito
a ricostruirli. E’ chiaro che il successivo diluvio, per come è stata
rappresentata la commedia, non poteva che abbattersi su quella minoranza
di professori e studenti che avevano espresso la loro contrarietà.
Ora la lettura degli stessi fatti da parte di uno che non è un teologo
nè un filosofo o un intellettuale ma un semplice cittadino, Cristiano
non cattolico, che però non ha pregiudizi ad ascoltare e confrontarsi
con chiunque. Sinceramente, negli accadimenti descritti non rilevo alcun
elemento di “costrizione o impedimento” rilevo, questo si,
una ingenuità tattica o, se vogliamo, un “eccesso di correttezza” da
parte degli studenti nel chiedere l’autorizzazione a manifestare.
La libertà di manifestare in assenso o in dissenso a qualcuno o
qualcosa, sempre che si concretizzi in forme non violente, non deve essere
autorizzata va attuata e i ragazzi avrebbero potuto benissimo effettuarla
all’esterno degli spazi universitari. Papa Wojtyla nel 1991 fu di
punto in bianco contestato durante la sua visita alla Sapienza del 19 aprile
(accompagnato dal Presidente della Repubblica) ma, da grande comunicatore
qual’era alla fine, ricorrendo alla scherzosa ma pungente ironia
di cui era capace ringraziò i circa 300 studenti per "la sonora
accoglienza" (altri studenti e altri papi?). Benedetto XVI è stato
fortemente contestato durante le sue visite sia in Olanda che in Germania,
era forse troppo “politicamente disdicevole” o pericoloso se
fosse stato contestato nella “sua” Roma? Pericoloso no perché non
erano previsti cecchini o kamikaze e le autorità italiane garantivano
in quel senso.
E allora?
Allora non è stato il “mite Professore”, come lo chiama
Ferrara a decidere, sono state le gerarchie vaticane, gli strateghi che
una volta resisi conto che era stato montato e ben lievitato anche forse,
indipendentemente dalla loro volontà un evidente “casus belli”,
hanno ritenuto che una “ritirata strategica” avrebbe portato
una sicura vittoria nella battaglia che contrappone i martiri cattolici
a un rinato e imperante anticlericalismo.
Così è stato su tutti fronti e, a suggello di ciò il
generale Ruini al quale bisogna riconoscere una intelligenza tattico-strategica
non comune, ha chiamato a raccolta le “divisioni del Papa” di
staliniana memoria. C’è da dire che il discorso di Benedetto
XVI, letto alla Sapienza e sottoscrivibile quasi in ogni sua parte, si
discosta abbastanza nettamente da certi suoi comportamenti o precedenti
prese di posizione specialmente nella parte in cui parla della Fede come
dono e non come imposizione, concetto che riecheggia una epistola di S.
Paolo dove si afferma che “la Fede non è di tutti” ma
non per questo, chi non ne è attinto deve essere rifiutato o discriminato,
anzi. Plaudo sinceramente alle decine di migliaia di fedeli che si sono
recati in S. Pietro per ascoltare la parola del Papa e manifestargli la
loro vicinanza, in una circostanza dove è stato fatto apparire come
un Pontefice “costretto al silenzio”, con animo puro e in comunanza
e obbedienza alle leggi e ai dogmi della chiesa; biasimo invece i numerosi “fedeli”,
personalità pubbliche in particolare che, essendo e comportandosi
in palese contrasto con i dettami cattolici partecipano a manifestazioni
oceaniche solo per un rendiconto o una visibilità personale e a
tal proposito mi piace ricordare un passo della seconda lettera di S. Paolo
ai romani dove si afferma che “il giusto non è chi ascolta
la legge di Dio ma chi la mette in pratica” per questo, plaudo ancor
di più ai milioni di Italiani credenti o no, cattolici o di qualsiasi
altra religione che magari partecipano o “ascoltano” poco ma
giornalmente si sforzano di vivere, pur nelle difficoltà oggettive,
con onestà e rispetto reciproco lontani da ogni “guerra di
religione”.
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