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la cronaca
e la tolleranza |
Siamo a tavola con parenti e amici
mentre il TG di turno ci offre, con tono tronfio, le immagini sugli sgombri
dei campi Rom. Lo sgomento e l’afflizione per il brutale assassinio
di Giovanna Reggiani nei pressi della stazione di Tor di Quinto sono
ancora troppo forti e troppo recenti mentre le ruspe abbattano misere
baracche di legno e cartone. Ci fermiamo, mi sembra in silenzio, a guardare
le immagini e dagli sguardi e dallo scuotamento della testa è chiaro
il commento che rimane a fior di labbra: “era ora…quando è troppo è troppo….finalmente...”
In fila, i disgraziati con scatole di
cartone sulla testa vanno fatti allontanare, sicuramente ce lo stiamo chiedendo,
ma lo pensiamo senza il coraggio di pronunciarlo: “…ma sono
tutti assassini? E dove andranno?...dove dormiranno stanotte?...avranno
i soldi per tornare a casa?...(a casa?)… Lo sgomento e l’afflizione
sono ancora troppo forti e troppo recenti….
E dopo? Quando sarà passato abbastanza tempo, cambierà il
nostro sentimento, la nostra considerazione? Riusciremo ad essere più obiettivi
e tolleranti?
Ritroveremo la capacità di comprendere e discernere?
E prima? Quando l’aggressione di Roma non era ancora accaduta, era
uguale il nostro sentimento? Riuscivamo ad essere più obiettivi
e tolleranti? Avevamo la capacità di comprendere e discernere?
Può un singolo episodio farci all’improvviso cambiare totalmente
la visione, il giudizio, la reazione?
Qual è il limite di confine fra giusto e sbagliato, troppo e abbastanza,
comprensione o vendetta, tolleranza e odio? Quand’è che la
misura è colma, che si oltrepassa il limite, che si cambia convinzione,
atteggiamento, comportamento, pensiero, politica, azione?
Lo stesso Tg della sera adesso ci informa di una studentessa inglese uccisa
a Perugia, forse a sfondo sessuale. E se il colpevole fosse un italiano?
Cosa penseranno in Inghilterra di noi? Saremo considerati come i Rom?
Ma perché non riusciamo a mettere in collegamento i due episodi?
Forse ce lo stiamo chiedendo, ma lo pensiamo senza il coraggio di pronunciarlo: “…è così diverso
un assassinio ad opera di un italiano (o occidentale) magari colto e benestante
da un assassinio ad opera di un immigrato ignorante, povero e disgraziato?
Dove sta la differenza? Cosa demarca i due episodi da non farcene vergognare,
da sentirci rassicurati che noi siamo comunque migliori?
Finita la cena, passata la notte, sono ancora a chiedermi se siamo arrivati
al punto di rottura, ad aprire gli occhi e finalmente voltare pagina. Se
la paura, il fastidio, l’incubo del mostro, dell’aggressione,
della violenza vada così esorcizzata, anestetizzata, annullata,
cancellata. Devo forse ricredermi e dare ragione ai colleghi, ai vicini,
a mia madre anziana che affermano che non si può più vivere
con tutti questi stranieri, che bisogna cambiare le leggi, che abbiamo
bisogno di più sicurezza.
No. Non mi rassegno. Non voglio credere che questa è la via da intraprendere
ma confesso che fatico a ritrovare la ragione e il senso di quelle che
da sempre sono state le mie convinzioni, le mie credenze, i miei valori.
È
facile, dal salotto buono di casa propria, forti del proprio benessere
e delle proprie sicurezze, lontano dal “fronte di battaglia”,
spargere slogan di tolleranza, di comprensione, di “cristiana accoglienza”.
Sono stato a Bologna, tempo fa. È stato il periodo in cui c’era
un’aggressione a settimana. Sono andato a trovare mia figlia che
ci studia e ho trovato una città molto diversa dai miei ricordi
giovanili: il centro storico di sera in preda agli sbandati, agli ubriachi.
Per strada bottiglie e odore di piscio, capannelli di immigrati che ti
fissano.
Ho capito perché dopo una certa ora non si sta più fuori,
perché la vecchietta vicina si barrica e non apre a nessuno, perché la
signora del pullman aveva paura a scendere alla fermata, perché le
ragazze non camminano più da sole. È vita questa? Da casa
mia, dalla mia città, dalla mia vita, la percezione era completamente
diversa.
Sto diventando razzista? È soltanto un problema di “egoismo”?
O, piuttosto, si può cominciare a dire che “esiste un problema
sociale e politico”, che c’è un oggettivo problema di “carico” di
limiti, di misura che il nostro sistema (adesso e così com’è)
anche in termini di mezzi e risorse, oltre che di cultura, non riesce a
gestire e governare. È lecito cominciare a ragionare in termini
di equilibri, di governabilità? C’è una via pacifica,
ragionevole che, senza farsi travolgere dallo scoramento o dalla rabbia
del momento, possa con saggezza e razionalità trovare soluzioni
adeguate e rispettose? O, invece, devo continuare a sentire i sensi di
colpa del cristiano che “si gira dall’altra parte”, che
non fa abbastanza per gli altri, che non ha capacità di accoglienza,
ma che comincia ad avere paura e a sentirsi smarrito.
Il TG adesso trasmette le immagini “rassicuranti” dei campi “bonificati”.
Chissà chi ha ucciso la studentessa inglese? Io continuo a sentirmi
in colpa. Ho voglia di chiamare mia figlia.
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