la parola donata

  di roberto de benedictis  

il ricordo di monsigno sebastiano gozzo

Anche durante l’ultimo saluto a padre Gozzo, come nei mesi precedenti della sua malattia, la cosa che più pensavo è che sarebbe venuta a mancare la sua parola intelligente e chiara. In un mondo in cui veniamo colpiti e seppelliti da discorsi d’ogni tipo, assai spesso inutili o incomprensibili, il suo parlare trasparente e ricco è stato un’oasi di onestà. Clamorosamente distante da tante prediche stanche, dentro e fuori le chiese, aveva passione perché aveva qualcosa da dover dire e poi sapeva dirlo.
Era un uomo colto ed intelligente che di queste virtù avrebbe potuto trarne prestigio e posizioni personali, come fanno in genere gli uomini, anche quelli di chiesa. Invece è rimasto ed è morto parroco e questa sua intelligenza, insieme ad altre cose, l’ha messa a disposizione degli altri attraverso il suo ministero, offrendola a chiunque. Nella babele di idiozie in cui siamo immersi, ma anche di intelligenze usate per prevalere o addirittura per sopraffare, è stato un regalo raro e prezioso.
Io non l’ho mai sentito arzigogolare di misteri dello spirito o astrazioni teologiche, ed avrebbe certamente potuto e saputo farlo, mai rifugiarsi in quei giri di parole che ruotano intorno alle parole stesse; ma sempre usare un linguaggio diretto e concreto per spiegare delle cose della fede nella vita di tutti i giorni. E colpirmi per le sue osservazioni acute, inesauribili invenzioni capaci di sorprendere ed illuminare ogni volta zone nuove. La banalità gli era impossibile, le sue parole necessarie.
Perché tanta differenza dal parlare oscuro di tanti, pretenzioso, ampolloso, vuoto? Da quella fumosa combinazione di astrattezze che sono spesso i discorsi, comprese certe omelie, di chi parla non avendo nulla da dire, forse perché nulla sente? E soprattutto, mi chiedo: la sua generosità, quella costante attenzione verso chi gli stava davanti, la capacità di ascoltare tutti e di avere per ognuno parole proprie, quella carica umana trascinante, in breve la sua capacità di voler bene, erano disgiunti dalla sua intelligenza, dalla lucidità del suo parlare, dallo sforzo di spiegare e farsi capire da tutti? Erano altra cosa?
Convinto, come sono, che non gli esperti ma solo i poeti veri, ancora una volta con le parole, ci rivelano la natura delle cose, mi è allora tornato in mente quel passo di “Mai devi domandarmi”, di Natalia Ginzburg: “Detesto le cose che mi sono oscure: le detesto quando ho la sensazione che dietro la loro oscurità non c’è nulla, che si tratta di un’oscurità in qualche modo consapevole e determinata, diffusa, per nascondere il vuoto e la fissità del pensiero, l’inedia dello spirito che, non amando e non inventando nulla, emana nebbie e caligine per coprire solo un poco di disordine, di futilità e di confusione”.
Ecco, sapeva parlare perché sapeva pensare, inventare. E solo chi ama inventa. Così sembrano dirci queste parole, tutto torna. E io credo che sia stato esattamente così.
Padre Gozzo non c’è più e molti altri, a più diritto di me, possono meglio ricordarlo. Molti che lo hanno frequentato assiduamente per anni e fino alla fine, forse una sua seconda famiglia, ai quali va il merito per quanto hanno fatto insieme. Tuttavia non credo vi sia stato chi, avendolo incontrato, possa non aver colto la straordinarietà di quest’uomo che non c’è più ed, oggi, sentire il vuoto che ha lasciato. Ed è come uno di questi che ne ho voluto parlare.