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il 13
ottobre una importante iniziativa in collabora-
zione
con la segreteria provinciale
dell'associa-zione siciliana della stampa
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Il 13 ottobre Agire Solidale, l’Ordine
dei giornalisti di Sicilia e la sezione provinciale dell’Assostampa,
il sindacato unitario dei giornalisti siciliani, con il sostegno degli
enti locali, presenteranno a Siracusa “Pizzini, veleni e cicoria”,
il libro edito da Feltrinelli che offre un affresco della “mafia
prima e dopo Provenzano”. La presentazione avviene nell’ambito
del terzo seminario di formazione per i praticanti giornalisti siciliani
che si accingono ad affrontare l’esame di abilitazione professionale.
La pubblicazione è una lunga intervista di uno dei più autorevoli
conoscitori di Cosa nostra, l’inviato de “La Stampa” Francesco
La Licata, a Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia. Come dire:
due persone che, con finalità diverse, hanno dedicato la loro vita
a svelare i segreti della mafia e che perciò sono tra i più accreditati
a tentare di capire verso dove andrà la più nota e potente
organizzazione criminale del nostro Paese. Accanto a loro ci sarà Lirio
Abbate, il cronista dell’Ansa che dallo scorso maggio è costretto
a vivere sotto scorta perché minacciato da Cosa nostra. Suo è di
Peter Gomez (“L’espresso”), è il libro “I
complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano, da Corleone al Parlmento”,
uscito a marzo e pubblicato da Fazi Editore, una ricostruzione dei collegamenti
tra la mafia ed esponenti politici di entrambi gli schieramenti.
Ma perché tenere un dibattito su Cosa nostra a Siracusa, così (apparentemente)
lontana dalle vicende palermitane?
Iniziamo col dire che non possiamo prescindere dal contesto in cui nasce
questo appuntamento, cioè il seminario per i praticanti giornalisti.
Se si decide di fare il giornalista in Sicilia, se si decide di occuparsi
di cronaca, di politica o di economia, allora si deve sapere che ogni valutazione
deve tenere conto della variabile mafia, della capacità mostrata
dalle organizzazioni criminali di pervadere la società. La potenza
militare e la grande disponibilità finanziaria fanno delle cosche
una minaccia costante per la democrazia, dalla quale non si prescindere
se si vuole raccontare la Sicilia e se si vuole capire verso dove stiamo
andando.
Le recenti iniziative della Confindustria siciliana - presieduta per altro
dal siracusano Ivan Lo Bello - sono un esempio di questo percorso. Un cronista
di economia potrà in futuro evitare di porsi il problema della legalità?
Potrà scrivere di appalti e di investimenti trascurando l’aspetto
della trasparenza o del consolidamento di un sistema sano delle imprese?
Credo di no e sarà il caso, per il bene della nostra terra, che
a questa nuova stagione si adeguino anche gli editori.
La vicenda di Lirio Abbate, in questo senso, appare paradigmatica. Lirio è costretto
ad una vita blindata per avere deciso di non tacere quando sarebbe stato
più conveniente farlo. Egli ha fatto il suo mestiere e ad ogni giornalista
dovrebbe essere chiaro, sin da quando muove i primi passi, che non c’è una
maniera diversa di intendere la professione; una scelta che in Sicilia
comporta qualche rischio in più rispetto ad altre aree del Paese.
Lirio gode della solidarietà della categoria e della parte migliore
della società, ma in passato non è stato sempre così.
Otto giornalisti in Sicilia ci hanno rimesso la vita per il loro attaccamento
al mestiere e tra questi c’è anche il siracusano Mario Francese.
L’altro motivo per cui parleremo di “Pizzini, veleni e cicoria” è che
la parola mafia non si declina solo con Cosa nostra, che essa non è ascrivibile
solo ad un’area della Sicilia, quasi fosse un fatto antropologico.
Fu proprio di Piero Grasso l’appello, inascoltato, di non candidare
inquisiti o sospettati di mafia, e a lui va riconosciuto il merito di avere
scandagliato la cosiddetta zona grigia nella quale si muovono i favoreggiatori
in doppiopetto dei mafiosi, insospettabili imprenditori, politici e funzionari
pubblici che con la mafia si scambiano favori e ne riciclano il denaro
assicurandosi carriere e ricchezza. Abbate e Gomez hanno fatto i nomi di
alcuni di loro, ma è fin troppo facile comprendere che tutto questo
non può avere una precisa connotazione geografica. Gli uomini d’affari
delle cosche si muovono in lungo e in largo per l’Italia con grandi
disponibilità finanziarie, stringono rapporti, investono contando
su una liquidità sconfinata. E tutto questo avviene quasi sempre
tra la disattenzione dei grandi mezzi d’informazione.
In questo contesto, e in un momento complessivo di crisi della politica,
tra gli osservatori c’è già chi sottolinea come sia
cambiato il rapporto tra criminalità organizzata e società.
Dicono che la mafia non si limita ormai a cercare complicità perché è diventata,
essa stessa, un soggetto dinamico che si pone come interlocutore diretto
della politica e dell’economia traendo la sua legittimazione dalla
vasta disponibilità finanziaria. Un sistema facilmente ripetibile,
dunque, che non mette al riparo nessuna area del Paese, specie in presenza
di investimenti consistenti. Forse è il caso di tornare a guardarci
attorno: nella “babba” Siracusa, possiamo davvero considerarci
al sicuro?
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