salvare il futuro

  di enzo parisi  

la crisi climatica e le istituzioni

La comunità scientifica internazionale avverte che per fermare i cambiamenti climatici in atto – obiettivo conseguibile solo attraverso la radicale modifica dei sistemi di produzione dell’energia e l’adozione di stili di vita e di consumo molto più sobri degli attuali - ci sono rimasti appena 15 anni di tempo. Qualche ricercatore, più pessimista o meglio informato, pensa che il surriscaldamento del pianeta sia ormai “un fenomeno irreversibile che avrà fine solo quando l’ecosistema planetario raggiungerà un altro equilibrio”. Della conclamata gravità del fenomeno, con le sue diverse e tutte negative conseguenze sull’ambiente e sulla salute delle persone, sull’acuirsi dei conflitti politici e sociali e l’ampliamento delle aree di povertà che produce, sono ormai consapevoli tutti governi. Compreso quello di George W. Bush che però continua ad ostacolare una comune, forte ed efficace strategia d’azione. È grazie all’Europa, sebbene l’ostruzionismo americano abbia impedito di fissare obiettivi più alti, che al vertice di Bali del dicembre 2007 si è comunque deciso di avviare nuovi negoziati che dovranno concludersi entro il 2009 con un accordo sul clima che integri il protocollo di Kyoto. Il nostro Paese, purtroppo, sconta un grave ed inscusabile ritardo sulla riduzione delle emissioni climalteranti ed arranca sulla strada del rinnovamento della sua politica energetica. Il sostegno alle fonti rinnovabili si è finora malamente attuato attraverso uno straordinario – in termini di ammontare economico - contributo ai produttori di energia da fonti fossili “mascherate”, a detrimento delle “vere” rinnovabili di cui disporremmo in grande quantità. A fronte delle dichiarazioni di principio e delle buone intenzioni manifestate dai ministri del governo Prodi, il quadro d’insieme, senza voler scadere nel catastrofismo, rimane preoccupante e scarse appaiono le risorse destinate al cambiamento di rotta. Troppe situazioni emergenziali (cosa non è questione d’emergenza nel nostro Paese?), dalle acque al traffico, dai rifiuti alla bonifica dei siti contaminati, rimangono indefinitamente tali ed i sindaci, in mancanza di una puntuale e chiara politica nazionale, sperimentano ciò che possono per fronteggiare smog, polveri sottili, rifiuti, e tutto quanto rende sempre più invivibile la città ed il territorio. Assurdamente, come se nulla stesse accadendo, si continuano a programmare e a consentire interventi che non rispondono ad una strategia diretta a superare l’emergenza ma ad acutizzarla. Dalle centrali termoelettriche a carbone ai rigassificatori, dagli inceneritori alle trivellazioni, dai campi da golf alle cementificazioni vecchie e nuove, ci si incaponisce a segare il ramo sul quale siamo seduti. Prendiamo nota che la deludente Finanziaria 2008 non prevede l’aumento del trasporto ferroviario regionale per risolvere le difficoltà dei pendolari ma bensì altri passanti autostradali e contributi sostanziosi agli autotrasportatori. Come dire che si predica bene quando si decanta la bontà del trasporto su ferro e delle autostrade del mare ma che si razzola male con il sottrarre risorse alla ricerca ed all’innovazione tecnologica per darle, sprecandole, all’auto ed alla gomma. Eppure c’è la sensazione che nel nostro Paese la gran parte dei cittadini sia da qualche tempo sufficientemente conscia che la questione planetaria dei cambiamenti climatici, causata dal modo stupido con cui il sistema economico-industriale consuma e ci induce a consumare le risorse non rinnovabili, ha origini e – soprattutto – effetti locali e che quindi le sue conseguenze negative dipendono in buona misura da quale e quanta energia si consuma laddove si vive ma anche dai comportamenti del cittadino di New York o di Pechino. Il consumatore italiano, tranne qualche caso patologico, non sembra più gioire come nei decenni passati nel consumare smodatamente e, seppure con i limiti e le difficoltà che incontra nel superare le sollecitazioni al consumo che gli arrivano da mille lati, comincia a ridurre gli sprechi o esita a farne degli altri. La spinta decisiva per cambiare passo, per modificare stile di vita, può e deve venire dalle autorità e dalle istituzioni in cui tutti si riconoscono. Sarebbe dunque tempo che chi ha la responsabilità del governo facesse scelte chiare e adottasse nei vari settori una terapia d’urto per depotenziare il rischio dell’irreversibilità dei cambiamenti climatici. Per esempio, sono necessarie misure shock positive per convincere-costringere - con forti contributi economici ed adeguata legislazione - all’uso domestico delle fonti rinnovabili (solare termico, fotovoltaico, eolico dove possibile) finalizzando tutto alla drastica riduzione del costo degli impianti ed alla loro proliferazione. In questo Paese i cittadini tante volte sono stati costretti per legge a fare delle idiozie, in questo caso li si sta solo invitando a salvarsi la vita.