un piano strategico per siracusa

  di alberto giarrizzo  

 

Il piano strategico per Siracusa non è un fine da raggiungere, che si esaurisce con la produzione di uno documento, scientificamente valido, utile all’organizzazione di seminari tecnici, ma uno strumento che, se correttamente gestito, aiuta la città ad orientarsi e a riflettere su se stessa circa i contenuti e la direzione del proprio futuro. In questo senso, il piano strategico non è soltanto uno degli strumenti con cui l’amministrazione comunale traccia gli scenari del proprio progetto politico, ma è il luogo nel quale i cittadini esprimono le proprie istanze di vita civica e contribuiscono nella definizione delle priorità e delle azioni di supporto alla realizzazione di quelle aspirazioni. Il piano strategico, quindi, è un’occasione importante per dare voce alla collettività, grazie alla peculiarità del metodo partecipativo su cui si fonda. E’ l’occasione che permette di fotografare, raccogliere, analizzare, comprendere ed elaborare i progetti di un futuro condiviso e di città futura, attraverso la visione e le percezioni di chi vive ed opera a Siracusa. E’ il contesto nel quale possono comprendersi, in maniera organica e strutturata, le problematiche specifiche della città, grazie al coinvolgimento diretto del cittadino e dei diversi attori socio-economici che compongono il più ampio tessuto sociale del sistema città; le ansie e le aspettative che si muovono all’interno di quelle problematiche e che, al di fuori da ogni astrattezza, riguardano il diritto/bisogno alla salute, alla sicurezza, alla mobilità, alla dignità economica, ad un alloggio, al tempo libero, all’istruzione, ad un ambiente salubre, ad un sistema di relazioni sociali che contribuiscano ad affermare un’identità collettiva ed un senso di appartenenza di ciascuno ad un soggetto di ordine superiore: Siracusa. E’ un ambizioso progetto di formazione e creazione di cultura e responsabilità civica, tramite il quale possono fornirsi risposte efficaci alle multiformi richieste che provengono dalle periferie della città. Periferie non solo in senso territoriale, ma anche sotto un profilo sociale, anagrafico ed economico. In quest’ottica, le periferie sono i bambini e la loro domanda inevasa di luoghi ove riaffermare il proprio diritto alla socialità, allo spazio e al rapporto con la natura; sono gli anziani, con le loro richieste di sicurezza e salute; sono i giovani con il loro diritto alla socialità, alla sperimentazione di linguaggi e forme espressive, alla creatività e allo svago, alla cultura e all’istruzione, al lavoro; sono gli immigrati, con i loro bisogni ed il loro diritto all’integrazione. Realizzare questo percorso e questo legame con i cittadini vuol dire creare le premesse per una nuova coscienza civica. Vuol dire restituire dignità alla collettività, favorire la rielaborazione del sistema di valori fondante la personalità del cittadino, contribuire a superare l’attuale logica strettamente individualistica e di appagamento del proprio personale bisogno ad ogni costo, anche a discapito degli altri.
Il piano strategico è anche lo strumento che aiuta a comprendere il sistema di relazioni che lega la città ai comuni ed ai contesti territoriali limitrofi e gli effetti che, su tali sistemi di relazioni, possono prodursi a seguito di innovazioni rilevanti. A titolo esemplificativo, ci si riferisce alle conseguenze già in atto sul sistema del commercio cittadino, indotti a seguito delle politiche di insediamento commerciale avviate nel territorio amministrativo di Melilli, ulteriormente amplificate dalle scelte dello stesso Comune di Siracusa. Ma anche ai cambiamenti che nel medio termine si produrranno nel quadro degli scambi tra Siracusa e Catania, dal momento in cui sarà ultimata la connessione autostradale. La ridefinizione e la drastica contrazione dei tempi di percorrenza dello spazio che attualmente divide le due città, ragionevolmente genererà ricadute sul piano degli insediamenti residenziali e della logistica, in termini molto simili a quelli che nel recente passato si determinarono sulla cintura dei comuni intorno a Catania. Sono ormai moltissimi i catanesi trasferitisi nei comuni, gravemente congestionati, di Sant’Agata li Battiati, di San Gregorio o di San Giovanni La