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la sfida del
partito democratico |
L’oggettiva distrazione da
parte del governo nazionale nei confronti della Sicilia rischia, per
l’uso politico che cinicamente il centrodestra ne fa, di ridurre
la questione del nostro futuro in un “altro fuori di noi” del
tutto fuorviante. Siamo così tornati, in una regione da anni inondata
dalle ingenti risorse dell’Unione Europea, a lamentarci di quello
che altri non fanno per noi, piuttosto che progettare ciò che
a noi tocca fare per la Sicilia.
È
una comoda visione teatrale quella con cui si vuole immaginare che a Roma
si conti per la capacità che si ha di battere i pugni sul tavolo,
su questo misurando meriti e demeriti delle nostre rappresentanze politiche,
che di certo non brillano né per risultati né per impegno.
Più prosaicamente, come è nella economia di tutte le cose
ma soprattutto nella economia tout court, si conta per quello che si è in
grado di scambiare.
Perciò io credo che saremo al centro degli interessi politici nazionali
se faremo capire di essere utili al Paese. Non sopportabili in nome della
solidarietà nazionale o della posizione geografica, ma utili e basta,
culturalmente ed economicamente.
Se penso alle intelligenze di quest’isola, alle imprese brillanti
e moderne che pure esistono, alle molte eccellenze nelle università,
alle straordinarie risorse naturali e culturali e molte altre cose ancora,
so che questo è assolutamente possibile.
Ma come puntare allo sviluppo se non attraverso il lavoro e le imprese?
E dunque possiamo permetterci ancora un sistema di formazione ed accesso
al mercato del lavoro che largamente prescinde da regole, competenze e
meriti? E cosa serve alla buona impresa: contributi o piuttosto servizi,
certezza delle regole, amministrazioni efficienti? Ed a tutti, serve una
politica che distribuisce risorse piuttosto che idee, azioni strategiche
e, finalmente, scelte?
È
della politica che lega il proprio consenso al sottosviluppo, che non favorisce
gli imprenditori ma inonda di contributi a pioggia i suoi i “prenditori”,
di questa politica magistralmente interpretata da Cuffaro, che la Sicilia
deve liberarsi.
È
questa la politica che costa, quella dell’intermediazione e dei contributi
pubblici.
Siamo franchi, a molti politici fa persino comodo far credere che il problema
siano le indennità di carica o il numero degli assessori: riducetemi
lo stipendio ma lasciatemi continuare a fare il collo dell’imbuto,
non trovi lavoro ma parlane con me, la tua impresa non sta sul mercato
- forse per colpa della burocrazia o della carenza di strutture che la
politica non risolve - ma io ti farò avere un contributo… e
così via.
Ecco allora la sfida del Partito Democratico. Perché se la Sicilia
serve all’Italia, come io credo ed è da questo che dobbiamo
partire, il PD serve in Sicilia più che altrove.
La missione che lo attende è quella di invertire strutturalmente
la funzione del ceto politico siciliano nei suoi rapporti con l’impresa,
con la spesa pubblica e con l’uso delle istituzioni. Rinunciando
all’antico e costosissimo ruolo di intermediazione, facendo un passo
indietro sul collo della società siciliana e dieci passi avanti
sul terreno del progetto e delle regole. Proiettandosi nella modernità,
senza remore né protezionismi.
Insomma, c’è un filo rosso che lega le lamentazioni sulla
Sicilia dimenticata al dibattito sui costi della politica ed al futuro
Partito Democratico. Quello che non possiamo permetterci è un PD
che sia una minestra riscaldata dei nostri antichi peccati o peggio, come
si è iniziato a Siracusa, con gli stessi antichi peccatori.
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