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la dichiarazione
di voto del presidente dei senatori pd sulla legge finanziaria |
Signor Presidente, onorevoli colleghi,
innanzitutto rivolgo un ringraziamento vero al presidente Marini per
primo e poi ai senatori Enrico Morando, Giovanni Legnini ed Antonio Boccia,
oltre che alle senatrici ed ai senatori appartenenti al mio Gruppo e
a quelli della maggioranza. Lo faccio in apertura perché non è la
clausola di stile con cui normalmente noi chiudiamo i nostri interventi. È davvero
un grazie sentito.
Colleghi, il nostro giudizio su questa finanziaria è ampiamente
favorevole. Lo era sul testo del Governo, lo è sul testo che il
Senato consegnerà alla Camera. Abbiamo mantenuto le nostre promesse.
E non richiamerò i contenuti della finanziaria perché il
suo esame è stato svolto in Aula in questi giorni ed è così ravvicinato
da rendere quei contenuti noti all'Assemblea.
Quello che voglio dire, se i colleghi me lo consentono, è che l'approvazione
della legge finanziaria qui al Senato, con questa maggioranza, senza il
ricorso al voto di fiducia, ha un valore politico assai più importante
dell'approvazione della legge in sé. Molti commentatori politici
l'hanno già definito: "il cambio di fase", la "svolta",
il "nuovo scenario". È così.
Mi rivolgo ai colleghi dell'opposizione. Mi rivolgo, in particolare, ai
colleghi dell'UDC, di Alleanza Nazionale, della Lega e ai tanti colleghi
di Forza Italia trascinati nell'insensatezza di una strategia politica
decisa ed imposta dal presidente Berlusconi. (Commenti dal Gruppo FI).
Una strategia politica decisa, imposta e sbagliata, innanzitutto per l'Italia,
disastrosa per il centro-destra, che è rimasto schiacciato nella
morsa di un'attesa che si è snocciolata, sin dai primissimi giorni
della legislatura, giorno dopo giorno, voto dopo voto, provvedimento dopo
provvedimento, in attesa della cosiddetta spallata. Termine da partita
di rugby. E che non è venuta su questa finanziaria, colleghi, per
715 votazioni.
E mentre questo accadeva, sulla stampa, nelle dichiarazioni pubbliche e
private una ridda di indiscrezioni, di pettegolezzi, di retroscena. Espliciti
anche sui tentativi di corruzione - come si chiama ovunque nel mondo -
corruzione politica di nostri senatori.
Ne hanno parlato esplicitamente alcuni di voi, con accenti lievi ed irridenti,
come se si trattasse di una cosa così, che si fa, si può fare
e si può anche dire.
A segnalare che ad essere corrotta è, innanzitutto, un'idea della
politica. Di più, mi sbagliavo, perché quella non è politica,
ma cattiva pratica.
E non è - ne sono assolutamente certa - di tutto il centro-destra.
Al contrario, e per sovrapprezzo, la cattiva pratica ha scacciato la politica.
E vi ha condannato tutti, senza distinzioni, all'imbarazzato silenzio e
all'attesa.
Mi tornava in mente stamane una poesia di Kavafis, che molti di voi conosceranno
e di cui voglio ricordare qui soltanto qualche verso, anche per rasserenare
il clima: «Che cosa aspettiamo così riuniti sulla piazza?
Stanno per arrivare i barbari oggi. Perché un tale marasma al Senato?
Perché i senatori restano senza legiferare? È che i barbari
arrivano oggi. Che legge voterebbero i senatori? Quando verranno, i barbari
faranno la legge». E finisce: «Come sono divenuti gravi i volti!
Perché le strade e le piazze si svuotano così in fretta e
perché rientrano tutti a casa con un'aria così triste? È che è scesa
la notte e i barbari non arrivano. E della gente è venuta dalle
frontiere dicendo che non ci sono affatto i barbari. E ora, che sarà di
noi senza barbari? Loro erano comunque una soluzione».
È
stato così. E molti di voi, colleghi, sanno che non c'è soluzione
fuori dalla politica. Lo capisco anch'io che, come dice il presidente Berlusconi,
sono comunque una donna. La senatrice Bonfrisco non applaude, ma mi sorride,
capisco.
Molti di voi autorevolissimi rappresentanti del centro-destra hanno dichiarato
che, nel momento in cui questa finanziaria verrà qui approvata,
si aprirà una nuova stagione per l'Italia e per la politica, perché a
finire sarà la declinazione del bipolarismo come muro contro muro,
spallate e ginocchiate, e si aprirà finalmente un nuovo tempo per
il Paese, e per ciascuno di noi. Il tempo della riforme di cui discutere
insieme, di una nuova legge elettorale, delle grandi questioni nazionali.
Ciascuno dalla propria parte, ma insieme per l'Italia.
Anche perchè, lo sapete voi come noi, non c'è più tempo.
I barbari non sono arrivati e ne abbiamo sprecato troppo. E questo è imperdonabile.
Non voglio tuttavia sottrarmi ad una riflessione sulla nostra maggioranza
che vorrei fare in termini meno stucchevoli della proclamazione di una
vittoria.
È
una mia riflessione di questi giorni a cui l'intervento di Natale D'Amico,
ieri, ha dato un Ieri, Natale D'Amico ha difeso - in quest'Aula - un articolo
che quasi tutti, giornali compresi, hanno definito una "concessione" alla
sinistra radicale. Sbagliato. Perché quell'articolo, quella formulazione
ormai apparteneva a tutti, uno per uno, delle senatrici e dei senatori
della maggioranza. Lo stesso potrei dire per altre parti della legge. Perché quest'anno,
molto di più di quanto sia accaduto, paradossalmente, lo scorso
anno - lo dico anche al Presidente del Consiglio - quella parte della legge
finanziaria che è stata elaborata qui non è stata la tessitura
paziente di un patchwork in cui trovare una composizione ponderata. Nella
parte costruita qui al Senato è stato molto di più..
È
stato il frutto di un lavoro, certamente durissimo, molto paziente, di
mettere a frutto insieme culture politiche diverse, ma soprattutto (lasciatemelo
dire) di apprezzarne l'utilità per il cambiamento, la crescita,
la coesione del Paese. Il che dimostra soprattutto una cosa: che c'è più forza
espressiva comune in questa maggioranza di quanta noi stessi non pensiamo.
Altrimenti non ce l'avremmo mai fatta. Lo dico perché capisco, bene,
disagi e difficoltà politiche che si segnalano. E penso che vadano
prese molto, molto sul serio. Perché l'abbiamo sperimentato proprio
sul campo più aspro di questa finanziaria, in queste settimane in
cui tutti gli osservatori politici si attendevano che qui finisse.
Ma lo dico perché forse è irrituale rispetto ai canoni che
governano normalmente i discorsi politici - normalmente maschili - perché a
me è capitato di capirlo molto più lucidamente di quanto
fosse mai accaduto in questo anno e mezzo, così che il lavoro che
abbiamo prodotto al Senato non ci appartiene a pezzetti per Gruppi, ma
appartiene a tutta la maggioranza.
Voi ci avevate sottovalutati, ma noi ci eravamo sottovalutati.
Da oggi ricominciamo, colleghi. Ricominciamo a ragionare, a confrontarci
con tutte le forze politiche, con i Gruppi parlamentari, con i colleghi
che sceglieranno di discutere di riforme, a cominciare da quella elettorale
e da quella istituzionale.
Perché l'attesa è finita, perché comincia di nuovo
il futuro della politica e il futuro dell'Italia.
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