Punta. Grazie all’allora innovativa tangenziale, questi cittadini sono (erano!) in grado di spostarsi a Catania impiegando anche meno di mezz’ora, lo stesso tempo che sarebbe loro richiesto se si trasferissero nella zona nord di Siracusa. Oltretutto, il centro dell’economia industriale, logistica e commerciale di Catania è proprio ubicato a Sud della città e si trova proprio sulla nuova direttrice di collegamento autostradale con Siracusa. Da quest’esempio, ma non è l’unico poiché dovrebbe anche parlarsi degli effetti attesi a valle dell’apertura del nuovo aeroporto Fontanarossa e degli scenari prevedibili nella zona Sud di Siracusa, sempre in conseguenza dell’asse autostradale, si intuisce come tutto ciò produrrà inevitabili cambiamenti ed effetti sulla nostra città, che necessitano di essere compiutamente inquadrati, ancora una volta in chiave preventiva e sistemica.
In quanto progetto territoriale aperto alle domande della collettività e alle relazioni con i territori limitrofi, il piano strategico è quindi un processo multidisciplinare, che necessita della concertazione e dei contributi di diversi esperti: il sociologo, l’economista, il giurista, l’urbanista, il pedagogista ed altri ancora. Il piano strategico, infatti, deve affrontare simultaneamente problematiche di natura molteplice, sia sotto il profilo oggettivo che, come si diceva, soggettivo, e deve essere, altresì, in grado di ricondurre tali problematiche all’interno di un unico scenario, convenientemente organico.
Sempre a motivo della sua natura di progetto territoriale aperto, il piano strategico si caratterizza per essere un piano incompiuto per definizione. Infatti, il quadro di rappresentazione e lo scenario di pianificazione a cui si giunge non è mai un punto di arrivo, ma un traguardo assolutamente contingente e la premessa per l’elaborazione di nuovi scenari futuri. In effetti, il vero patrimonio che si acquisisce, attraverso l’avvio di un processo di pianificazione strategica, risiede proprio nel metodo e nella visione di un processo e di un percorso dinamici permanentemente aperti ed attenti alle istanze dei cittadini, all’evoluzione dei contesti territoriali limitrofi e dei superiori contesti macro-territoriali, economici e sociali. Da questa ulteriore caratteristica, deriva la necessità di dover introdurre un sistema di monitoraggio, di indicatori o anche un osservatorio, possibilmente indipendente dall’amministrazione comunale, che fornisca in maniera onesta, trasparente, facilmente comprensibile ed accessibile a chiunque, il quadro di sintesi dei risultati raggiunti ed il grado di attualità delle priorità, delle azioni e degli scenari auspicati mediante il piano. Un sistema di indicatori ed un quadro di sintesi che devono essere esaurientemente rappresentativi e rispondenti alle dimensioni civiche inserite nel piano, non limitati, quindi, alla misurazione di pochi parametri economici, a cui siamo ormai abituati, ma che permettano anche di valutare i traguardi raggiunti rispetto ad elementi di altra natura: la salubrità dell’aria, il tempo libero, la disponibilità di spazi a verde, i tempi della mobilità, privata e pubblica, la qualità dell’acqua pubblica, la qualità dell’arredo urbano, la qualità della spesa pubblica, ecc.
Sotto il profilo metodologico, allora, le sfide più importanti, ambiziose ed incerte, perché estremamente complesse nella loro gestione, sono tre:
1. garantire un clima pienamente e fattivamente partecipativo, tale da assicurare a tutti la possibilità di esprimersi;
2. assicurare l’efficace coordinamento di sensibilità culturali e professionali distinte, che necessitano di essere rese tra di loro perfettamente complementari.;
3. monitorare costantemente il piano e diffonderne, in maniera ampia e trasparente, i risultati e la significatività delle scelte.
Senza una rigorosa coordinazione di tali questioni, il piano strategico rischia di essere una occasione mancata o l’ennesimo documento sulla città, di per sé scientificamente valido, perché più o meno conforme ad una teoria accademica, piuttosto elitario, perché di riferimento per una ristretta comunità, ma del tutto sconosciuto ai cittadini per i quali ed intorno ai quali doveva essere pensato.

un ambizioso progetto di formazione e creazione di cultura e responsabilità civica