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dieci
anni dalla morte di danilo dolci |
E' stato definito in vari modi:
albero a foglie caduche, con rami diversi; sognatore, seguace di Gandhi,
rivoluzionario, sociologo, intellettuale disorganico, poeta, mistico.
Tutti con una parte di verità, ma inadeguati per un uomo che ha
legato il suo nome a una terra lontana che amava. Un amore non sempre
ricambiato. Quando a sinistra le scuole di partito insegnavano ad essere
gramscianamente organici ai lavoratori, era disorganico e guastafeste.
Trasgressivo alla maniera di Aldo Capitini, suo grande amico. Odiava
la parola "massa". Gli ricordava l'impasto, la confusione,
e nelle riunioni attorno a quel tavolo di palazzo Scalia a Partinico,
dove non pochi venivamo chiamati a sederci negli anni '60, una delle
tante officine del suo pensiero, insegnava che "persona" significa
l'opposto di massa. Per questo fu anomalo. Tuttavia diceva che Lenin
e Gesù Cristo erano i suoi maestri. Era fissato con l'etimologia
e riteneva che "persona", oltre al significato greco di "maschera",
ha anche quello latino di attraversare qualcuno in modo armonico, "per-sonare", "suonare
attraverso". Sciascia disse che aveva scambiato la Sicilia con l'India.
Il cardinale Ruffini, mantovano di cultura e di nascita (era nato nel
1888 a San Benedetto Po), raffinato intellettuale pure lui, oltre che
prelato d'altri tempi, volle additarlo come uno dei mali della terra
del Gattopardo, assieme alla mafia. Si spinse a tappezzare l'isola di
strani manifesti recanti i simboli del suo potere ecclesiastico e un
testo pieno di vituperi e personali attacchi. La violenza degli insulti
fu tale che ricordo che tutti rimanemmo esterrefatti. Almeno quelli che
cominciavamo ad usare il cervello, anche se ragazzini e un po' chierichetti.
Ma Dolci non fu niente di tutto quello che, nel bene e più spesso
nel male, dissero e scrissero di lui i siciliani e gli italiani del suo
tempo. Non teorizzò nulla e rifiutò sempre di essere maestro
di qualcuno. I conservatori lo videro come il fumo negli occhi e i progressisti
lo ritennero un anarchico individualista. Fu aperto a tutte le religioni.
Ebbe amici valdesi ed evangelici, buddisti e confuciani, islamici e semplicemente
innamorati di un Dio inafferrabile. Fu discepolo di don Zeno e compagno
di lotta di preti che apparivano non meno trasgressivi di lui. Utilizzò le
idee di don Milani per il suo progetto di Mirto, una specie di Barbiana
di lusso impiantata nel cuore della Sicilia mafiosa, nel paese di Frank
Coppola, capocordata del traffico di stupefacenti e partinicese diventato
poi "re di Pomezia". Una scuola che concepì alla maniera
di Pestalozzi e
dei principi illuministici di Rousseau. Fu antiautoritario, espressione
della cultura mitteleuropea. Caposcuola dell'antimafia quando nessuno osava
neanche pensare di pronunciare in pubblico la parola mafia. Soleva ripetere
spesso un proverbio cinese: "Chi guarda avanti dieci anni pianta alberi,
chi guarda avanti cento anni pianta uomini". Rifiutò di fare
l'architetto per essere - come diceva- "architetto di uomini".
Quando giunse in Sicilia con le tasche vuote e la testa piena di progetti,
forse non pensava che vi si sarebbe fermato per quasi cinquant'anni.
Certamente non si sentiva un turista alla ricerca di emozioni. Si lasciò alle
spalle le città industriali del Nord per operare su un terreno aspro
e pieno di rischi. Passò dai paesaggi limpidi e verdi della Slovenia
dov'era nato, a Sesana (allora italiana, 1924) per una terra dove le fogne
scorrevano a cielo aperto e la mafia faceva perdere l'acqua dei fiumi a
mare, per lucrare sui pozzi privati. Ma il suo animo conservò sempre
il carattere limpido e sereno dei paesaggi verdi della sua prima infanzia.
Diceva che se ami qualcuno o qualcosa prima te li devi sognare. Odiava
quelli che, quando c'è da fare una fatica, fingono di portare i
pesi scaricandoli in modo subdolo sugli altri. Sesana non era Trappeto
e il paesaggio di quel borgo del confine italo-jugoslavo non era quello
della miseria dei pescatori abbandonati da Dio e dallo Stato. Qui, come
in tutta la Sicilia, c'era da rimboccarsi le maniche e lavorare di "pala
e picco", senza contropartita. Le sue più grandi doti furono
il coraggio, la coerenza e la difesa della dignità dell'uomo. A
ogni costo. Fu un uomo con la spina dorsale sempre dritta. Suoi amici furono
Giorgio Amendola e Giorgio La Pira, Carlo Levi ed Elio Vittorini, Lucio
Lombardo Radice e Gastone Canziani, Ferruccio Parri e Piero Calamandrei,
Ernesto Treccani ed Ettore De Conciliis, Bruno Zevi e Mario Luzi, Johan
Galtung ed Erich Fromm e Paulo Freire, al quale ultimo fu legato da un
comune modo di sentire i problemi dell'educazione e da uno stesso anno
che li accomunò: il 1997, quando entrambi morirono. Alcuni di loro,
come molti altri ancora viventi, potrebbero testimoniare del suo insegnamento.
