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il ricordo
di monsigno sebastiano gozzo |
Anche durante l’ultimo saluto
a padre Gozzo, come nei mesi precedenti della sua malattia, la cosa che
più pensavo è che sarebbe venuta a mancare la sua parola
intelligente e chiara. In un mondo in cui veniamo colpiti e seppelliti
da discorsi d’ogni tipo, assai spesso inutili o incomprensibili,
il suo parlare trasparente e ricco è stato un’oasi di onestà.
Clamorosamente distante da tante prediche stanche, dentro e fuori le
chiese, aveva passione perché aveva qualcosa da dover dire e poi
sapeva dirlo.
Era un uomo colto ed intelligente che di queste virtù avrebbe potuto
trarne prestigio e posizioni personali, come fanno in genere gli uomini,
anche quelli di chiesa. Invece è rimasto ed è morto parroco
e questa sua intelligenza, insieme ad altre cose, l’ha messa a disposizione
degli altri attraverso il suo ministero, offrendola a chiunque. Nella babele
di idiozie in cui siamo immersi, ma anche di intelligenze usate per prevalere
o addirittura per sopraffare, è stato un regalo raro e prezioso.
Io non l’ho mai sentito arzigogolare di misteri dello spirito o astrazioni
teologiche, ed avrebbe certamente potuto e saputo farlo, mai rifugiarsi
in quei giri di parole che ruotano intorno alle parole stesse; ma sempre
usare un linguaggio diretto e concreto per spiegare delle cose della fede
nella vita di tutti i giorni. E colpirmi per le sue osservazioni acute,
inesauribili invenzioni capaci di sorprendere ed illuminare ogni volta
zone nuove. La banalità gli era impossibile, le sue parole necessarie.
Perché tanta differenza dal parlare oscuro di tanti, pretenzioso,
ampolloso, vuoto? Da quella fumosa combinazione di astrattezze che sono
spesso i discorsi, comprese certe omelie, di chi parla non avendo nulla
da dire, forse perché nulla sente? E soprattutto, mi chiedo: la
sua generosità, quella costante attenzione verso chi gli stava davanti,
la capacità di ascoltare tutti e di avere per ognuno parole proprie,
quella carica umana trascinante, in breve la sua capacità di voler
bene, erano disgiunti dalla sua intelligenza, dalla lucidità del
suo parlare, dallo sforzo di spiegare e farsi capire da tutti? Erano altra
cosa?
Convinto, come sono, che non gli esperti ma solo i poeti veri, ancora una
volta con le parole, ci rivelano la natura delle cose, mi è allora
tornato in mente quel passo di “Mai devi domandarmi”, di Natalia
Ginzburg: “Detesto le cose che mi sono oscure: le detesto quando
ho la sensazione che dietro la loro oscurità non c’è nulla,
che si tratta di un’oscurità in qualche modo consapevole e
determinata, diffusa, per nascondere il vuoto e la fissità del pensiero,
l’inedia dello spirito che, non amando e non inventando nulla, emana
nebbie e caligine per coprire solo un poco di disordine, di futilità e
di confusione”.
Ecco, sapeva parlare perché sapeva pensare, inventare. E solo chi
ama inventa. Così sembrano dirci queste parole, tutto torna. E io
credo che sia stato esattamente così.
Padre Gozzo non c’è più e molti altri, a più diritto
di me, possono meglio ricordarlo. Molti che lo hanno frequentato assiduamente
per anni e fino alla fine, forse una sua seconda famiglia, ai quali va
il merito per quanto hanno fatto insieme. Tuttavia non credo vi sia stato
chi, avendolo incontrato, possa non aver colto la straordinarietà di
quest’uomo che non c’è più ed, oggi, sentire
il vuoto che ha lasciato. Ed è come uno di questi che ne ho voluto
parlare.
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