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cent'anni
dalla nascita di vitaliano brancati |
L’uomo contemporaneo e l’amarezza
della vita sono i protagonisti degli scritti di Vitaliano Brancati, scrittore
e giornalista, drammaturgo e sceneggiatore cinematografico, di cui quest’anno
ricorre il centenario della nascita.
Nato a Pachino, in provincia di Siracusa, nel 1907, Brancati è ricordato
per una narrativa di stampo realista, nella quale esamina i vizi e le caratteristiche
della borghesia siciliana. Ma la sua è anche una narrativa che è metafora
di altro. I suoi personaggi sono grotteschi, umoristici, a volte cupi,
immobili, come bloccati da un senso di “inettitudine” e di “indifferenza”,
incapaci di fare delle scelte, di agire.
In una ideale galleria di protagonisti della letteratura del Novecento,
accanto a Zeno Cosini, a Carla e Michele de “Gli indifferenti”,
a Vitangelo Moscarda e Mattia Pascal/Adriano Meis, trovano posto Giovanni
Percolla del “Don Giovanni in Sicilia”, Aldo Piscitello de “Il
vecchio con gli stivali", il bell’Antonio… Non deve infatti
portare fuori strada la lettura di racconti come “Il nonno” o “Singolare
avventura di Francesco Maria”.
“
Ormai da Pachino non mi arrivava più nulla di lui: né un
saluto, né un augurio, né una risposta alle mie cartoline
illustrate […]. Quando nell’aprile del ’33, mentre io
ero a Catania per un breve soggiorno presso la mia famiglia, improvvisamente
egli morì”.
Il nonno, che è stato fondamentale punto di riferimento per l’infanzia
di Vitaliano Brancati, diventa per lo scrittore pretesto per descrivere
il suo paese natale e una persona “speciale”. Quel mondo, però,
attraverso la lente d’ingrandimento del tempo che passa si trasforma.
La leggerezza diventa cupezza, non più gioia di vivere ma ansia
di esistere. Essere adulti equivale a perdere.
E ne “Singolare avventura di Francesco Maria” il protagonista
vede crollare tutte le sue certezze (forse non proprio solide) quando scopre
per caso la letteratura di D’Annunzio, là celebrata ed osannata
perché diversa, nuova.
Questo il bellissimo incipit del racconto: “Pachino, intorno al Novecento,
non era un grosso paese […] e tuttavia pieno di fracasso. Il vento,
che esce da due mari, e perpetuamente corre le strade e rotea nella vastissima
piazza, insegnava a tutti a fare il diavolo a quattro […]. Come le
imposte sbattono, il gallo di ferro del campanile cigola, […] i vetri
col loro tintinnio svegliano le mosche che vi dormono sopra, le tende rullano,
il bucato schiocca, così le persone non sapevano dir nulla a voce
bassa, e fra tutti i Siciliani che gridano eran facilmente ravvisabili
perché gridavano di più”.
Non solo Pachino, non solo la Sicilia racconta la narrativa di Brancati.
Da lì si raccorda a un mondo altro. Perciò l’uomo di
Brancati è l’uomo contemporaneo che rivela l’amarezza
della vita, il dissidio tra la realtà interiore e quella esteriore.
Giovanni Percolla, ossessionato dal pensiero delle donne e del sesso, dopo
un periodo trascorso in Sicilia, ormai quarantenne si trasferisce a Milano
dove crede (spera) di poter dare una svolta alla sua vita ma l’immobilismo
del suo passato ritorna: basta un viaggio nella sua città natale
per far emergere la carica negativa del suo passato e la doppiezza della
maschera che è costretto ad indossare.
Aldo Piscitello, invece, è un convinto antifascista che però,
per il quieto vivere, decide di fingere: “era la vita che si occupava
sbadatamente di lui più che lui della vita”. Alla caduta del
fascismo sarà licenziato perché squadrista. Insomma la maschera
non è servita a nulla. Il dissidio tra essere e apparire non si
risolve.
L’assenza di valori continua ad essere una caratteristica dei personaggi
di Brancati, anche nelle opere del dopoguerra. Il gallismo brancatiano
trova il suo culmine nelle contraddizioni de “Il bell’Antonio” e
in “Paolo il caldo”, pubblicato postumo.
Ma particolarmente interessante è il romanzo “Gli anni perduti” ambientato
a Nataca (Catania?), la prima opera matura dello scrittore. I personaggi
vivono un’esistenza all’insegna della noia e del torpore. E’ come
se essi stessi e le loro vite siano avvolte da una consapevolezza fatta
di vuoto, di sonnolenza dilagante.
Tra satira di costume e dimensione esistenziale, tra esasperata ossessione
erotica e impotenza, la narrativa di Brancati è la metafora di una
classe sociale che non riesce a cambiare la realtà. Metafora sociale
e metafora esistenziale di una generazione “senza qualità”.
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