A Trappeto fondò un'università popolare internazionale con
ampie sale per seminari, grandissimi tavoli circolari per le discussioni,
laboratori artistici. Odiava i banchi e le cattedre ed Ettore Gelpi che
lo seguiva da
vicino negli anni attorno al '68 forse pensava a lui quando scrisse Scuola
senza cattedra. Ricordo riunioni con gruppi di svedesi, norvegesi, finlandesi,
americani, di diverse parti del mondo. Si recò anche in Senegal
e in Ghana alla ricerca di un mondo possibile, dell'utopia concreta. In
ultimo anche in Cina, con la febbre addosso e la polmonite. Fu l'intellettuale
del '900 più processato, ma anche la persona che seppe combinare
assieme mani e cervello, azione e studio. Memorabili lo "sciopero
alla rovescia" e le sue battaglie per la costruzione della diga sul
fiume Jato, quando la mafia gestiva l'acqua dei pozzi vendendola a caro
prezzo. I mafiosi lo tennero sempre sotto mira, ma lo Stato non fece da
meno: lo processò "per spiccata tendenza a delinquere".
Fu il primo in Italia a dimostrare l'esistenza del "sistema clientelare-mafioso".
La prima Commissione nazionale antimafia che lo ascolto' negli anni '60,
su sua stessa richiesta, per poco non lo mise sotto processo per le sue
accuse contro mafiosi e deputati. Ma fu grazie a lui che un uomo come Giancarlo
Caselli, col quale negli ultimi anni ebbe rapporti di stima e di affetto,
decise - come ebbe a dichiarare in seguito lo stesso procuratore della
Repubblica - di lasciare Torino e di lavorare a Palermo. Fu agitatore sociale
ed educatore, sognatore e uomo d'azione. Sfidò uomini di Stato e
potenti, ma fu tenero con gli ultimi. Fu soprattutto laico, costruttore
di futuro. Pensava che per avere un mondo diverso bisogna prima di tutto
sognarlo e guardarlo con occhi diversi. Ma era il suo modo di esistere
ad essere inconsueto, nuovo. Il che dava fastidio ai benpensanti e non
solo a loro. Sua caratteristica fu la rigidità nel rispetto degli
orari. Scrisse che mancare a un appuntamento o ritardare era come fare
un buco in una barca. Una volta rimproverò un suo amico arrivato
con soli cinque minuti di ritardo. Gli disse: "La prossima volta non
entri". Per queste sue "manie" poteva risultare inopportuno
e fastidioso. Qualche volta veniva a svegliarmi la mattina, di buon'ora.
Per non disturbare gli inquilini non suonava il campanello, si metteva
in mezzo alla strada e mi chiamava con quel suo timbro, rimasto sempre
continentale, finché non lo sentivo. Alle quattro del mattino, e
in inverno. Concepiva il tempo come se fosse sempre in tempi di guerra.
Aveva preso l'abitudine ad alzarsi presto dai contadini, o dai piccoli
borghesi che tenevano in casa l'asino e qualche botte di vino e che dovevano
essere all'"antu" (sul posto di lavoro) prima dell'alba se volevano
guadagnarsi la giornata. E dai grandi dirigenti contadini, come Accursio
Miraglia, Placido Rizzotto e Calogero Cangelosi, tutti ammazzati dalla
mafia, aveva capito molte più cose della Sicilia di quelle che forse
gli stessi dirigenti sindacali del suo tempo non avevano capito. Sapeva
interrogarsi e come far nascere negli altri gli interrogativi necessari
perché anche in loro si mettessero in movimento certe abitudini,
certi processi. Dai giornalieri, dai mezzadri, dai lavoratori agricoli
aveva capito quello che c'è di più profondo nella loro cultura:
il rispetto per la natura e per gli uomini: le piante, gli alberi, le specie
vegetali, le storie dei singoli e delle persone. Aveva l'ottimismo della
ragione e della volontà, e per quanto conoscesse molti politici
o dirigenti sindacali, pur essendone spesso amico, fu convinto che solo
la fede nel cambiamento può muovere la storia. Grazie a lui fu costruita
la diga sullo Jato e si organizzò il primo consorzio democratico
per la gestione delle acque in Sicilia: un patrimonio delle lotte sindacali
del territorio partinicese oggi finito - come Dio solo lo sa - nelle mani
di quali gestori di sviluppo. Nel marzo 1970 denunciò da una radio
trasmittente (la prima radio libera d'Italia) le condizioni di abbandono
delle popolazioni dei paesi della valle del Belice distrutti dal terremoto
del gennaio '68. Dopo due anni nessuna casa si era ancora costruita e quelle
popolazioni morivano letteralmente di freddo e di fame. Così la "Radio
libera dei poveri cristi" fu la radio che scopriva il diritto alla
comunicazione, anche come diritto alla parola di chi non aveva voce per
farsi ascoltare. Anticipò Peppino Impastato che lo seguì nella
sua esperienza di "Radio Aut", alcuni anni dopo. Negò l'esistenza
della "comunicazione di massa" e ritenne i modelli "trasmissivi" di
Berlusconi, sui quali aveva cominciato a riflettere negli ultimi tempi
con viva preoccupazione, alla base di molti dei mali della nostra società e
della politica. Il suo motto fu: "Vivi in modo che in qualunque momento
muori o t'ammazzano, muori contento". Quando andai a vederlo, già morto,
nella sua piccola casa di Trappeto, in una giornata di dicembre che sembrava
estiva, aveva ancora il sorriso sul volto.
Tratto da "La nonviolenza e' in cammino" |
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