i referendum sindacali

  di gino bonatesta  

ma è vera democrazia?

Tutti siamo a conoscenza dei grandi meriti del Sindacato per lo sviluppo socio-economico della società italiana e per la conquista di molti diritti in campo lavorativo e della tutela della persona; conosciamo le grandi battaglie, le vittorie e i lutti all’interno delle OO.SS. per i caduti che si sono battuti e si battono in prima linea contro le mafie e il terrorismo, ne conosciamo anche i limiti e gli errori e pur tuttavia il bilancio è fortemente positivo nei confronti delle azioni che provengono dalle Organizzazioni dei Lavoratori e ne decretano la loro necessità quali soggetti di tutela, rappresentatività e mediazione nei riguardi delle altre “parti sociali” che partecipano al confronto per lo sviluppo dell’impresa e la salvaguardia dei diritti dei lavoratori, dei pensionati e dei disoccupati.
Da un po’ di anni è invalso l’uso da parte delle OO.SS. di indire dei “referendum” dei lavoratori e non, al fine di confermare o meno accordi già sottoscritti con le altre “parti sociali”. La pratica, in sé stessa, sembrerebbe il top della democraticità ma così non è e cercherò di spiegarne i motivi. Intanto la parola “referendum” è inappropriata ma, ne accetto il significato che per prassi gli viene attribuito e andiamo avanti. Senza ritornare al passato restiamo all’ultima consultazione sul “welfare” e vediamo di capire come si è sviluppata. Senza consultare preventivamente i lavoratori, i segretari delle confederazioni sottoscrivono un “protocollo”, un patto (in parole povere un accordo) con governo e confindustria. Non entro nel merito della bontà dell’accordo perché non è il tema della riflessione, come tutti gli accordi avrà i suoi pro e i suoi contro. Successivamente entra in gioco il “verticismo democratico” (non il centralismo) e ha inizio una perorazione a cascata che, dalle segreterie nazionali scende giù giù fino a quelle provinciali recitando il mantra della bontà e dell’opportunità dell’accordo mettendone in evidenza gli aspetti positivi e omettendo di trattare o imputandoli alle superiori congiunture economiche nazionali quelli meno qualificanti. Tutto questo rientra in una logica ragionata perché sarebbe impensabile che un segretario nazionale prima firma un accordo e poi non evidenzi con forza l’opportunità e la giustezza della scelta e, naturalmente, per effetto di quel “verticismo democratico?” che non è patrimonio solo delle OO.SS., tutti (o quasi) i consoli e i centurioni sul territorio si sgolano a ripetere il mantra perché se il console o il centurione approva l’operato dei triunviri anche le legioni lo accettano. E i metalmeccanici? E’ l’eccezione che conferma la regola. Se Rinaldini e Cremashi avessero accettato l’accordo e recitato il mantra, anche le tute blu (con tutto il rispetto) lo avrebbero votato. Per di più i tempi erano da “acqua alla gola” e sia Epifani che altri esponenti sindacali hanno più volte ribadito dai pulpiti mediatici, (negati ai più) che se non si votava l’accordo sarebbe ritornato “lo scalone”, bere o affogare insomma. Diverso, forse, sarebbe stato se si fosse potuto votare in primavera ed, eventualmente, a secondo del risultato, ridiscuterlo a giugno/settembre.E’ Democrazia vera questa? In ogni caso il responso c’è e và accettato per quello che è, con la speranza che i vertici sindacali riflettano su certe opportunità e comportamenti e ne sappiano anticipare gli effetti affinché non si ritorni (ne siamo usciti?) a certe “elezioni democratiche” all’interno degli Organismi (a tutti i livelli) dove validi “compagni” venivano messi da parte perché, per gli equilibri correntizi certi posti dovevano essere assegnati ad altri “compagni” di corrente diversa.