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costruire
nuove progettualità |
Parlo da un osservatorio privilegiato,
quale operatore del sociale, alle prese con quelle persone e quelle situazioni
di svantaggio e di povertà, persone con disturbi mentali, tossicodipendenti,
ex-detenuti, minori a rischio, ect.
Poi ci confrontiamo con lo sviluppo di questa città.
Ma quale sviluppo? La politica e l’amministrazione è di fatto
uno dei principali ostacoli allo sviluppo. In questo senso ha gravi responsabilità.
La politica e l’amministrazione di questa città, di fatto,
opera secondo quella logica contraria ad ogni ipotesi di sviluppo economico
e sociale.
Vige infatti, e chi potrebbe dire diversamente?, quella logica, la respiriamo
nell’aria, che vuole la politica, la nostra politica (e le differenze
di colore sono oramai abbastanza sbiadite..), i gestori della cosa pubblica
e quindi delle risorse pubbliche (non solo finanziarie, ma anche organizzative,
umane), dicevo vuole la politica quale fabbrica del consenso: l’uso
privatistico del potere rispetto all’interesse pubblico; quello che
conta è fare gli interessi di singoli e gruppi che facciano riferimento
ai propri bacini di voti, affinché ogni gestore della cosa pubblica
possa perpetuare il suo potere. Evidentemente la passione per il potere
vuol dire tante cose: il proprio sostentamento, la propria carriera, il
favorire realtà imprenditoriali direttamente o indirettamente vicine,
a volte favori e tangenti di ritorno, la possibilità di sistemare
il parentando.
In definitiva, da un lato si permette ai gestori della cosa pubblica (politici
e amministratori) di far uso del proprio ruolo per interessi privatistici,
dall’altro gli stessi gestori operano per favorire gli interessi
privatistici di coloro che garantiscono, attraverso i voti e il consenso,
la sopravvivenza dei gestori stessi.
E’ un patto non scritto, ma è il linguaggio delle stanze delle
istituzioni.
Questo sistema è, di fatto, l’ostacolo allo sviluppo della
città come di tutto il Sud del resto.
Lo si capisce, non solo dal fatto che l’interesse della collettività viene
fatto fuori, ma soprattutto che di fronte a tale –logica- nulla valgono
quelle esperienze che tentano di costruire progettualità.
Costruire progettualità significa contrattare con l’istituzione
ciò che è utile che si sviluppi, come dare continuità alle
esperienze che dimostrano un miglioramento della qualità della vita
e dell’inclusione sociale, come far diventare – investimento-
le risorse che si mettono in campo, come dar concretezza alle idee e alle
innovazioni dei giovani, come sostenere quei contesti che hanno un’energia
propositiva e utile per gli interessi dei cittadini, degli utenti, dei
clienti.
Questa logica, per vivere, ha bisogno di interlocutori che vogliano contrattare
strategie e scelte nell’interesse per lo sviluppo della comunità,
che sostengano tendenze e contesti economici e sociali che danno dimostrazione
di funzionare, su cui occorre investire.
Le cui decisioni vengano prese sulla base della qualità per la collettività dell’esperienza
che hai di fronte, non sulla base del ritorno di consenso, su quali pacchetti
di voti hai alle spalle.
La logica dei pacchetti di voti alle spalle, cioè la logica organizzativa
della stragrande maggioranza dei nostri politici, amministratori e gestori
della cosa pubblica locale, è una logica che non ha orecchie per
questo discorso, non è una logica che guarda al contenuto dell’esperienza,
alla qualità di ciò che si vuole mettere in campo, ma è la
logica di chi deve accontentare, azzerando tutte le differenze, è la
logica dello spezzatino della torta, dove banchettano sempre gli stessi.
E’ la logica mortale dello sviluppo.
Beh, del resto basta guardarci intorno, fare una panoramica sulla città e
sui suoi rapporti umani.
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